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Sa indipendentzia?

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La più bella fotografia è quella che non si scatta. Questa frase è contenuta nella maggior parte dei manuali di fotografia analogica che io abbia letto. L’ho sempre considerata un truismo, finché sabato scorso, trovandomi a Sassari per una corsa podistica ed avendo lasciato la reflex in albergo, non mi sono reso conto di quanto senso avesse. Per raggiungere il punto di partenza, posto davanti all’università, dovevo, infatti, attraversare Corso Margherita di Savoia, la via parallela a Corso d’Angioy, una contraddizione storica quella sarda, che non per caso si palesa sin dalla toponomastica.

La scena che mi si pone davanti  a metà del cammino, è così interessante che non rinuncio a fotografarla con il telefono cellulare. Sono all’incirca le 8.40 del mattino. Come mostra l’immagine, un gruppo nutrito di signori di mezza età, di classe popolare, attende l’apertura di uno sportello discutendo animatamente. Sul muro, una scritta recita: indipendentzia, accompagnata dalla bandiera dei quattro mori. Dopo una breve ricerca su google earth, comprendo che il posto in questione è, probabilmente, la Casa della Fraterna Solidarietà, un ente caritatevole che tenta di aiutare chi soffre di povertà nel capoluogo settentrionale della Regione.

Il pensiero, immediato, è che in quel fotogramma di realtà quotidiana siano compresse tutte le contraddizioni di una Regione che usa come bandiera indipendentista un simbolo di dominazione, come quella aragonese; che ospita ricchezza e povertà, in uno scenario di crisi che si fa sempre più drammatico a livello soprattutto industriale e manifatturiero; che costringe 50enni e 60enni a vivere, sempre più, dipendendo dalle scarse risorse messe a disposizione dalle politiche sociali del Continente; che pensa e realizza lavori pubblici faraonici (basti pensare al nuovo polo bio-naturalistico della stessa Università di Sassari o alla tanto declamata Metropolitana di superficie) e non risolve ritardi strutturali  endemici (dalle strade, alla ferrovia).

La contraddizione, in fondo, è interna allo stesso indipendentismo: sostenuto con toni diversi da destra e sinistra, oggi è sempre più risorsa di una classe intellettuale che usa i blog per difendere la limba, ma che rinuncia a lottare politicamente. Gli indipendentisti sono, infatti, spesso, professionisti, intellettuali, giovani emigrati a Bologna, Milano, Padova, che sostengono con assoluta convinzione le proprie idee, ma che spesso, nel proprio progetto di vita non prevedono minimamente di ritornare nella propria terra, se non per le vacanze. Vivono una malinconia che viene solo parzialmente colmata dai sapori di gueffus, copulettas e curruxionis che comprano in aeroporto, prima di ripartire. E in fondo, dietro la parola indipendentzia riaffermano la frustrazione per un paradiso terrestre dei cui frutti godono soltanto gruppi industriali, turistici, energetici che succhiano risorse senza portare sviluppo alla Regione.

Vincenzo Romania

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