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Redazione - 3 maggio 2013

In territorio nemico

Redazione - 3 maggio 2013

Point Lenana, le vette della razza (l'alpinismo non è roba da fasci)

Redazione - 3 maggio 2013
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L’immagine è quella di tre prigionieri italiani, Felice, Roberto e Giuàn, che scappano da un campo di prigionia inglese, scalano il monte Kenya e piantano il tricolore su Punta Lenana, 4985 metri. E’ il 1943: 17 giorni di fuga che terminano con il ritorno spontaneo degli italiani al campo di prigionia, l’ammirazione degli inglesi e un posto nella storia dell’alpinismo.

E’ la storia dalla quale parte “Point Lenana“, romanzo scritto a quattro mani da Wu Ming 1 e Roberto Santachiara, in uscita il 30 aprile (Einaudi, pp. 608  € 20,00). Un libro sfaccettato e complesso che ricostruendo la figura di Felice Benuzzi – alpinista, scrittore e diplomatico – ricostruisce un pezzo di Novecento: quello in cui la la montagna, pur essendo diventata terreno di conquista da parte dell’ideologia fascista, voleva dire libertà individuale. Dalle angustie quotidiane, dal nazionalismo, dalle avventure imperiali, dal nazifascismo infine.

“Il monte Kenya ha qualcosa del Monviso, ma lo batte”, pensa Felice guardando la cima dal suo campo di prigionia. Un’impresa sportiva, un’escursione che entra nella storia. Quasi un’mmagine da Domenica del Corriere (in realtà è la Tribuna Illustrata): patriottica, idealista. Ma chi è Felice Benuzzi? Un patriota, un nostalgico, un nazionalista, un fascista? Wu Ming1 e Roberto Santachiara partono alla ricerca delle motivazioni reali di Benuzzi ripercorrendo la scalata a Point Lenana accompagnati dalle pagine di “Fuga sul Kenya”, il libro che Benuzzi scrisse sulla vicenda, un racconto che diventa, man mano che lo studio avanza, “un ipertesto”, un libro dove le parole e le loro sfumature diventano cliccabili aprendo la strada a svolte e deviazioni su un secolo di storia.

La macchina narrativa di Point Lenana è complessa. “Ibridazione di saggistica e narrativa (sono parole degli stessi autori) un oggetto narrativo non identificato”. A tratti il testo sembra la sceneggiatura di un film. Ed è un film avvincente, appassionante, coinvolgente. Le dimensioni molteplici. C’è l’alpinismo negli anni della nascente passione popolare per la montagna, prima spontanea poi spinta e ideologizzata dal regime.  La figura triste e sfortunata di Emilio Comici che si interseca con la dimensione politica. E una poetica della narrativa di montagna che si fa metariflessione sullo stesso senso dell’impresa (letteraria) del novello scalatore Wu Ming1.

Ma perché si scrive di montagna? […] l’alpinismo si svolge in un’intersezione: presenta caratteristiche tipiche degli sport, ma molti suoi praticanti rifiutano con sdegno di considerarlo un’attività sportiva, né si definirebbero mai atleti. Lo ritengono più affine a un’arte, come la danza, oppure lo vivono come disciplina spirituale, stile di vita ecologico, attività esplorativa…La scrittura fa parte della performance, ha un ruolo essenziale….Senza il resoconto non esisterebbe l’alpinismo ma non esisterebbe nemmeno la montagna, intesa come costruzione culturale. […] L’alpinismo è l’apoteosi del corpo che si muove verso su, quindi verso il meglio. Non c’è alpinista che, giunto sulla vetta, non si senta migliore di quando si stava laggiù, sul piano, nel piattume dell’esistenza di ogni giorno.

La storia della famiglia di Felice va dalla fine dell’Impero Austroungarico all’imperialismo italiano. Wu Ming1 e Santachiara rileggono e demoliscono lo stereotipo “italiani brava gente”: dall’incendio del Narodni Dom all’irridentismo, dalla campagne coloniali alla promulgazione delle leggi razziali un unico filo rosso filo rosso sangue attraversa la storia d’Italia. Altro che accodarsi alle imposizioni dell’alleato tedesco, il razzismo segna la storia della nostra nazione ed è questo lavoro di certosina ricostruzione uno dei meriti principali di Point Lenana.

Basta porre l’accento su alcuni discorsi del Duce per disvelare la natura scientificamente razzista del fascismo italiano. Eccolo, Benito:

L’Italia sarà la potenza destinata a dirigere dal Mediterraneo tutta la politica europea! Ma per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre. Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si
deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere: il Brennero, il Nevoso e le Alpi Dinariche; sí, le Dinariche per la Dalmazia dimenticata! Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche!

 

 

Un delirio che travolge tutto: la toponomastica delle Alpi dal Carso al Sudtirol, i cognomi delle zone di confine (“un onomasticidio di Stato”) anche le politiche del Cai che scatena una caccia agli “afascisti” che vanno in montagna per amore della natura e della libertà e non per conquistare nuove vette alla patria. Un altro elemento storico importante: il ridimensionamento del consenso popolare al regime, un’altra dimensione che ripercorre tutto il romanzo.

Il 5 ottobre, un fiduciario padovano scrive che tra gli studenti della sua città “non c’è nessun entusiasmo per la guerra. Si dice poi che molti giovani si siano affrettati ad iscriversi all’Università (e a Venezia a Cà Foscari) nella speranza di sfuggire cosí a richiami sotto le armi”.

Non è l’unica bugia che attraversa la vulgata del Novecento italiano. Ex post c’è il negazionismo (verrebbe da dire: di Stato) sull’utilizzo criminale dei gas da parte delle truppe italiane in Libia ed Etiopia . Qui, Point Lenana si incrocia con Timira di Wu Ming 2. Una bugia consustanziale al mantenimento dell’immagine di un colonialismo buono fatto di strade e opere pubbliche.

Le leggi razziali del ’38 sono il culmine e la sintesi di un processo di lungo periodo: prima il fascismo ha sottomesso e  perseguitato sloveni e croati, poi si è dato al genocidio dei beduini, ai pogrom di somali e allo sterminio di abissini. In nessuno di questi casi ha inventato nulla, ha solo impresso nuovo impeto a tendenze già avviate nell’èra liberale, inasprendole e portandole al logico compimento. I nazionalsocialisti
tedeschi non hanno nulla da insegnarci: noi carburavamo a razzismo quando Hitler faceva ancora l’accattone a Vienna

Eccolo il Manifesto della razza

Nel luglio 1938 appare sui giornali italiani un testo dal tono perentorio intitolato Manifesto della razza. È presentato come la presa di posizione di dieci scienziati, ma Galeazzo Ciano, sul suo diario, ci racconta un’altra storia: «Il Duce mi annuncia la pubblicazione da parte del “Giornale d’Italia” di uno statement sulle questioni della razza. Figura scritto da un gruppo di studiosi, sotto l’egida del Ministero della
Cultura Popolare. Mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui».

Un manifesto che Mussolini presenta a Trieste, la città laboratorio dell’italianizzazione, dove si son fatte le prove generali di tutte le politiche razziste. Giusto per puntualizzare insomma. Che se no si arriva alle camere a gas e non si capisce come.

E l’alpinismo? Come ne esce dal fascismo? Certo, per vent’anni il Cai ha tentato di irregimentare anche la passione per la montagna. Ma non ci è riuscito, di fatto.

Andare in montagna per dimostrare a sé stessi di essere maturi e responsabili, forti e liberi. Una condizione alla quale «il fascismo non ci aveva preparati». Viene in mente quel che scriveva nel suo diario Ettore Castiglioni: […] il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro profonda essenza.

E’ stato proprio il fascismo, con il suo “aprire la montagna” a tutti, con la costruzione dei rifugi, a porre le basi del suo dissolvimento, a consentire ai partigiani di andare in montagna cambiando la semantica di questa espressione. L’alpinismo e l’impresa di Felice Benuzzi non sono mica roba da fasci.

In Point Lenana c’è questo e molto di più. E’ un’inchiesta storiografica sotto forma di romanzo, mi verrebbe da dire. E se la storia ci fosse raccontata sempre così la conosceremmo tutti meglio.

Luca Barbieri

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