Lasciata Parigi, inizia il secondo semestre e ci trasferiamo tutti in Portogallo, ad Evora. 130 Km da Lisbona, al centro dell’Alentejo, è una piccola cittadina di poco più di 50.000 abitanti.
Una cittadina da cartolina appunto. Il centro storico nel 1986 è stato dichiarato patrimonio mondiale dall’UNESCO. Piazzato su una collina, in cima i resti di un tempio romano e la cattedrale, è cosparso di chiese e chiesette, e fatto di un’infinità di viuzze.
Piuttosto strette e tendenzialmente senza marciapiede, sono definite dalle pareti delle case. Fondo in pavé, molto bello, ma non esattamente una gioia per i piedi. Le vie pedonali sono molto molto poche, la maggior parte sono carrabili, motivo per cui bisogna convivere con macchine e camioncini che scorrazzano su e giù. Ma nonostante siano più che mai fastidiosi, il loro transito fa sì che nessuno esercizio commerciale abbia l’insegna sulla strada. Si cammina e non c’è alcun segno di riferimento evidente. Solo le casette che segnano le viuzze, incorniciate di un giallo scuro, un po’ sobrio e un po’ infuso di aranci e limoni.
E se niente ti avverte, allora ti guardi intorno con immediatezza. A raso del muro, tocca voltarsi anche fermarsi, a volte stupirsi. Diciamo che ispira curiosità camminare per Evora.
Nella piazza principale c’è sempre un castagnaro, che pare faccia delle castagne molto buone, ma che affumica gli avventori nel raggio di 20 metri. Allontanandosi verso nord est – le coincidenze – si arriva all’università, un bel palazzo monumentale pieno di azulejos. Seconda del Portogallo per data di fondazione, dopo Coimbra, era originariamente affiliata alla Compagnia di Gesù, poi chiusa nel ’700, insieme all’ordine, e riaperta negli anni ’70, lancia una sfida al canonico e assai scadente merchandising universitario.
Per gli studenti, ma solo per quelli davvero attaccati alla maglia, c’è una “bella” divisa nera, giacca, pantaloni o gonna e mantello neri, con camicetta bianca, un affezione che vale 140 euro, dove si infrange l’ispirazione egalitaria della divisa!
Poco vicino invece una colonnina per ricaricare auto elettriche, premio arredo urbano meno utilizzato! E ancora giù si esce dalla mura cittadine in buona parte circondate da parcheggi, come giustamente confa ad un centro turistico.
L’uscita è a suo modo un ritorno agli anni ’70. Di fronte al benzinaio un’inedita accoppiata: un auto della polizia che sembra uscita da un telefilm americano e fuori due poliziotti con dei giubbotti marroni in pelle e al profumo di grigiore – eredità di qualche guardaroba sovietico – .
A qualche metro di distanza un nonnino seduto su una bicicletta di fianco all’ingresso del supermercato. La bicicletta è sollevata e bloccata a terra da due piedistalli. Lui pedala. All’ingranaggio anteriore è legata una seconda catena che muove una ruotina metallica attaccata al manubrio sulla quale affila dei coltelli. Un po’ incuriosito e un po’ divertito, arrivo a casa. Dove tocca abbandonare il tepore esterno per un bel freschino.
Freddo fa freddo. Ma l’inverno di due mesi l’anno non è sufficiente per installare un impianto di riscaldamento. E allora via di termosifone elettrico che gonfia la bolletta. Ma guai ad accenderlo al massimo che altrimenti salta la corrente.
Mattia Gusella
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Mattia Gusella ho 23 anni e una grande passione per la storia, sufficientemente grande da farmi abbandonare l’idea di fare ingegneria. Dopo un anno di università scopro il mondo dell’associazionismo e della rappresentanza studentesca che faticosamente convivono con lo studio. Cosí mi laureo nel dicembre 2010 e da questo settembre ho iniziato una laurea specialistica internazionale, chiamata TPTI (Tecniche, patrimonio e territori dell’industria), che mi porterà in 4 diversi paesi.





