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Redazione Padova - 10 settembre 2012

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Perth, c'è posto per tutti (e dopo vai all'Ellington)

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Passeggio di venerdì sera, fuori all’Ellington leggo: “Il jazz club più isolato al mondo”. A Perth ogni cosa può vantare una splendida solitudine in cui fiorire. Posto al tavolo: 15 dollari. Magari un’altra volta. Tanto più che devo prendere il mio ultimo bus per tornare a casa, la stazione è chiusa per lavori, è da quando sono arrivato che ci stavano avvertendo che in quei giorni i treni non avrebbero funzionato. Quando salgo sul bus l’autista mi sorride e mi chiama mate.

Faccio tintinnare la mia carta magnetica che mi fa risparmiare 40 centesimi ad ogni corsa. Ho imparato a metterla nel portafogli in modo che con un rapido gesto posso fingere di essere un cittadino e andare a sedermi senza destare sospetti. Ma è solo un gioco, un paese senza storia ha bisogno di persone – l’Australia non è forse nata così? – e ai visi orientali che predominano ci si abitua, ad ogni ora li si scorge nei bus e per la strada: quando si ritorna dal lavoro, quando è finita la lezione universitaria, quando il venerdì sera si esce per fare follie. No, forse in quest’ultimo caso il tipo più ricorrente è soltanto il maschio anglosassone, che con la voce impastata ti dice: “are you ready to fight?”.

Il venerdì sera di solito non esco mai, anche perché lavoro, e con me centinaia di persone, non sono mica l’unico, di gente ne continua ad arrivare e, sebbene la corsa all’oro minerario del Western Australia non possa essere di tutti, c’è un Eldorado per chiunque, qui.

E’ per questo che i profughi dall’Indonesia e dallo Sri Lanka e dalle Filippine si avventurano in viaggi che spesso si rivelano essere mortali per approdare in una piccola isoletta di cui non ricordo il nome, che funge da avamposto da cui osservare da vicino il miraggio australiano. Dato che spesso si muore, il governo ha deciso di alzare la quota annua dei richiedenti asilo a 20.000. Ma non si chiamerebbe un disperato tale se disperato non fosse, e chi dispera di tutto se ne frega che la sua domanda burocratica ha un tot percento di possibilità in più di essere accettata. Egli si imbarcherà, e il fatto di non sapere di riuscire ad arrivare vivo o meno è comunque un qualcosa di più accettabile della vita nel paese da cui scappa.

Un paese senza storia ha quindi bisogno di persone per costruire il suo futuro con più vigore, eppure ci sono quelli che sono accolti e quelli che sono tollerati e quelli che si vorrebbe respingere e quelli che in qualche caso si respinge, penso confusamente mentre sorrido all’asiatico seduto nel bus di fronte a me. Magari torna anche lui da un turno serale. Ripenso al napoletano incontrato nell’ascensore mentre stavo per andare a godere della mia pausa in libreria, un pisolino con la scusa di pretese letterarie. Ci chiamiamo fraté, il nostro equivalente del mate con il quale tanto spesso siamo apostrofati in modo bonario e rassicurante. Il nostro fraté è però più rassicurante: ci ricorda casa nostra. Ma è venerdì sera, e anche se non esco non è il caso di indugiare su nostalgie e pensieri contorti.

In fondo qui c’è posto per tutti, in fondo per la maggior parte di noi c’è un posto nel mondo. Strana la vita, c’è chi vaga da un posto all’altro collezionando timbri sul passaporto e non si decide e c’è chi, senza arte né carte, si tuffa nell’ignoto per poter anche solo sognare la gigante terra rossa. Anche domani sera lavoro, ma poi dopo vado all’Ellington.

Alessandro Vignale

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