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La domanda che mi viene posta più di frequente, benché viva in Svizzera da quasi due anni, è sempre la stessa e non è solo a causa del mio accento che spesso accade di attirare involontariamente l’attenzione. Tuttavia, con il passare del tempo ho compreso come il sentirmi ripetere “di dove sei?” fosse assolutamente normale.

Pur parlando la stessa lingua di compagni di università o di clienti e fornitori, in Svizzera gli stranieri sono quasi il 23% del totale degli abitanti e nonostante la presenza di movimenti politici che spingono verso un contenimento delle politiche migratorie e nella direzione di un distacco anti-europeistico, la Svizzera ha sempre basato la propria ricchezza sulla multiculturalità, e sul plurilinguismo. Le lingue ufficiali sono infatti tre: tedesco, francese ed italiano.

Quello che stupisce lavorando e vivendo in questo Paese, ma allo stesso tempo stando a 40 minuti da Milano, è proprio come le profonde differenze culturali della popolazione riescano a convivere e a creare valore. Il vero vantaggio competitivo del paese, e insieme la fonte dei più accesi dibattiti, è da identificarsi proprio nella sua attrattività, non solo per i capitali -come l’immaginario suggerisce- ma soprattutto per le risorse umane. I motivi e gli indicatori di questa si sprecano: è considerato “best place to born in 2013” dall’Economist; è uno dei paesi con il più alto GDP pro capite al mondo; il debito pubblico è circa al 52%del PIL; l’nflazione è negativa e nel 2012 è stata mediamente del – 0,69%; la disoccupazione è al 3,1%…Credo sia inutile continuare oltre.

Pur essendocene molto, non è tutto oro quel che luccica. E’ comprensibile che il costo della vita sia estremamente elevato e che alcuni servizi che in Italia diamo spesso per scontati qui non lo siano affatto: le cure mediche, ad esempio, necessitano di un’assicurazione sanitaria obbligatoria; le polizze sono estremamente personalizzabili, offrono servizi complementari di ogni tipo, ma sono care. Quando decisi di cogliere la possibilità di trasferirmi qui, non considerai minimamente tutti questi aspetti, dati o indicatori, ma cercai di guardare le cose in prospettiva. Lasciai il mio eterno contratto a progetto a due passi da casa, per un progetto nuovo che verso la fine del 2011 partiva da zero. In questo anno e mezzo, ho dapprima terminato il bachelor in corporate communication e attualmente frequento la passerella per il Master of Science in business administration presso SUPSI. Inoltre lavoro in un’impresa sociale che si occupa di analisi della reputazione online di brand ed individui, supporta all’ecosistema dell’innovazione che si fa impresa e sviluppa programmi di formazione continua; da marzo saremo su La3 on un programma condotto da Andrea Scanzi.

A prescindere dalle difficoltà che l’intraprendere un’esperienza all’estero comporta o alle motivazioni che hanno spinto me ed altri a scelte simili, vorrei sfatare alcuni miti riguardanti la cosiddetta “fuga dei cervelli” e tutta la vetero-retorica che sento a riguardo. Per prima cosa non facciamoci ingannare: si può rimanere in Italia e crescere professionalmente, ma il Paese non è attrattivo, nessuno con un sogno nel cassetto o una tecnologia scardinate viene in Italia per realizzarla, semplicemente perché in Italia -attualmente- non ci sono le condizioni necessarie. Iniziative come “io voglio restare”, per quanto d’impatto, sono retoriche ed inutili. Se avete la possibilità e reputate possa essere un’occasione per mettervi alla prova: andatevene. I cambiamenti che servirebbero al Paese, sono strutturali ed anche se venissero compiuti oggi, impiegherebbero anni per portare i frutti sperati. Non si può chiedere “ai giovani” come li chiamano, quasi fossero una scomoda minoranza, di perdere gli anni più importanti dal punto di vista formativo e professionale aspettando un cambiamento che a guardar bene viene declamato dai tempi del rigore di Baggio; tempi in cui avevo ancora qualche dente da latte. Con questo non è mia intenzione fare una prolusione sulla necessità di abbandonare in massa il Belpaese, né è mia intenzione puntare il dito su quanti intendono rimanere in Italia e perché no cambiare le cose: hanno la mia massima stima. Il mio discorso è destinato a quanti sento continuamente lamentarsi della crisi e della situazione in cui versa la nazione, a quelli che mi dicono “Beato te che te ne sei andato” – come se avessi vinto alla lotteria o fatto tredici al totocalcio. A tutti questi, il mio modesto consiglio ed una preziosa lezione che ho imparato: se non sei soddisfatto, cambia. Per fare questo, non è ovviamente necessario trasferirsi in capo al modo o aprire un bar sulla spiaggia alle Maldive -desiderio di fuga esistenziale oramai di moda- tuttavia un periodo all’estero restituisce molto. Ti permette di entrare a contatto con culture, modi di vivere e mercati differenti e di imparare l’arte di arrangiarti, di superare quelle paure che sono alla base, forse, dello stereotipo del “mammone nazionale”. E’ innegabile che tutto questo rappresenti un forte vantaggio competitivo sia nel mercato del lavoro, che nella di curva di crescita individuale.

A livello economico e sociale tale mancanza di attrattività e diversità culturale pesa sull’Italia, imprese globali come Google o Twitter, non sarebbero mai potute nascere in Italia, ma sono nate nella Bay area perché essa esprime l’ecosistema che più di altri riesce ad anticipare e guidare il cambiamento: a livello accademico ed imprenditoriale.
A chi vorrebbe oggi questo ecosistema in Italia, a chi sogna oggi delle possibilità diverse a livello professionale o imprenditoriale, temo di dover dare loro delle cattive notizie. Ma è possibile far parte di questa ricchezza culturale, di questa diversità ed acquisirne il più possibile. Solo così, solo tornando con questo bagaglio si potrà cambiare il futuro del Paese. In deifnitiva: i migliori sono quelli che tornano.

Gianmarco Alvisi

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