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Racconti della Cova – Storia di Marcela, immigrata perché non pioveva più

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Quel giorno, come ormai da anni, eravamo seduti intorno al tavolo per mangiare prima di cominciare il servizio. Ci sedevamo sempre al tavolo 15, nella saletta in fondo, grande abbastanza da ospitare tutti noi. “La Cova” per tanti padovani è il nome del ristorante, forse famoso, decisamente conosciuto, che si trova in piazza Garibaldi. Per me, che lavoravo da otto anni, era diventato un laboratorio sociale. Nel 2001, quando cominciai la mia avventura padovana, ero l’unico straniero, anzi non padovano, assunto. Addirittura il pizzaiolo era veneto!

Con il passare dei mesi, degli anni, le persone intorno al tavolo 15 sono cambiate continuamente. Il numero dei veneti è cominciato a diminuire costantemente, sostituiti da romeni, albanesi, moldavi, orientali, marocchini e …. meridionali. Eravamo un gruppo unito, addirittura avevamo creato anche sindacato, con una certa reticenza degli ormai ultimi dipendenti italiani rimasti, ma che a volte appellavano alle nostre conoscenze in materia, e per la disperazione degli ultimi titolari.

A me piaceva vedere interagire le persone con cui lavoravo, provenienti da culture così diverse. Mi piaceva fare domande provocatorie ai miei colleghi, cosciente del l’impatto che avevano su di essi, mettendo in discussione le loro convinzioni più profonde, stando però sempre attento a non offendere.

Quel giorno, mentre stavamo pranzando, abbiamo cominciato a parlare dei motivi per i quali avevamo deciso di immigrare, curiosi di sapere la storia di quella nuova collega romena arrivata da poco. Ormai avevo sentito tante storie raccontate da persone arrivate da terre lontane. Quelle dei romeni le conoscevo troppo bene ed erano tutte uguali, come uguale era anche la loro provenienza dall’est della Romania. La caduta del comunismo aveva prodotto il collasso dell’industria. Nella euforia della riconquista della libertà, non ci eravamo accolti che avevamo perso la guerra fredda e dovevamo  pagare il conto. Un conto molto salato, anche se, paradossalmente, non avevamo scelto noi la parte dalla quale stare in questa guerra. Ogni romeno che ha lavorato alla Cova portava la storia di una piccola cittadina che viveva intorno alla fabbrica. Fabbrica, che poi è stata chiusa, perché non più competitiva sul mercato libero, con le cui regole non eravamo più abituati. Chiusa la fabbrica, non c’era più niente da fare. Non sapevamo fare altro che lavorare nella catena di tipo fordista. All’improvviso il lavoro di tanta gente non era più utile. Così, in tanti hanno deciso di partire. Sicuramente, anche la storia di Marcela, la nuova collega, doveva essere uguale, mi dissi.

Comunque,  dopo la solita domanda provocatoria fatta a Mohammed sulla divinità – è stato Dio a creare l’uomo, oppure l’uomo ha creato Dio? – chiesi a Marcela il motivo del suo arrivo in Italia. Invece della solita risposta scontata, mi disse senza battere ciglio: perché non pioveva più, e continuò a mangiare con la stessa tranquillità di prima. La sua risposta talmente semplice, naturale, senza cercare risvolti sociali oppure filosofici, ebbe su di me la forza di un fulmine. In quel momento, la mia presunzione –credo comune a tante persone che hanno studiato e che pensano di sapere tutto – crollò di colpo. Mi resi conto di una realtà che non sapevo neanche esistesse. Domandai con la voce persa, cosa voleva dire, rifiutandomi di accettare l’ovvietà di quella risposta, bloccato nella mia abitudine di andare oltre nella spiegazione degli eventi che ci condizionano la vita. Mi guardò, come per domandarmi cosa c’è da non capire e, tra due bocconi, mi spiegò con la stessa tranquillità cosa vuol dire non piovere.

Dopo che aveva perso il lavoro di imballatore nella solita fabbrica che aveva chiuso, buttando nel cestino della storia la vita e le speranze di tanta gente, aveva messo in piedi una piccola fattoria, solo per il suo uso personale, che dava da mangiare a lei e alla sua figlia. Qualche gallina, due mucche e un piccolo orto intorno alla casa costruita da se stessa con mattoni di terra cotta al sole, come da secoli si fa nelle pianure a nord del Danubio. Nel 2002 fu un’estate arrida, che non permise grandi colture in mancanza di irrigazioni, seguita da un inverno rigido ma senza neve. L’anno dopo, la situazione peggiorò e seccò pure il pozzo, costringendola a vendere le mucche per non vederle morire di fame. Quando le staccarono la corrente perché non poteva permettersi più di pagare la bolletta, decise di partire per l’Italia a badare una signora anziana vicino a Messina.

E tutto questo, semplicemente,  perché non pioveva più.

Teodor Amarandei

3 comments

  1. Teodor, grazie, quello che scrivi e’ molto interessante. Infatti non ci viene ricordato molto spesso a scuola, ma grandi movimenti di popoli del passato, come le invasioni degli Unni, o degli altri popoli, sono state spesso iniziate dalla mancanza di pioggia che spingeva i nomadi a cercare erba da un’altra parte. Dopo il Danubio c’era l’Impero Romano, e le legioni, non cosi’ propense a lasciare entrare nuovi venuti in un territorio già “sistemato”.

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