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copertina alhamdudila(1)E’ martedì sera al centro di accoglienza. I ragazzi sono tutti nel piazzale perché comincia a rinfrescare. Inaspettatamente, alle nove meno un quarto è ancora giorno. Oltre il muro dell’ultima fila di case il sole rosso sta per tuffarsi nel mare ed è lo stesso, affascinante, spettacolo di sempre.

«Je voudrais parler avec la journaliste».
«Dimmi Konare». Konare viene dal Camerun, ha 35 anni. È uno degli ospiti più anziani del centro. A trentacinque anni, un uomo italiano spesso sembra ancora un ragazzo. Lui invece ha già il portamento del saggio, dell’anziano. Però il suo spirito è più che giovanile, non si sa mai se dica sul serio o se scherzi, quando ti guarda con i suoi occhi rotondi un po’ gialli e si mette a parlare. «Dimmi Konare», ripeto. Perché Konare, partito di slancio appena mi ha visto da lontano, si è arenato nonostante gli abbia espresso la mia disponibilità a parlargli.

«Vorrei sapere se hai un lavoro per me» dice attaccando tutte le parole come se avesse fretta di chiudere la frase. Non è mai piacevole domandare alla gente un lavoro. Sorride. Sorrido. In questi casi meglio non dire niente. Visto che il primo approccio non ha prodotto risultati concreti, Konare decide di buttarsi sul suo piano B. Un po’ scherza, un po’ fa sul serio. Si appoggia con la mano alla portiera della mia macchina, già aperta per andare via. Sono quasi le 21.

«Cerco moglie» dice improvvisamente. «Una come te».
«Perché come me?».
«Tu fai la giornalista, hai una bella macchina. Vedi?» e con la mano indica la carrozzeria nera, le finiture cromate degli sportelli. Poi torna ad appoggiare il palmo sulla portiera e conclude: «Voglio una con una macchina così, una che ha i soldi».
«Konare la macchina non è di mia proprietà. E poi sei tu l’uomo: d’accordo che ti vuoi sposare, ma devi provvedere tu alla tua famiglia».
«Anche in Italia funziona così?» chiede fra lo stupito e il divertito.
«Anche in Italia».
«Allora qui è come l’Africa» e si allontana scuotendo la testa. Però non ha perso il sorriso. Non ce la fa più a stare al centro di accoglienza, in quella sorta di limbo che da un lato è posto protetto ma dall’altra logora gli animi nell’attesa dell’esito dei documenti. E gli animi, nell’attesa, scivolano nell’inutilità. Lo vedo ciabattare via e rifletto: forse concedere a questi profughi la protezione umanitaria permetterebbe ai volenterosi tra loro di ricrearsi una vita, una attività. O quantomeno di provarci. Vado via con questo pensiero in testa. L’ultimo raggio di sole batte sulla portiera nera e illumina la mano di Konare, rimasta stampata nella polvere.

Valentina Tortelli

Il racconto è tratto dall’ebook Grazie a Dio (asterisk edizioni)

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