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Soraya, un matrimonio afghano

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27 agosto 2010

Senza farmelo ripetere, ho colto “a volo” l’invito di Alex: sono andato subito a trovarlo.

La mia visita, inizialmente indirizzata a conoscere un po’ il suo lavoro, in realtà si è rivelata essere occasione per conoscere nuove parole afgane, altre tradizioni e culture di questa terra…

La sede della radio, piena di uffici, è gestita sia da militari italiani che da civili afgani (In realtà c’ero già stato quando avevo conosciuto Fahrid, Haroon e Seeta). E’ munita di una grossa   strumentazione radiofonica e con tutto ciò che serve per la comunicazione in un edificio abbastanza grande, è molto frequentato.

Appena sono entrato, Alex mi ha ricevuto nel suo ufficio e mi ha invitato a un buffet in atto proprio in quel momento: “Si festeggia il matrimonio di qualche giorno fa, di Soraya, una ragazza che collabora con noi qui in radio” – mi ha detto.

La ragazza in questione, Soraya per l’appunto, l’ho conosciuta e ha raccontato che la “awroussi”, la sua cerimonia di nozze è stata celebrata in una zona poco lontana da Herat, qualche giorno prima.

Sui trent’anni, di carnagione olivastra, occhi e capelli nerissimi e un po’ lontana dalle forti tradizioni afgane, come lei stessa ha poi raccontato, è stata molto disponibile nel parlare e con un italiano, alternato a un discreto inglese, abbiamo avuto così un dialogo.

La tavola del buffet, imbandita di tante leccornie che a vederle facevano invito anche se non si capiva bene quello che fosse, troneggiava in mezzo alla sala.

Alex mi ha fatto un po’ da accompagnatore, visto che non conoscevo nessuno e dopo il discorso di ringraziamento di Soraya ai partecipanti, l’accesso al buffet è iniziato.

A centro-tavola una presentazione di vari dolci è stata la prima cosa che ha colpito la mia curiosità ma anche un po’ quella di tutti.

“Questa si chiama “Shirini-Khori”, ed è la presentazione in bella vista di alcuni dolci tipici afgani che di solito la famiglia della donna offre a quella dell’uomo durante la cerimonia di fidanzamento, secondo la tradizione afgana.

Anche se non è per un fidanzamento che siamo qui, ma per festeggiare il mio matrimonio che tra l’altro già c’è stato, l’ho voluta ugualmente per far conoscere a chi non sa, qualcosa sui nostri cibi e le nostre tradizioni che rientrano nella cultura di questo paese” – ha esordito Soraya.

I dolci che formavano l’enorme composizione, erano di vario genere: pasta sfoglia, frutta, salse, marmellate…

A primeggiare i “kolcha”, biscotti afgani indicatici da Soraya.

Oltre alla parte dei “dolci”, il buffet prevedeva anche una “zona del salato”. Ci è stata offerta una sorta di pasta sfoglia ripiena di cipollotti e patate: Soraya l’ha chiamata bolami.

Dal bolami si è passati alla pakora, di cui mi aveva già parlato Uahid, in questo caso accompagnata con una pastella preparata con ceci.

Insieme a tutto questo c’era del naan, il tipico pane afgano con delle marmellate di frutta.

Da bere succhi di frutta, quindi il “rani”, acqua e chai, il tè afgano.

Soraya ha parlato un po’ del suo matrimonio…

“Mi sono sposata in una zona poco fuori Herat, la cerimonia nuziale si è tenuta in una sala presa in affitto dai miei suoceri, che come i miei genitori e a differenza mia e di mio marito sono molto tradizionalisti nel fare le cose secondo l’usanza del nostro paese.

In questa sala c’è stato sia il rito matrimoniale che la festa. Si usa che i genitori dello sposo comprano la “chila”, l’anello nuziale, per la sposa e i nastri gemelli che durante il rito sia lo sposo che la sposa indossano sulla fronte.

Sia lo sposo che “khanum”, che sarebbe la sposa quindi io in questo caso, durante la “nikka”, cioè la cerimonia di giuramento che viene fatta prima del rito nuziale, indossano un abito tradizionale di colore verde, il colore dell’Islam ma anche della primavera e del “nuovo inizio”.

La “nikka” avviene in questo modo: gli sposi nel loro abito tradizionale e tutti i familiari e gli altri invitati solo uomini, seduti intorno ad un tavolo.

La sposa, la sola donna presente al rito, indossa un abito di velo con maniche lunghe.

I due sposi con atteggiamento solenne durante il rito hanno gli occhi bassi. Il mullah che è colui che celebra il rito, interroga i testimoni e legge versetti del Corano.

Gli sposi in questo caso prestano giuramento e firmano i certificati”.

“Questo è il rito, ma la celebrazione e la festa vera e propria come avviene?” – ho azzardato a chiedere.

Soraya con un sorriso ha risposto: “Successivamente al rito, gli sposi si cambiano: di solito lo sposo mette uno smoking e la sposa indossa un “pari” di velo bianco, l’abito da cerimonia matrimoniale per la donna.

Gli sposi, con ai lati i rispettivi genitori, avanzano tenendosi per mano verso una pedana e dietro di loro una…come dite voi?… ecco…processione di parenti con intorno ospiti plaudenti.

Mentre gli sposi si dirigono verso i loro posti per accomodarsi ed iniziare il banchetto, un parente tiene il Corano sopra le loro teste: simbolo di protezione.

Si diffonde dagli altoparlanti la musica e inizia la festa.

Quando parte la musica, di solito “qawali” e “roya”, uno è un genere musicale pakistano, l’altro un genere solo per uomini, ci sono balli e canti in festa.

Gli sposi restano seduti sul “loro trono”, tenendosi per mano, sotto gli occhi di tante persone e qui si svolge il rito dell’ “Ayena Masshaf”: uno specchio davanti a loro, che hanno in testa un velo, riflette la loro immagine in modo che solo gli stessi sposi la possano vedere”.

“Intorno gli invitati ballano il tradizionale “attan”, una tipica danza afgana, saltando a ritmo del suono della tabla, il tamburo indiano”.

“La festa successivamente di solito si sposta a casa degli sposi dove si continua a danzare e a bere tè fino al sorgere del sole”. – ha raccontato.

Soraya mentre raccontava del matrimonio, di tanto in tanto accennava qualche “smorfia” di sorriso questo perché simpaticamente non condivide più queste scelte “legate alla cultura”, come poco dopo ha ammesso: “Il mio matrimonio è andato più o meno in questo modo, sinceramente sia io che mio marito non condividiamo più questo “modo di vivere”, ma per rispetto ci siamo in qualche modo adeguati soprattutto a ciò che i nostri genitori desideravano”.

 Quattro Gi

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