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nobilhuomo - 20 maggio 2014

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Sebastião Salgado a Singapore – un economista insolito nella Città degli Affari

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Prima della conferenza,  ho parlato in Portoghese con il grande Sebastião Salgado

Prima della conferenza, ho parlato in Portoghese con il grande Sebastião Salgado

Il 19 Maggio di sera qui a Singapore ho incontrato uno dei fotografi contemporanei più apprezzati al mondo: Sebastião Salgado.

Che nel suo tour mondiale sia arrivato prima a Venezia  dal 1 febbraio a metà maggio 2014,  alla Casa dei Tre Oci,  che a Singapore, mi ha fatto certamente piacere.

Rivederlo ancora qui, alla galleria Sundaram Tagore, è stato sublime.  Art Stage Singapore ha organizzato uno dei suoi ciclici Art Salons, ovvero salotti letterari, dove questa volta i temi in discussione erano esplorare la possibilità che la Natura resti intatta e se e come l’Arte possa contribuire a questo fine.  Ospite principale a discutere con il pubblico era Salgado. Gli faceva compagnia una Parlamentare di Singapore, la D.ssa Faiza Jamal, impegnata da oltre un decennio negli studi delle quasi sconosciute popolazioni aborigene della penisola malese.

Che sia possibile ancora l'esistenza della Natura incontaminata, e ha forse l'Arte il potere di aiutare questo processo?

Che sia possibile ancora l’esistenza della Natura incontaminata, e ha forse l’Arte il potere di aiutare questo processo?

Salgado ha aperto la serata raccontandoci come è iniziato il suo rapporto con la fotografia. Il suo parlare caldo e passionale, pur se in una lingua a lui estranea, l’Inglese, è reso affascinante dalla brasilianità del suo essere. Le parole inglesi che assomigliano al loro equivalente latino, lui le pronuncia sempre alla portoghese. Cosí “mutation” diventa “mutação”.  Iscritto all’Università di São Paulo nel 1963 dove ha studiato economia fino al 1967, sia lui che la moglie, impegnati attivamente contro la dittatura militare in Brasile, si sono visti costretti ad emigrare a Parigi nel 1969. Una volta a Parigi hanno appreso di essere stati privati della cittadinanza brasiliana dalla giunta militare. In Francia Sebastião scrive una tesi in economia, che gli frutta presto un incarico nell’Organizzazione Internazionale del Caffè (http://www.ico.org/) a Londra.

Con questo lavoro Salgado ha la possibilità di viaggiare spesso in Africa, per seguire lavori che sono anche frequentemente commissionati dalla Banca Mondiale. Ed è in Ruanda che Salgado fa il suo primo servizio fotografico con la Leica sua moglie.

Appena torna a Parigi, le sue fotografie vengono pubblicate e diventa famoso. Qui si sente prendere dalla fotografia e decide di rinunciare al suo lavoro di economista per seguire la sua passione.

Qual è il messaggio di Salgado?

Mentre ci guarda, sembra quasi provare pena per noi, ma con affetto, come se fossimo dei bambini che si sono persi una parte del grande film della vita e che non sanno come potrebbe andare a finire.  Salgado ci racconta come nei suoi viaggi per la Organizzazione Internazionale del Caffè prima, e in quelli successivi, è stato testimone di un cambiamento epocale in molte società umane, in cui milioni di individui lasciavano la terra per trasferirsi nelle città e lavorare nelle industrie.

Questo sradicamento ha prodotto effetti devastanti per il Pianeta, ed è stato il tema del suo lavoro “Esodo”.

Quando Sebastião Salgado ha terminato Esodo, alla fine degli anni ’90, aveva visto così tanta violenza che aveva perso ogni fiducia nell’essere umano e si era ritrovato sull’orlo di una depressione. Si era allora ritirato nella sua città natale di Aimorés, nello Stato brasiliano del Minas Gerais. Qui i suoi genitori hanno una ‘fazenda’, dove il fotografo aveva trascorso la sua infanzia. L’area aveva però col tempo subito un forte disboscamento e alla fine i genitori gli hanno trasferito il titolo di la proprietà. In quel momento Leila, compagna di vita e di lavoro di Salgado, ha avuto l’idea di riforestare quel pezzo di foresta atlantica. Così è nato il Progetto Terra. Da allora sono stati piantati più di due milioni d’alberi. Salgado ha così visto rinascere la vita, ciò che gli ha infuso un’energia tale confluita nell’idea di Genesi, ossia provare a mostrare cosa è ancora intatto sul nostro pianeta. Un progetto per il quale ci sono voluti due anni di preparazione, otto anni di viaggi – dall’Antartico all’Artico, passando per il Borneo, le Galapagos e l’Amazzonia – e altri due anni per pubblicare il materiale.

Gli occhi di Salgado sorridono; ci chiede: -sapete quanto costerebbe riforestare le montagne con le sorgenti del Rio Delle Amazzoni?- fa una pausa e dice: -due milioni di dollari-. Il pubblico ammutolisce, pensando che sia una cifra davvero astronomica, e contemplando le fine del Pianeta a causa dell’impossibilità di racimolare una tale somma. In quel momento Salgado tira fuori quattro dita della sua mano sinistra ed aggiunge: -il costo di quattro jet militari-.  Improvvisamente sono chiari due concetti: da un lato, le spese militari sono altissime, e dall’altro si spende in morte una somma che potrebbe essere investita nella vita. “Se non proteggiamo il suolo, riforestandolo, l’erosione e l’esposizione diretta al sole prima o poi seccheranno le sorgenti alimentate dalle pioggie” dice Salgado, continuando: “E il bene più prezioso che abbiamo qual è? L’aria che respiriamo. Senza aria non si può vivere.  Senza alberi non c’è più aria. Quindi riforestare significa salvarsi la vita”.

Tuttavia un luogo dal quale chi può permetterselo cerca di allontanarsi appena possibile per ritrovare un po’ di equilibrio. Il membro del parlamento di Singapore D.ssa Faiza Jamal prende la parola spiegandoci il significato della parola malese “jakun”. E’ un termine derogativo che vuole descrivere un selvaggio, una persona che non sa niente ed è appena uscita dalla giungla. In origine questa parola descrive, in malese, una tribù di aborigeni della Penisola Malesiana, i “Jakun”, ed è successivamente diventata un insulto.

rompicapo della foresta pluviale malese

rompicapo della foresta pluviale malese

Ci chiede la D.ssa Jamal: – è poi vero che questi aborigeni non sanno niente? In realtà questi individui hanno una cultura orale che ha incorporato nei millenni le varie conoscenze acquisite tramite l’esperienza. Non esiste una biblioteca con i testi scritti della letteratura di queste popolazioni, eppure esiste la loro conoscenza accumulata. Ci sono moltissime piante nella foresta pluviale. La biodiversità è una ricchezza essenziale del Pianeta. Diverse piante possono fornire antibiotici, rilassanti, eccitanti e una vasta gamma di medicinali i cui effetti sono stati spesso riconosciuti dalla medicina moderna. Se uno non parla la lingua degli aborigeni, anche detti “orang asli” in malese, ovvero “uomini originari”, non può capire fino a che punto la loro cultura sia sviluppata.- Faiza fa circolare un oggetto fatto di bambù al quale è legata una cordicella, e ci chiede di guardarlo e di suggerire cosa potrebbe essere. Chi dice si tratti di uno strumento per tessere, chi di un oggetto rituale e alla fine arriva la risposta giusta: è un rompicapo. Chi lo ha in mano deve riuscire a districare la cordicella dalla struttura di bambù.

Un popolo che può pensare ad un rompicapo, ad un oggetto concepito per il piacere di esercitare le proprie facoltà intellettuali e non per un uso pratico, un popolo così può definirsi davvero completamente “primitivo”?

Qui Faiza Jamal si ricollega al discorso di Salgado: lo sradicamento dal territorio porta all’alienazione e alla distruzione. Nel caso dei Jakun, due fattori molto potenti stanno portando alla perdita del loro patrimonio culturale. Da un lato la presenza sempre più invasiva delle piantagioni di palma da cocco, una monocoltura che esaurisce velocemente le risorse di un terreno povero, e che porta poi all’erosione. Dove scompare la biodiversità, scompaiono per i Jakun anche le risorse per procurarsi cibo e medicine.
La seconda minaccia viene dal confronto con la cultura maggioritaria: centri commerciali e trasporti che annullano le distanze rendono inutili le conoscenze dei vecchi, che non sono trasmesse alle nuove generazioni. In questo modo tutto il sapere orale basato sulle esperienze del territorio scompare. La D.ssa Jamal ci racconta divertita come quando ha chiesto a delle ragazzine chi conoscesse le loro vecchie storie, le ragazzine Jakun si sono sorprese che qualcuno volesse ascoltare le cantilene di una megera. Incuriosite (se la curiosità verso ciò che è tuo viene da “fuori”, acquisisce un valore diverso) e hanno cominciato ad imparare ed apprezzare le loro stesse radici.

Nel nostro caso, di abitanti di una cultura urbana, vale esattamente la stessa legge: sradicandoci dal territorio ci autocondanniamo.

Salgado conclude con una nota ironica, molto brasiliana. Rivolgendosi al pubblico, per metà costituito da espatriati e per metà da Singaporiani, dice: – se guardate bene quello che c’è nelle vostre case, il 95% sono (usa questa parola) “bullshit”. In fondo, i vostri nonni vivevano nelle palafitte e non avevano nessun uso per tutti quegli oggetti.

di Giovanni LOMBARDO, Singapore, 24 Maggio 2014

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