Diari Porta Aperta Varie 28 agosto 2012

Girando tra solitari sentieri polverosi, ad un certo punto vi fermate e chiedete al proprietario di una bella casetta: “ Scusate, da che parte si trova … la fossa comune di Stari Kevljani?”. Non può certo capitarvi spesso, ma se siete nei pressi di Omarska, nella Bosnia settentrionale Sprska republika, vi può accadere. Poi, quando trovate il sito e scorgete nel verde di un prato una lapide, peraltro modesta, che ricorda che in quel luogo sono stati rinvenuti 456 corpi, allora vuol dire che siete vicini a sapere quanto è accaduto in quella zona nel 1992. Di quanto cruenta sia stata la guerra scatenata dai serbo bosniaci contro la componente Musulmana (con la emme maiuscola), e, vi assicuro, siete presi da un certo senso di spaesamento a camminare in quel luogo dopo aver letto che, anche se in bosniaco, la stele riporta un numero e una data bel comprensibili a chiunque: 456 che sta per il numero dei corpi ritrovati sottoterra, in una fossa comune, alla rinfusa; 2004 per l’anno del rinvenimento.(Vedi foto).

Prijedor si trova a 60 km da Banja Luka, la capitale della Republika Srpska, prima della guerra contava una popolazione di 112 mila abitanti, suddivisi secondo il censimento del 1991 in una maggioranza mussulmana (44%), cui si affiancava una parte serba di poco inferiore (42,4%) e una minoranza croata (5,6%). Come molte altre città della Bosnia-Erzegovina, anche Prijedor ha cambiato significativamente le sue caratteristiche demografiche nel periodo successivo. Al momento, secondo dati OSCE, vivono nella municipalità circa 17 mila rifugiati e IDP, internally displaced person o profughi interni, specialmente serbi della Kraijna o da altre regioni della Bosnia e 24 mila ritornati, in larga maggioranza mussulmani La posizione strategica di Prijedor, corridoio tra la Krajina croata e la madrepatria Serbia, nonché la presenza di un grande distretto industriale e minerario che ne avevano fatto uno dei centri dell’economia jugoslava, fecero sì che la città diventasse, sin dal 1991, uno degli obiettivi principali dei serbi di Bosnia. In breve tempo fu creata una struttura di potere, chiamata “comitato di crisi”, che dopo la guerra diventerà la “cupola” mafiosa locale, che gestirà la politica, l’economia e il controllo sugli aiuti umanitari. L’obiettivo principale, necessario alla presa del potere e al controllo del settore economico della città, è quello dell’eliminazione totale della popolazione non serba: “Lo scopo del ‘Comitato di crisi’ era stabilire un completo controllo serbo sul distretto di Prijedor, armare i serbi all’interno di quest’area, bloccare le comunicazioni dei non serbi, distruggere le relazioni multietniche in tutti i settori della comunità, usando la propaganda, gestire un furto organizzato delle risorse dei non serbi attraverso il controllo delle banche, l’appropriazione delle proprietà e le rapine”, da Helsinki Human Rights Watch. Anche in questo caso, come sottolinea Luca Rastello: “L’operazione architettata sotto le spoglie di una guerra di religione nasconde intenzioni di semplice rapina”. I non serbi potevano essere solo in numero inferiore al 2% della popolazione secondo i capi del partito serbo bosniaco.

Nei primi mesi del 1992 nella zona furono aperti quattro campi di concentramento, due dei quali, Omarska e Keraterm, divennero luoghi di torture e uccisioni quotidiane; Trnopolje fu usato come luogo di transito e ammassamento di donne, anche qui si registrano morti e soprattutto stupri sistematici e infine Maniaca, in teoria campo per prigionieri di guerra, in pratica luogo di detenzione per civili. In questi lager, soprattutto Omarska e Trnopolje, fu sterminata l’èlite politica ed economica della città. I beni e le proprietà sequestrate ed estorte ai deportati furono la base del potere del “Comitato di crisi”, il cui capo, Simo Drljaca, si assicurò in breve tempo una cartiera, un ristorante e un negozio di profumeria. Del “comitato” facevano parte, tra gli altri, anche Milomir Stakić, che sostituì il sindaco mussulmano liberamente eletto, poi deportato ed ucciso ad Omarska; Slobodan Kuruzović, diventato alla fine della guerra il direttore di un giornale locale; il presidente della locale Croce Rossa serba Srdjo Srdić e il futuro direttore dell’ospedale di Prijedor Milan Kovacević. Dei quattro campi, quello di Omarska è il più famoso.

Nel giugno  1992, Ed Vulliamy, inviato in Bosnia del quotidiano inglese Guardian, riesce ad ottenere il permesso per visitare il campo in questione: “La colonna dei prigionieri sbatteva le palpebre al sole mentre emergeva dal buio e spazioso hangar. Nel minuto che era loro concesso, divorarono l’acquoso stufato di fagioli. La loro pelle incartapecorita ricadeva sulle ossa. ‘Voglio raccontare la verità’, disse una figura emaciata, ‘ma non posso dire la verità’. Era l’ora di pranzo a Omarska, uno dei campi dove i serbi tenevano i prigionieri musulmani e croati. La verità – che sarebbe emersa solo più tardi – era che Omarska era uno dei più infernali campi di concentramento dei nostri giorni, a pochi chilometri da Venezia. Era un posto dove l’omicidio, la crudeltà e l’umiliazione erano diventati una perversa forma di divertimento. Le guardie erano spesso ubriache e cantavano mentre torturavano, picchiavano, mutilavano e massacravano i prigionieri. Per i fatti accaduti a Omarska, la commissione di esperti delle Nazioni Unite ha usato il termine ‘genocidio’. Il campo di Omarska era già stato quasi completamente svuotato prima che arrivassimo e fu chiuso rapidamente il giorno dopo la nostra visita. Era il più atroce simbolo non solo della guerra in Bosnia, ma anche dei nostri tempi”.

Gli articoli di Vulliamy e del futuro premio Pulitzer Roy Gutman, che raccolse testimonianze altrettanto agghiaccianti sul campo di Keraterm, scuotono l’opinione pubblica occidentale. Solo Francia e Stati Uniti chiesero l’ispezione internazionale ai campi di prigionia in Bosnia, dagli altri paesi (Italia in primis) arrivò soltanto un assordante silenzio. Sebbene i quattro campi furono chiusi in fretta e furia, la pulizia etnica prosegue e conosce un’ultima ondata nell’ottobre ‘95 quando, dopo essere costretti a pagare alla Croce Rossa locale una “tassa” per la propria espulsione, centinaia di donne e uomini, sopravvissuti ai precedenti stermini, furono caricati su pullman e spediti oltre la linea del fronte: di molti di essi si perdono le tracce.

La pulizia etnica a Prijedor, come nel resto della Bosnia, va letta quindi non come una conseguenza, bensì come l’obiettivo stesso della guerra, finalizzato al controllo politico-economico di un determinato territorio. Esempio emblematico di questo sistema mafioso è l’ospedale di Prijedor, il cui direttore, Milan Kovacević, fondatore del “Comitato di crisi” e responsabile dell’invio di prigionieri mussulmani (tra i quali figurano molti medici dell’ospedale), comanda con altri criminali anche il campo di Omarska, è accusato dal Tribunale Internazionale dell’Aia di genocidio e altri 21 capi d’imputazione. Il “padrino” Simo Drljaca, formalmente a capo della polizia locale, è alla guida dell’organizzazione criminale, che impone tangenti “su tutte le attività economiche e commerciali, sulla distribuzione degli alloggi, sugli aiuti umanitari, sulla protezione della polizia”. Le imprese da lui controllate risultano spesso vincitrici degli appalti degli organismi internazionali. Nel luglio ’97, con un blitz, un reparto speciale Nato arriva a Prijedor per arrestare Kovacević e Drljaca. Il direttore dell’ospedale è arrestato e messo su un aereo per essere immediatamente trasferito all’Aja, dove morirà pochi anni dopo in un carcere mentre stava scontando una condanna all’ergastolo; Drljaca invece ingaggia uno scontro a fuoco con i militari Nato e rimane ucciso. Negli anni successivi anche il sindaco Stakić è arrestato e processato in Olanda: nell’agosto 2003 il Tribunale lo condanna all’ergastolo per crimini contro l’umanità, persecuzione, omicidio e sterminio, cadute invece in sede dibattimentale le accuse di genocidio.

Così, a pochi chilometri dall’ingresso della miniera di Omarska, dove oggi vi accoglie un cartello con scritto “Benvenuti”, c’è quella fossa che avete cercato e trovato con fatica, la fossa “Stari Kevljan”, dove sono stati estratti i resti di 456 persone. Sul territorio delle miniere di Ljubija, secondo i dati della Commissione per la ricerca delle persone scomparse della Federazione BiH e delle famiglie degli scomparsi, si nascondono ancora circa 1700 cadaveri.

Tale terribile dato non impedisce ai nuovi proprietari della miniera di procedere con lo sfruttamento dei minerali.  Contro lo sfruttamento della miniera, prima ancora di aver finito con l’esumazione di tutte le vittime e prima di aver segnato tutti i luoghi di uccisione, non si sono pronunciati né il governo federale né quello statale. L’unica voce è arrivata dai sopravvissuti al campo e dalle famiglie degli uccisi, da alcune organizzazioni non governative, dalla già citata Commissione per la ricerca degli scomparsi della Federazione BiH e da Ed Vulliamy. La richiesta innanzitutto è di separare lo spazio intorno alla malfamata “casa bianca”, dove la gente fu rinchiusa e torturata in modo brutale e poi spesso uccisa. Inoltre, che sia ricordato decorosamente quel luogo di uccisioni, mettendo almeno una targa commemorativa come fatto per il campo di concentramento di Keraterm, alla periferia di Prijedor. Altra richiesta è che l’estrazione del minerale sia interrotto finché le vittime non saranno tutte riesumate. Da qui anche il silenzio dei media locali sulle vittime della miniera Ljubija, mentre tutti tessono le lodi dei successi dell’esportazione della ricchissima famiglia indiana Mittal, che non ha trovato nemmeno un euro per commemorare le vittime dei campi di concentramento, nonostante le promesse. Le Ong Srcem do mira di Kozarac, l’Associazione dei ex prigionieri del campo di concentramento ”Prijedor 92”, Bosnian Network della Gran Bretagna, Izvor di Prijedor e Optimisti dell’Olanda hanno protestato direttamente con l’ufficio di Londra del magnate dell’acciaio Lakshmi Mittal, uno degli uomini più ricchi del mondo, sponsor con la sua società Arcelor Mittal dell’Orbit, uno dei simboli delle recenti Olimpiadi a Londra.

Subdin Musić, segretario dell’Associazione tra gli ex detenuti “Prijedor 92”, ricorda che vicino alla tristemente nota “casa bianca”, mentre da lontano guardiamo le installazioni dell’attuale miniera di Omarska, si scorge un’altra costruzione più piccola: “la casa rossa”, di cui non ne parla nessuno perché … nessuno è mai tornato dopo essere stato rinchiuso in quel luogo. Si vedono entrambe le piccole case di lontano, dietro le reti e nonostante i 40 gradi vengono i brividi…

Mirsad Duratović, presidente dell’associazione ex detenuti “Prijedor 92”, dice che la campagna per un memoriale deve durare fino a quando Omarska non sarà delimitata in modo dignitoso. Duratović, che fu detenuto nei tre campi e ha perso un fratello, il padre e 40 membri della famiglia per la guerra, ha aggiunto: “Non stiamo cedendo il nostro diritto di ricordare e nessuno ci intimiderà. La Arcerol Mittal ancora non ha ci dato il permesso di mettere una targa commemorativa nel luogo delle torture e ci ha permesso di entrare per la rievocazione solo in questa occasione”.

Il 6 agosto, circa 500 persone, tra le quali ex detenuti e familiari degli scomparsi, hanno assistito alla cerimonia nella ricorrenza dei vent’anni dalla chiusura del famigerato campo di Omarska. Presenti anche il giornalista Ed Vulliamy, che rese nota l’esistenza del campo di detenzione. Secondo stime ufficiali, a Omarska sono stati rinchiusi circa 3-4 mila croati e mussulmani della zona e almeno 700 hanno perso la vita durante il periodo di detenzione, molti dopo atroci torture.

Centinaia di palloncini bianchi con i nomi di persone uccise nel campo di Omarska sono stati rilasciati nel cielo di Prijedor. Alla fine i partecipanti alla marcia “Per non dimenticare” hanno formato la parola “genocidio” in una piazza di Prijedor, usando cartelle per i libri con scritti i nomi dei 123 bambini e bambine uccisi nel 1992 in città.

Allora il sindaco di Prijedor, Marko Pavić dice bugie quando afferma (e l’ha detto durante un’assemblea che è stata registrata) che a Prijedor non c´e stato  “genocidio”? Il sindaco ha aggiunto, durante quell´assemblea, alla quale non hanno partecipato i rappresentanti mussulmani e croati, che si è deciso di non usare il termine “genocidio” e in più di diffidare tutti i media, siti web, ecc. di Prijedor di usare questo termine in futuro. Ad un’associazione locale, che aveva chiesto sostegno finanziario al Comune, è stata rifiutata la richiesta perché nella proposta del progetto usava il termine “genocidio”. In più è stata posta una penale contro quell’organizzazione e sarà così per tutti coloro che useranno il termine “genocidio”. Invece il termine “genocidio” lo usiamo senza temere il sindaco Pavić per ribadire che quelle pagine della guerra in Bosnia dal 1992 sono state uno dei momenti più bassi che certa umanità ha toccato nel XX secolo, quando dopo i lager nazisti si pensava che certi avvenimento non si ripetessero più e invece ci siamo tutti sbagliati: ancora non è contenta di sangue la belva umana…

Bruno Maran

(ha collaborato Igor Sovilj)

 

 





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