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E’ come ritornare indietro nel tempo di secoli. Nelle lande desolate tra la valle del Giordano e le colline di Gerusalemme, in un enorme canyon dalle pareti rocciose e scoscese, si nasconde un piccolo monastero. Un antico centro di preghiera, di meditazione e di studi. E’ il monastero greco ortodosso di San Giorgio; la sua storia rimonta almeno all’epoca bizantina. E la sua posizione isolata e protetta sulla parete di questo canyon ha di certo aiutato a difenderlo e conservarlo nel corso dei lunghi secoli di dominazione musulmana nella regione.

Scendiamo giù verso il fondo del burrone attraverso uno stretto sentiero; attraversiamo un ponticello sul torrente in secca e risaliamo verso l’ingresso. Qui non ci sono né le folle caotiche di pellegrini di Gerusalemme, né i gruppetti di turisti organizzati di Gerico; siamo da soli. Un anziano signore ci fa cenno di passare per una porticina, ed entriamo nel minuscolo cortile del monastero.

Saliamo una scaletta e ci infiliamo in un corridoio in penombra. Un prete ortodosso vestito di nero, capellone e barbuto, appare all’improvviso da dietro un angolo. Senza pronunciare una sola parola, e con uno sguardo severo e quasi di riprovazione per noi giovani dissoluti, apre lentamente una porta e ci fa cenno di entrare. La penombra si infittisce, diventa quasi tenebra. Entriamo in silenzio nella cappella principale del monastero. Nella debole luce che filtra dal soffitto i nostri occhi intravedono una piccola sala quadrata, con una cupola tondeggiante in cima; le pareti sono ricoperte di affreschi fuligginosi e sbiaditi, e di icone di legno scure e dorate, quasi affumicate, mentre dall’alto pendono dei grossi candelabri di metallo opaco. Il profumo d’incenso è così violento che quasi ci stordisce.

Vita da monaci, vita da eremiti. Quiete e solitudine. Un’esistenza trascorsa tra i lavori nell’orto, le preghiere collettive, la meditazione e il riposo. Per secoli e secoli le varie generazioni di monaci hanno vissuto la stessa identica, serena, monotona quotidianità. E coloro a cui questa vita mortificata fosse apparsa ancora troppo mondana e peccaminosa, si rifugiavano in alcune cellette nella parte più elevata del monastero: delle minuscole grotte scavate nella parete della montagna. Una caraffa annodata ad una fune serviva per farsi passare cibo ed acqua dai confratelli rimasti in basso; per loro era l’unico legame rimasto con il mondo dei mortali.

Usciamo di nuovo a respirare l’aria fresca del pomeriggio, e saliamo sui tetti del monastero. Il sole sta calando e il fondo del canyon è già lambito dalle ombre della sera. L’aria è immobile, il silenzio è assoluto. Saremmo capaci noi giovani moderni di vivere qui, isolati dal mondo, anche solo per un breve periodo? Senza telefono né internet? Ce lo chiediamo con Skye. E la risposta è: forse per qualche giorno, massimo una settimana, e solo portandosi dietro molti libri da leggere o da studiare, o altre cose da fare…

Le nostre esistenze devono essere sempre piene, ci fa paura il vuoto.

Quattro passi in Palestina

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