Come andrà il Referendum in Veneto? E perché sarà proprio un flop?

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Referendum, ora una risposta senza più alcun alibi guardando allo spread con Milano

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Il dado è tratto, il referendum è andato, il quorum in Veneto ampiamente superato. Se alle 19 si è attorno al 50,1% di affluenza, si finirà verso il 60%. Poche osservazioni a caldo prima del ragionamento che bisogna forzatamente affrontare.

  • L’affluenza oltre il 60% è un segnale molto forte a Roma. Che prima di tutto gioverà a Luca Zaia. Anche se c’è stata la spinta di molti grandi sindaci del Pd (Variati e Manildo), anche se la richiesta di maggiore autonomia è stata veramente trasversale (anche tra chi non è andato a votare), è ora Luca Zaia – unico uomo politico riconoscibile in questa regione – ad avere in mano il pallino.
  • Impressionante la differenza con l’affluenza a Milano, unica metropoli europea d’Italia, unica capace di autogovernarsi senza bisogno di leggi speciali (non come Venezia): alle 19 l’affluenza di Milano Città Metropolitana era del 25%, in Veneto del 50%. Il malessere nella vera e unica locomotiva d’Italia è basso, molto basso. Il rapporto con Roma identico a quello del Veneto. Di chi è colpa questo spread nella bellissima classifica del malessere?
  • Questo referendum cambia anche gli equilibri della Lega: la figuraccia lombarda su voto elettronico, costi e risultati torna a spostare l’asse a est. Salvini perde (o meglio non vince) la sua battaglia più importante: e sicuramente non può intestarsi il risultato in Veneto. Il futuro di Zaia, più che nella trincea di Venezia, potrebbe essere a Roma.

Detto questo, veniamo al punto: ora bisogna dare risposta a oltre due milioni e mezzo di persone di centro, di destra, di sinistra che chiedono di cambiare le cose. Il primo a dover ascoltare seriamente questo voto è Luca Zaia: sta a lui, ex ministro della Repubblica, esponente di punta di un partito per tanti anni al Governo,  dimostrare ora di poter cambiare passo e passare dalla lamentela alla proposta. E poi al Governo e alle forze politiche che si confronteranno alle prossime elezioni. Ragionare a pezzi, nel disegno di uno Stato che Nazione non lo è mai diventata, sarebbe un errore. In gioco non è solo la maggiore autonomia del Veneto ma un assetto diverso del Paese che riesca a responsabilizzare le comunità ed evitare questa lunga, insopportabile, teoria di colpe sempre altrui.

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