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Foto di Laura Bastianetto

Foto di Laura Bastianetto

Noi italiani siamo bravissimi a dimenticare, a fingere di essere stati altrove. E’ successo durante il fascismo, è successo durante il leghismo. Quando essere neri è diventato reato e clandestino era quasi una categoria dell’anima. Quello che sta avvenendo in questi giorni, l’abrogazione del reato di clandestinità, è un fatto storico che sta passando ingiustamente sottosilenzio. Ci viene da pensare che ci sia della cattiva coscienza da parte di chi non ne parla.

Certo aiuta anche l’irrilevanza pratica della cosa. Come sottolinea infatti la Fondazione Leone Moressa, l’abrogazione del reato di clandestinità non rappresenterà di sicuro uno “svuota carceri”: nel 2013 meno dell’1% dei detenuti in Italia è in carcere per reati legati alla legge sull’immigrazione, la cosiddetta Bossi-Fini. Negli ultimi sei anni si è registrata una forte diminuzione di tutti i valori relativi all’applicazione del reato di clandestinità: numero di detenuti, espulsioni per via giudiziaria e provvedimenti amministrativi.
La Fondazione Leone Moressa ha confrontato i dati ufficiali del Ministero della Giustizia sui detenuti nelle carceri italiane con i dati del Ministero dell’Interno sui provvedimenti amministrativi. Dimezzato il numero di detenuti per reati sull’immigrazione. Negli ultimi sei anni sono diminuiti del 50,2% i detenuti per reati legati alla legge sull’immigrazione, passando da 2.357 nel 2008 a 1.174 nel 2013. La diminuzione è dovuta in parte alla trasformazione nel 20111 di alcune pene da incarcerazione a pecuniarie, che
hanno portato il reato di clandestinità ad essere punito solo con un’ammenda (da 5.000 a 10.000 euro). I detenuti per questo tipo di reati rappresentano nel 2013 appena lo 0,9% del totale dei detenuti, e anche considerando i soli stranieri la quota arriva appena al 2,8%. Niente “svuota carceri” dunque.
Quasi azzerate le espulsioni decise dal giudice. Osservando i dati relativi al monitoraggio dell’applicazione della legge Bossi-Fini, si osserva una drastica riduzione del numero di persone coinvolte nei provvedimenti giudiziari (e di conseguenza di quelle condannate ed espulse), cominciata nel 2011 e divenuta ancora più massiccia nel 2012. Il calo del 2011 è dovuto alla sentenza della Corte Europea del 28/04/11, che aveva reso inapplicabile la pena della reclusione relativa ai procedimenti in corso (costituenti la maggioranza dei
procedimenti iscritti), giudicandola troppo aspra e contraria a quanto stabilito dalla Direttiva “rimpatri” 2008/115/CE. I giudici, pertanto, hanno provveduto, per i procedimenti in corso a limitare le condanne. Con il D.L. n. 89/11, la pena è stata trasformata in una multa. A seguito di queste modifiche legislative, dunque, nel 2012 le espulsioni per via giudiziaria sono state appena 112 (-98,3% rispetto al 2008) e questo tipo di provvedimento ha coinvolto complessivamente (tra assolti e condannati) meno di un migliaio di cittadini stranieri.
Dimezzato il numero di persone coinvolte in provvedimenti amministrativi. L’espulsione amministrativa, disposta dal Ministero dell’Interno o dal Prefetto per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato, ha fatto registrare dal 2008 al 2012 una forte riduzione nel numero di persone coinvolte (-49,2%). Nonostante l’aumento dei respingimenti alla frontiera (+6,4%), le persone allontanate dall’Italia sono complessivamente diminuite (-
23,3%). Il rapporto tra allontanamenti e persone coinvolte è di circa 1 ogni 2, più alto rispetto al dato del 2008 (1 ogni 3). Secondo i ricercatori della Fondazione Leone Moressa “negli ultimi anni la normativa sull’immigrazione ha perso gran parte della propria efficacia, come dimostrano le riduzioni drastiche del numero di detenuti, condannati ed
espulsi. In tale situazione, appare opportuno l’intervento legislativo avviato in Senato volto a modificare le legge vigente, trasformando in illecito amministrativo il reato di ingresso illegale e limitando il rilievo penale solo ad alcune violazioni specifiche.”

Ed ora, ci sia permesso, avanti con lo Jus Soli.

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