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Foto di Nicola Zolin, copyright riservato

Li ho incrociati ad Istanbul, i più giovani e i più abbienti, a cercare un presente differente lontano dalle bombe di Aleppo e dalle insicure strade di Damasco. Siriani in fuga dalla guerra, disgustati dal presente del loro paese, nauseati dalla politica e in massiccio afflusso verso la Turchia. Gente comune, come Hadi, che ha viaggiato fino ad Istanbul con la sua ragazza e che da settimane cerca un lavoro qualsiasi per riuscire a permettersi di sopravvivere in città. “Ho cambiato varie case a Damasco” mi racconta. “Quando ci dicevano che la zona era a rischio ci trasferivamo dall’altra parte della città, a casa di amici e parenti. Ora non voglio continuare a vivere in quella follia. I primi giorni della protesta sono sceso per strada a protestare, ma ora voglio soltanto vivere la mia vita”.

 

Li ho incontrati ancora nel Sud-est della penisola anatolica, con il capo avvolto nei loro turbanti, a camminare per le strade di Gaziantep, di Şanliurfa, di Diyarbakir. “La città é piena di siriani” mi ha raccontato un imprenditore della zona. “I primi sono arrivati l’estate scorsa e da allora la gente é arrivata incessantemente. Per noi sono i benvenuti”. Nella piazzetta di Şanliurfa, un piccolo chiosco conferma le sue parole. Un gruppo di cittadini raccoglie fondi per aiutare i profughi siriani, i fratelli siriani, la maggior parte dei quali parla in curdo, proprio come la maggior parte della gente della città. La gente sembra parlare con il cuore: “i poveracci in fuga dal conflitto vanno aiutati e questo ignobile conflitto deve terminare al più presto. Fino a che ci sarà Bashar Al-Asad al governo, questa situazione non può cambiare”.

La situazione é diversa nella provincia di Hatay, che con la Siria condivide le stesse differenze etniche e culturali. Ad Hatay sunniti e alawiti convivono pacificamente, ma il conflitto che ha luogo a pochi chilometri influenza giorno dopo giorno le opinioni della gente. Secondo il professore Serhat Erkmen, del Centro Studi sul Medioriente dell’Università Ahi Evran, “il continuo afflusso di siriani ad Antiochia sta creando dei problemi all’interno della popolazione. C’é una visione comune tra la gente che gli stranieri in transito ricevano delle armi e tornino poi in Siria a combattere con i ribelli. La gente sta reagendo sempre di più a coloro che nel linguaggio comune vengono definiti i ‘jihadisti’.” Per questi motivi, per una gran parte di persone ad Hatay, i siriani in arrivo non sono più considerati benvenuti, come lo erano poco dopo l’inizio del conflitto.

 

Stando ai numeri dei diplomatici turchi, i siriani che si sono sistemati nelle città turche, in cerca di ricostruirsi un presente, sono ormai 50,000. Nei campi profughi sistemati lunghi il confine turco-siriano invece, il numero di persone ha già superato le 100,000 unità. Sono cifre che il governo di Ankara ha definito come un preoccupante “limite psicologico”. Il governo turco teme che il problema dei rifugiati possa assumere proporzioni sempre maggiori. L’alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) prevede che il loro numero potrebbero aumentare in fretta fino a raggiungere le 200,000 unità.

Nicola Zolin

Photojournalist

www.nicolazolin.it

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