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Tornavacas, noche de fuego

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Di passaggio per il centro della Spagna, tra la Sierra ancora innevata, le interminabili valli e gli isolati di cielo che a pezzi si ripropongono. La neve di maggio ti ricorda che tra queste mura rocciose il tempo scorre lento: la frenesia delle città è lontana kilometri. Non si sentono echi di ansia di lancette inarrestabili e clacson feroci.

La quiete, il respiro regolare della montagna. I campi di ciliegie che coprono il Jerte, in Extremadura, rappresentano l’oro di questa terra. Il sistema delle cooperative ha funzionato per lungo tempo come forza motrice per l’economia di questi piccoli paesi arrampicati sulle montagne. La stagione non è stata delle migliori: le ciliegie non sono ancora mature ma mi immagino già il loro profumo che sale fino alla cima del monte.
In questo enorme tappeto di vallate ogni tanto compaiono pugni di case e luci appese. La strada conduce a Tornavacas, un paesino di mille anime della montagna. In un pueblo il viaggiatore, il forestiero, viene immediatamente notato e diventa oggetto di scrupolosa indagine per gli abitanti del posto.

-“De quien eres hijo?”
Appunto. L’abitudine dei piccoli paesi nell’identificarsi in nomi di famiglie e volti conosciuti. È un signore sulla settantina, che ce lo chiede. Coppola e rughe ben scolpite di un tempo d’immobile bellezza. Ai vecchi piace raccontarsi e raccontare le vie del centro. C’accompagna con le sue parole per la strada: ai due lati decine di occhi che scrutano te, dal passo dissonante.
Oggi, 2 maggio, è il giorno della festa chiamata Noche de Fuego: le strade si riempiono con tanti fuochi, las hogueras, con il più grande ed emblematico che si trova nella Plaza de la Iglesia dalla quale si ripartono i vari barrios. Tutti partecipano ai preparativi che anticipano la notte, portando la legna da ardere nella composta, quasi regale, attesa del tramonto. I focolai sparsi lungo le stradine simboleggiano il vecchio, l’inverno che viene ‘bruciato’, lasciando spazio al buon tempo.

La serata si passa stretti attorno al fuoco, mangiando carne e paella da dividere tra una tazza di vino e la gloria, il liquore tipico del posto. Ognuno ti racconta la sua storia e ti domanda il perché della tua visita in quel posto di incontaminata saggezza. La comunità si rispecchia nei sorrisi della gente. Da tradizione la festa va avanti fino a tarda notte, sino a quando anche l’ultimo fuoco non si spegne. L’odore di fumo diventa meno denso e le stradine cominciano a svuotarsi. Continuo a pensare alla delicata ingenuità degli abitanti dei piccoli paesi, del loro emozionarsi raccontandoti storie, agli aneddoti che racchiudono il senso pragmatico di esperienza di vite, di vita; l’autenticità scritta nei loro occhi, la naturalezza nel modo di osservare e guardarsi attorno. Un richiamo inarrestabile alle origini ti separa da loro: perché tu, straniero, anche quando cerchi di esser naturale, non riuscirai mai a mimetizzarti.

Giulia Baldorilli

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