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Anche in Sud Sudan esistono le scorciatoie. Quelle strade che non sono veramente segnate sulla mappa, ma di cui si racconta che uniscano due villaggi, in mezzo all’erba alta, senza farti passare per la capitale. Nel nostro caso permettevano anche di evitare una zona in cui l’etnia del nostro driver non era gradita. C’erano stati degli scontri, ruberie di mucche forse, villaggi bruciati… Quindi Stephen era il primo sostenitore della scorciatoia, ci potevamo fidare di lui.

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L’idea era quella di partire per l’ora di pranzo ed arrivare nel villaggio di Talì prima che calasse la notte: si prende la strada in direzione sud e ad un ceto punto c’è una svolta a destra, in mezzo alla boscaglia. Poche informazioni, ma più rassicuranti dei posti di blocco lungo la via maestra. In realtà invece eravamo in ritardo. A pochi chilometri dall’ospedale incrociamo la macchina delle cliniche mobili di ritorno dalle visite nei villaggi più remoti. La si riconosce subito dai materassi e i lettini caricati sul tetto, dagli infermieri stretti sui sedili posteriori e da una bandiera italiana che sventola dall’antenna della radio, tutta strapazzata dal vento e dalla polvere. Ci suona, un cenno con la mano, prosegue spedita. Loro arriveranno al sicuro prima di sera.

Noi invece andiamo, le ore passano e il tempo scompare, le curve, l’erba alta, la pista rossa illuminata dai fari dell’auto. A Talì c’è una missione di comboniani che dovrebbero sapere del nostro arrivo. Proviamo a chiamarli con il satellitare sperando in qualche rassicurazione. Poi sono minuti di rete inesistente, ferma la macchina, attraversa la strada, togliti da sotto quell’albero, digita il codice, proviamo un po’ più avanti… finché una voce ci risponde: non possono assicurarci che abbiamo preso la pista giusta, ma quando arriveremo ci sarà qualcuno ad accoglierci.

Ricordo lo stupore di tutti quando ci siamo fermati al primo incrocio. Non proprio un incrocio, più due sentieri che si univano davanti a noi. Ma poco lontano la prima capanna, un albero e poi altre capanne, un reticolato di sentieri sempre più fitto, lo scheletro di una chiesa ed il cancello dei comboniani. La scorciatoia esisteva, eravamo a Talì. Non so perché i comboniani avessero scelto quel villaggio, cosa avesse colpito la loro immaginazione quando erano arrivati lì, ma ora ci accoglievano nella nuova sala mensa dove ci aspettavano riso e verdure, un po’ di carne e della frutta. Parliamo in italiano con un missionario tedesco, vorrei ricordarmi i suoi discorsi, era giovane e colto, semplice e ribelle, a modo suo. Si scusa per la semplicità della mensa, non ricevono molte visite. Ci spiega le regole che danno il ritmo alla loro vita: si viene spediti a Talì e ci si rimane, una volta l’anno è prevista una visita in capitale, ogni tre anni si ritorna a nel proprio paese d’origine. Ma nessuno sembra molto entusiasta dell’idea.

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Ci fanno appoggiare le valige nella nuova guest house, una serie di stanzette che si affacciano su una tettoia, di fronte al cortile. Mi guardo in giro, basta un’occhiata, esco e mi risiedo sul gradino del cortile dove incrocio il mio direttore.

Accenno un timido: mi dispiace, io lì dentro non ci posso dormire. Non ti preoccupare per me. Lui continua a fissarmi. Come faccio a spiegare? Ci provo con un: scusami, non so… ma ho questo problema… e poi lo dico: ci sono i ragni. Lo accompagno fino all’ingresso per illustrare la tragica situazione: guarda… ce n’è uno lì nell’angolo e uno nascosto dietro la tenda, uno sul soffitto e l’altro arrampicato sulla parete in fondo alla stanza, vicino alla finestra. Arrivano anche gli altri colleghi, tra poche ore sarà l’alba e dovremo ripartire. Cercano di convincermi: la strada è stata faticosa, ti addormenterai subito, tra qualche minuto te ne sarai dimenticata.

Scusatemi, ma… non è possibile! Tutti cercano di essere comprensivi, ma inizia ad esserci della tensione imbarazzata. Siamo pur sempre in Africa, nel cuore sperduto del Sud Sudan, cosa mi aspettavo? Poi Dante si arma di santa pazienza, prende una scarpa e si arrampica, gira, lancia, sbatte la tenda, insegue… poi si volta verso di me soddisfatto. Ok adesso? Possiamo andare?

Veramente… c’è il bagno, ce ne sono anche lì dentro.

Ma la porta è chiusa.

Si, bhè… li ho chiusi io dentro, a chiave.

Mi fissa serio, solo allora mi rendo conto dell’enormità delle mie parole: li ho chiusi dentro a chiave… veramente. L’unica cosa che riesco a pensare è ora mi licenzia, forse mi lascia direttamente qui con i comboniani a dissodare la terra ed occuparmi delle conversioni. Tra un anno potrò tornare a Juba, tra tre anni forse rivedere casa.

E invece il Sud Sudan è una terra strana e lui gira la chiave nella serratura ed entra. Sento dei rumori, senza avere il coraggio di avvicinarmi. Ne esce dopo qualche minuto: oih, ce n’è uno troppo furbo, non riesco a beccarlo, ma non ha l’aria minacciosa. Buona notte.

Giulia Comirato

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