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"Siamo tutti Immigranti digitali"

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foto illustrazione di copertina, Neuromante, W.Gibson

“Siamo tutti immigranti digitali”. L’affermazione è di Zeynep Tufekci @techsoc, tecnosociologa di origine turca, docente all’università della North Carolina e a Harvard: ”E’ una delle giovani voci più autorevoli in fatto di condivisione in rete e cyberattivismo” spiega Marina Petrillo durante la trasmissione Alaska, in onda su Radio popolare, in cui la giornalista fornisce una analisi dell’intervista “We are all digital immigrants” di Martin Eiermann per The European: “Tufekci parla di come il progresso tecnologico della nostra condivisione cambia la condizione umana. Di una nuova ecologia dell’informazione”.

Rivoluzioni 2.0

Zaynep Tufeckci argomenta le sue tesi sul mutamento nell’esperienza umana provocata dalla condivisione in rete, attraverso “Il rapporto tra social media e la primavera araba: molto è accaduto nel mondo reale e online. L’online fa parte del mondo reale, quello che fa l’online è riconfigurare e espandere l’offline per aprire nuovi spazi e per consentire nuove forme di connettività, di coordinamento, di collaborazione”. Di questo racconta il libro Revolution 2.0, scritto dall’attivista egiziano Wael Ghonim, ex ingegnere di Google che attraverso una pagina di Facebook ha coordinato, con gli altrii cyberattivisti, la rivoluzione al Cairo. “Storicamente le rivoluzioni sono provocate da cause simultanee concorrenti – spiega la tecnosociologa – Non si può raccontare la storia della primavera araba senza parlare del ruolo di Internet, non soltanto nel 2011 ma nei dieci anni precedenti. Non si può nemmeno raccontare questa storia senza la dedizione e la grande intelligenza strategica degli attivisti della regione. Del crescente disgusto verso la corruzione e della mancanza di opportunità per i giovani. Dinamiche multiple si sovrappongono una sull’altra, così è stato anche per le sollevazioni arabe del 2011. La diffusione di internet penso sia stata una di queste dinamiche chiave.

Quali sono i legami tra politica e tecnologia, in Tunisia e Egitto, chiede Heiremann nell’intervista “I governi seguono un “libretto scritto” molto mal sperimentato di isolamento del dissenso e censura strategica: Il controllo dell’informazione è un ruolo chiave. I regimi in medioriente cercavano di prevenire la diffusione delle informazioni, cercando di mantenere sotto controllo le scintille di dissenso in modo da impedire che si incendiasse tutta la prateria. I dissidenti erano soggetti a lunghe detenzioni per reati minori, subivano la tortura: una pena sproporzionata per prevenire sul nascere cascate del dissenso, impedendo loro di prendere quota. Internet ha spalancato la sfera pubblica ha permesso ai cittadini di esprimere le loro vedute e di coordinarsi uno con l’altro. Questo porta sempre a una rivoluzione? No, c’è sempre bisogno che ci sia del dissenso sul campo ma significa che i regimi non possono continuare a governare secondo le istruzioni di prima, sono costretti a giocare un gioco nuovo”.

Social media spring

C’è stato un cambiamento dell’ecologia dei media spiega la tecno-sociologa, provocato nel mondo arabo  ”dall’emergere di Al Jazeera in inglese, dei cellulari smartphone con possibilità di fare dei video e i social media e altri strumenti che alterano le infrastrutture di connettività – prosegue Zainep Tuckfeci – Quando parlo con i giovani politicizzati arabi, ricordano che appena Internet è stata introdotta nella loro regione il loro primo pensiero è stata la politica. A differenza dei giovani occidentali la prima cosa a cui hanno pensato, non è stato “prima scarichiamo la musica poi vediamo se ci serve per la politica”, piuttosto hanno pensato immediatamente alla potenza di un nuovo spazio politico. Vivevano in società molto rigidamente censurate, non potevano esprimere liberamente il loro punto di vista, le televisioni di stato sullo stesso vecchio leader, o elezioni senza significato, parlando di niente. Le persone spesso non parlavano di politica apertamente gli uni con gli altri perché erano giustamente spaventati, non aveano nemmeno spazi privati liberi, perché non era libero lo spazio della sfera pubblica, e poi è arrivata Internet. Improvvisamente potevi vederli online che parlavano di politica. Poi è arrivata Al Jazeera e ha aperto uno spazio per un tipo di discorso mai visto nel mondo arabo, si poteva ascoltare la Bbc in arabo, ma non c’era mai stata quel tipo di copertura domestica che offrisse anche punti critici. Altro grande cambiamento è quando è apparso sulla scena il cellulare smartphone con la possibilità di fare fotografie e video: tutti potevano documentare gli eventi. I blogger attivisti hanno preso fotografie e video di cui nessun altro parlava e li hanno pubblicati direttamente. E’ veramente difficile per noi immaginare quanto sia stato un Confine invalicabile fino al momento prima e quanto sia stato potente attraversalo. I blogger hanno pubblicato video che documentavano la corruzione, i brogli e addirittura le torture, perché molti torturatori riprendevano con la telecamera le loro azioni perché avevano il senso prevalente era della totale dell’impunità quindi non avevano paura delle conseguenze di queste riprese video. Con Internet è finita l’epoca delle cose che scomparivano nella fossa della censura. A un certo punto persino la televisione di stato egiziana è stata costretta ad affrontare degli argomenti – come la brutalità della polizia o le molestie sessuali – perché l’intero paese ne stava parlando grazie ai blogger“.

Guardiani del cyberspazio

I vecchi guardiani esistono ancora e hanno ancora un enorme potere, ma si trovano spinti da nuovi giocatori sul campo. “Esistono nuovi guardiani e nuove forme di potere – spiega Tuckfeci nell’intervista – Sempre di più, questo potere, può arrivare sotto forma di algoritmo piuttosto che di organizzazione, tra gli In topic di Twitter o tramite le ricerche di Google, esempi di come algoritmi possono attirare le attenzione. Giornalisti curatori come Andy Carvin @acarvin sono dei guardiani emergenti, nello stesso modo, ma questo non significa che i vecchi guardiani stiano diventando irrilevanti. Le notizie classiche in televisione negli Stati Uniti sono in declino ma se li paragoni ancora a tutti gli altri modi di raggiungere le persone, la Tv occupa ancora un posto molto importante. I notiziari della sera sono ancora il gorilla da una tonnellata, può darsi che piuttosto di raggiungere cinquanta milioni di persone ne raggiungano solo venti milioni, ma sono numeri comunque molto grossi”.

“Non è soltanto positivo questo esempio di apertura della sfera pubblica. Una delle minacce è quello che sta accadendo negli Usa, quello di una campagna dal basso, di una connessione tra le persone comuni, contro le vaccinazioni: una campagna assolutamente irrazionale e pericolosa, non si sarebbe potuta sostenere tanto a lungo se gli aderenti non si fossero trovati reciprocamente nei social media. Una volta, i vecchi guardiani, i vecchi media, avrebbero filtrato di più questo tipo di comunicazione”.

“Internet è un media particolarmente partecipativo, ed è un colpo di fortuna, perché le persone che lo avevano progettato non lo avevano mai immaginato come un network globale, hanno disegnato un sistema aperto per persone che si fidavano l’uno dell’altro e noi stiamo ancora usando quello”.

Immigranti e nativi digitali

“Le cose non sono solo soltanto più veloci di prima sono anche in accelerazione più veloci, cambiano sempre più rapidamente. Abbiamo avuto l’ascesa di internet, poi la rivoluzione dei cellulari, adesso le piattaforme dei social media. YouTube è nata soltanto 5 anni fa. La mia generazione è fatta di “immigranti digitali”, siamo nati prima dell’avvento del web. E’ altrettanto vero per i nativi digitali, le future generazioni, perché nel momento in cui saranno cresciuti la tecnologia dei loro figli sarà già diventata molto differente. Un amico mi ha detto “saremo sempre immigranti”. Perché nel momento in cui hai preso confidenza con un certo tipo di regole, queste regole cambiano ed è molto disorientante. Nel momento in cui riusciamo ad afferrare con una nuova tecnologia, ci è già tra le dita: “A volte io stessa sono confusa da nuove tecnologie  piattaforme e io sono una ex programmatrice, passo le mie giornate lavorative a riflettere su queste cose. Cosa accade alle persone per cui questa non è una priorità”.

“Per riottenere un controllo umano su Internet, penso, abbiamo bisogno di nuove alfabetizzazioni. E’ necessario che le persone imparino delle cose fondamentali di Internet. Cos’è un TCP/IP? e come fa Google a mettere in ordine per priorità i suoi risultati di ricerca?”

ma.gal

@freelance_2811

3 comments

  1. gia’, l’ultima battuta e’ davvero cruciale e andrebbe rilanciata ovunque: la (social) media literacy e’ davvero sconosciuta di questi tempi (e la net literacy in generale), ancor piu’ tra quelli che si autodefinisocno “nativi digitali”; basta vederlo online o fare due chiacchiere in giro, davvero penosa questa situazione soprarattutto in italia — tra i consigli utili, suggerisco due libri recenti: “Programma o sarai programmato” di Douglas Rushkoff (in italiano: http://postmediabooks.it/2012/67programma/rushkoff.htm), NetSmart di Howard Rheingold (di prossima uscita in USA)

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