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Sant’Egidio in Africa, il sogno di Annalisa

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Annalisa Schiavon è l’uno su tre. Secondo una recente ricerca di Fondazione Nordest il 29,1% dei veneti si dedica ad attività di volontariato. Circa uno su tre, appunto. Per Annalisa, 37 anni e un impiego alla pianificazione informatica del Gruppo Generali Assicurazioni, tutto è cominciato nel 1996. «Studiavo ingegneria gestionale a Padova e non frequentavo gli ambienti cattolici né quelli parrocchiali ma la proposta della Comunità di vivere il Vangelo incontrando i poveri della mia città mi ha attratto». La Comunità è quella di Sant’Egidio, nata nel 1968 per opera dell’attuale ministro per la cooperazione e l’integrazione Andrea Riccardi. «Io ho cominciato con la preghiera comunitaria alla chiesa di San Luca, in via XX Settembre, e l’aiuto agli anziani», spiega Annalisa, che vive a Padova con un’amica, «poi mi sono spinta un po’ più lontano, in Albania fino ad arrivare all’Africa».


Nel gennaio 2002, esattamente 10 anni fa, la Comunità ha lanciato il programma Dream. «Il sogno – spiega Annalisa – era di curare l’Aids nell’Africa subsahariana con gli stessi strumenti utilizzati in Occidente». Cioè con i farmaci antiretrovirali. Questi sembrano ridurre in modo esponenziale la trasmissione “verticale” del virus HIV: le cure a una madre sieropositiva, secondo l’ultimo report della Comunità, hanno fatto nascere il 98% dei bambini sani. Circa 15 mila 600 bambini. Poco meno degli abitanti di Villorba, nel Trevigiano.

Dal 2003 ad oggi l’Africa è diventata la seconda casa di Annalisa. «Parto appena posso sfruttando le ferie». Il primo viaggio in Guinea Bissau («un Paese piccolissimo del quale nemmeno conoscevo l’esistenza») dove è tornata altre 5 volte, poi in Mozambico e tre volte in Malawi. «Il punto di forza del progetto è che si lavora fianco a fianco con i locali formati dal programma Dream». Sono circa 4000 i professionisti africani che si occupano della gestione della cura antiretrovirale. «La maggior parte di questi sono donne, spesso loro stesse sieropositive che uniscono alla sensibilità per la malattia una grande professionalità». I centri di cura sono 33, dislocati in 10 Paesi subsahariani. La terapia utilizza i test di carica virale,  esami di biochimica e le più comuni analisi del sangue. Il costo è di 600 euro annuale a paziente. Mentre 500 euro possono bastare per far nascere un bimbo sano da una madre sieropositiva.

Soldi che arrivano nei modi più disparati. Racconta Annalisa: «Quest’anno a Padova nel banchetto davanti al municipio abbiamo raccolto circa 2000 euro dalla vendita dei giocattoli usati rimessi a nuovo». L’iniziativa si chiama Rigiocattolo, si svolge in tutta Italia, ed è una delle fonti per finanziare il programma. Recentemente la Comunità ha ammesso di aver preso finanziamenti da Finmeccanica.  «Ma per un periodo limitato di tempo», ha precisato Mario Marazziti, portavoce della Comunità. Il sostegno dell’industria italiana attiva nel settore della difesa ha reso possibile l’acquisto di un immobile da dedicare a un centro Dream, presso la città di Conakry, in Guinea. Annalisa ci tiene a precisare: «A volte mi sembra che si formino e circolino dei miti sulla Comunità che sarebbe secondo alcuni una “lobby potentissima”». Qualcuno, in effetti, l’ha ribattezzata l’Onu di Trastevere. Il fondatore è da novembre uno dei ministri del governo Monti, ma Annalisa non ha dubbi: «Andrea Riccardi ha accettato la nomina in una stagione eccezionale in cui occorre dare un contributo per far uscire il Paese dal periodo di crisi. Noi continueremo a stare accanto ai poveri, a cambiare le loro condizioni di vita e a portare avanti le battaglie per i loro diritti».

Davide Lessi

3 comments

  1. Sono un’amica di Annalisa: ammiro tantissimo quello che fa e la sua dedizione alle persone meno fortunate..se veramente fossero uno su tre le persone così, il mondo sarebbe certamente migliore!

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