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Questo articolo di Marco Bettiol è tratto da Il Bo, rivista on line dell’università di Padova http://www.unipd.it/ilbo

Giovanni Sartori ha dedicato l’editoriale del Corriere della Sera del 23 gennaio scorso al tema della disoccupazione. Riassumo la tesi principale dell’articolo. Sartori sostiene che l’idea di un’economia basata solo sui servizi è fallita, la disoccupazione aumenta e quindi è inutile continuare a sfornare “dottori”, bisogna tornare a guardare agli istituti tecnici per formare professionalità legate “all’economia verde, al ritorno alla terra e anche alla piccola economia delle piccole cose”. In sostanza, Sartori sembra volerci dire che è meglio tornare a fare gli idraulici che essere laureati e disoccupati.

Credo che questa lettura, per quanto possa apparire di buon senso, si basi almeno su due presupposti sbagliati. Il primo riguarda la statica contrapposizione tra professioni “intellettuali” (avvocato, commercialista, ingegnere, ecc.) e manuali (elettricista, idraulico, sarto, ecc.) che vede le prime basate sulla conoscenza e le seconde sulla forza fisica e sulla pratica. Niente di più sbagliato. Richard Sennett prima e Stefano Micelli poi hanno ben evidenziato quanta conoscenza (tacita) si celi dietro l’abilità manuale di un artigiano. L’innovazione tecnologica prima confinata a specifici ambiti (quelli dell’immateriale), si sta diffondendo anche nelle attività che consideravamo tradizionali, trasformandole. Fare agricoltura oggi, o essere un artigiano non è il ritorno a un passato antico. Tutt’altro. Come ha evidenziato Carlo Petrini, significa fare ricerca, innovare reinterpretando la tradizione. Altro che limitarsi a zappare la terra, l’agricoltore di oggi usa l’iPad e Facebook. Tornare a fare l’idraulico può quindi essere più difficile di quanto si possa pensare. Richiede il dominio di una quota crescente di conoscenze che completano il lavoro manuale. Bisogna conoscere le nuove tecnologie di riscaldamento, i nuovi materiali legati al risparmio energetico, saper utilizzare software per fare calcoli precisi, ecc. In sostanza quella separazione netta tra professionalità ad alta intensità di conoscenza (astratta) e manuali viene sostanzialmente meno, aprendo nuovi scenari sul fronte del lavoro e offrendo la possibilità per la definizione di nuove attività imprenditoriali. Cosa che sta avvenendo ad esempio nel settore della produzione di birra: in Italia negli ultimi anni sono nati 450 microbirrifici.

Il secondo presupposto riguarda il ruolo dell’università che secondo Sartori diventa sempre meno rilevante a favore degli istituti inferiori, in particolare quelli tecnici. Al contrario penso che l’università rappresenti un elemento fondamentale per favorire la crescente ibridazione in corso tra saperi astratti (servizi) e pratici (artigiani). A patto di rivedere il sistema dei percorsi formativi e delle lauree. L’attuale offerta di formazione è infatti rigidamente organizzata per corsi di laurea composti da un numero di materie definite da vincoli ministeriali, con poche possibilità di personalizzazione. Questo vincola chi decide di frequentare l’università ad un certo numero di anni e ad un dato insieme di materie. Dovremmo invece pensare di rendere i nostri corsi universitari meno vincolati sia in termini dell’ampiezza delle materie accessibili sia del tempo. Dovremmo avere meno corsi di laurea (gli stretti necessari ad esempio per alcune categorie professionali come i medici) e lasciare agli studenti la possibilità di costruirsi in autonomia un proprio percorso, sulla base dei propri interessi. Pensando anche che la formazione universitaria non debba necessariamente terminare con una laurea. Alcuni potrebbero infatti completare la propria formazione ad intermittenza, facendo uno o due corsi, per poi tornare alla propria attività lavorativa e poi, perché no, rivolgersi di nuovo all’università. Se magari non avete il tempo o l’interesse per laurearvi potreste, anche continuando a fare l’agricoltore essere interessati a seguire alcuni corsi ad agraria piuttosto che a chimica o a biologia per accrescere le vostre conoscenze e sperimentare nuovi soluzioni. Sul fronte degli istituti tecnici, convengo con Sartori che devono essere potenziati, non solo dal punto di vista formativo ma anche da quello della loro rilevanza culturale: per troppo tempo abbiamo considerati questi istituti di serie B rispetto alla supposta qualità dei licei. Questo non significa però che il legame con l’università non vada rafforzato, anzi.

Marco Bettiol

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