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Traffico d'organi (e di auto di lusso): le prospettive del Kosovo

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Si fa presto a dire miracolo. Certo, quello che che la Caritas Umbra ha realizzato a Zlokukane, un piccolo paese nel centro del Kosovo, ha tutta l’aria di esserlo. Fa una gran bella figura questa casa grande e ben rifinita, in mezzo alle altre diroccate (il governo di Pristina chiede di pagare le tasse solo a lavori ultimati, per questo la gente vive in case dove manca il solaio, la malta esterna, gli infissi, ndr). C’è un gran giardino dietro, con un bel pruneto.

La casa, gestita da Massimo e Cristina, con altri volontari provenienti dall’Umbria, ospita tra i 25 e i 30 bambini di tutte le età. Dai due gemellini abbandonati di un anno e mezzo, a ragazzi di 16-17 anni. Quando arriviamo il quadro  che ci si presenta è da film: i militari italiani della Cimic (cooperazione militare) tengono in braccio i piccoli, ci giocano. Sembra tutto una foto di copertina. Ma basta aprire il libro per capire che anche la Caritas Umbra, con tutta la sua buona volontà e i nobili principi, potrebbe servire a poco.  Ad alzare il velo sulla realtà è un ragazzino di 17 anni. Non va a scuola, o meglio, studia nella casa-famiglia. E quando gli chiedi cosa vuole fare da grande la risposta è chiara: “Voglio andare al confine a trafficare macchine di lusso”. Quale confine? “In Serbia… in Montenegro…”. Che ne sa un ragazzino cresciuto in una casa famiglia dei commerci illeciti di macchine (o altro)? La verità sta nella prospettiva di futuro.

Che cosa sarà in grado di offrire Pristina ai ragazzi come questo? L’impegno delle forze armate al momento è a nord, dove anche l’altro ieri ci sono stati una ventina di feriti, per quel confine di Mitrovica che la Serbia contende al Kosovo. La giustizia è impegnar su altri fronti. Come i processi sui traffici di organi. In quesito giorni ne è finalmente cominciato uno. Quello sulla Medicus, clinica privata con sede a Pristina. Proprietario “ufficiale” è un medico tedesco, che però non è stato sfiorato dalle indagini. Rinviate a giudizio invece nove persone, tra cui un funzionario del Osce, l’ex ministro della sanità kosovara, medici e infermieri.

L’accusa ritiene che per anni siano state reclutate persone povere, soprattutto turche, disposte a vendere i loro reni in cambio di qualche migliaio di euro. I compratori sarebbero quasi tutti israeliani pronti a sborsare centinaia di milioni di euro. A svelare tutto un teste-chiave, un turco, la cui identità è segreta, che avrebbe raccontato alla procura le modalità delle operazioni segrete. A lui è stato tolto un rene, gli erano stati promessi dei soldi, gliene hanno dati molti meno. E fin qui la giustizia sembra fare il suo corso. Meno chiare invece altre indagini, che continuano da oltre 20 anni e coinvolgono pezzi grossi.

Da anni si indaga infatti sul ruolo dell’esercito di combattenti kosovari, Uck, che durante e subito dopo la fine della guerra avrebbero utilizzato la prima sede della Clinica Medicus a sud di Pritzen, nell’Albania settentrionale (zona controllata dall’Uck) per fare i test di compatibilità sui prigionieri serbi. Nella regione indipendentista è nota a tutti, stando anche quanto riportato dal sito peacereporter.net, l’amicizia tra Lufti Derwishi, medico che gestiva la clinica Medicus di Pistina e imputato al processo, e il primo ministro Harshim Thaci, ex leader dell’Uck. Indagini condotte anche da un magistrato italiano, Francesco Mandoi, ora in Dda a Roma, raccontano di una stretta connessione tra i due. Ci sarebbero testimoni pronti a raccontare quello che avveniva in quella clinica albanese controllata dai guerriglieri kosovari. Ma nessuno è mai andato a sentirli. Perché questi sono fascicoli scottanti, e l’Europa non ci tiene proprio a mettersi contro il Kosovo, visto che è lì per costruirne la democrazia. Ed è in mezzo a tutte queste contraddizioni che vivono i ragazzi kosovari. Una giustizia nebulosa, un porto delle nebbie dove si naviga a vista. Dove si può crescere dentro un’armoniosa e amorevole casa-famiglia della Caritas e desiderare di diventare un delinquente, come il ragazzo di 17 anni che ci ha rivelato il suo obietttivo. Perché nonostante la presenza di organismi europei, nonostante la massiccia presenza di militari, il Kosovo resta terra delle contraddizioni E l’approdo alla delinquenza è il metodo più sicuro per fare i soldi. Almeno questo è quello  che pensano molti ragazzi.

Roberta Polese

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