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La stazione di Miramare (foto tratta da Wikipedia)

 

Correva l’anno 1959: “Caro Biagio – scriveva Mario Soldati al poeta gradese Marin – venirti a trovare è proprio un’impresa. Incredibile che da Venezia a Trieste ci vogliano due ore di treno. In pratica l’Italia finisce a Venezia”.

Oggi questa tratta la conosco bene anch’io, la uso settimanalmente per fiondarmi, (credo io) in direzione Trieste, con il proverbiale e immancabile cambio a Mestre.

Scelta figlia dell’angoscia per le ore passate nella tangenziale di Mestre dei tempi d’oro, prima del Passante, che oggi tutti vogliono dimenticare,  ma il trauma persiste nell’inconscio dei nordestini. “Devo andare a Trieste in macchina domani sera, è venerdì, beh allora parto per le 6 così per le 9, 9 e mezza sarò a cena”, caspita 3 ore per 170 km, cose di incredibile follia allora e ti sembrava fosse un lusso quando ci mettevi meno di tre ore.

Dopo tante traversie passare al treno sembrò una liberazione. Almeno gli orari erano certi, certi quando non vi erano ritardi. Tranquillità, quando funzionava la luce o bisogna tenere aperte tutti i finestrini per non soffocare (Air? It’s luxury, not for NIP) oppure il riscaldamento, che d’inverno funziona poco e male. Comodità, quando almeno c’è la prima classe, che talvolta sparisce chissà per quale misterioso arcano. Una compagnia dovrebbe incentivare la spesa del cliente, magari togliere le seconde classi e mandare tutti in prima così spendono di più e si salvano i bilanci: logica capitalistica. E invece ti tolgono la prima, tutti in seconda così risparmiate e viaggiate più sobriamente: Trenitalia, società di stampo stalinista? No, ti vende il biglietto di prima lo stesso, poi tanto vai farti rimborsare, ma intanto viaggi meno bene.

La conoscono bene i pendolari, ora anche in Europa non gode di buona reputazione, merito del turismo stoico, quello va lo stesso a Trieste, incurante delle scomodità ataviche.

L’Alta Velocità si ferma a Venezia e chi deve proseguire per Trieste deve cambiare treno o rimanere su una “Freccia” spuntata. Per la verità Trenitalia ha inventato, con molto humor inglese, il “regionale veloce”, che per fare 148 chilometri (da Mestre a Trieste) impiega quasi due ore, 70 chilometri all’ora su un tratto completamente pianeggiante, con qualche difficoltà solo tra Monfalcone e Trieste, ma con otto immarcescibili fermate tronfie delle loro denominazioni balneari: San Donà-Jesolo; Portogruaro-Caorle; Latisana-Bibione; Cervignano-Aquileia-Grado, ecc. Non lo aveva detto Soldati nel ’59 che ci vogliono due ore, che il tempo si sia fermato? Non per noi, solo per le ferrovie.

Quello che succede poi durante il viaggio è un’altra storia. Prendiamo un treno, un “regionale veloce” in un giorno normale, senza gli inconvenienti legati alla neve, al ghiaccio, ai forti temporali, ai piccoli incendi di sterpaglia lungo la linea (specie d’estate tra Monfalcone e Trieste) e, purtroppo, ai casi di suicidio o incidenti ai passaggi a livello. La partenza da Mestre rispetta normalmente gli orari, i 5 o 10 minuti di ritardo si assommano nelle infinite fermate e non  sono recuperati strada facendo. La prima anomalia arriva quando sali a bordo dopo aver abbondantemente sgomitato per trovarti un posto nell’unica “mezza carrozza” di prima classe: “Ringrazia che c’è, di che ti lamenti? Ma se quello che va a Trieste via Udine ne ha persino due e intere per giunta, perché noi solo mezza?” Infatti, la prima comunicazione consiste nel dirti che quel treno va sul serio a Trieste via Portogruaro, ciò ti tranquillizza perchè quello partito da pochi minuti prima dallo stesso binario era sempre con destinazione Trieste, ma via Udine, per cui qualcuno si sbagliava sempre. Altro inconveniente, le comunicazioni a bordo: spesso utili, talvolta incomprensibili, talvolta riguardano la linea Udine Tarvisio, qualcuno si preoccupa nuovamente e chiede al vicino se il treno va a Trieste “sul serio”: si vede che sono dei neofiti, al secondo- terzo viaggio sanno tutto e non si preoccupano più.

Molti dei poveri naufraghi sono quelli di prima, quelli che dallo stesso binario partono in dieci minuti due treni con la stessa destinazione, ma con due percorsi diversi. Dopo cinque anni, mossi a pietà, hanno deciso che il Trieste via Udine-Gorizia parta dal 4 binario, quello Trieste via Portogruaro parte dal 2. Grazie ce n’è voluto!

Prima fermata Quarto d’Altino e dopo 10 minuti San Donà: in queste due stazioni il rapporto tra chi scende e sale è di 10 a 3. Il treno poi prosegue per San Stino di Livenza (per Trenitalia si tratta di Santo Stino di Livenza) e Portogruaro. E poi Latisana, San Giorgio di Nogaro, Cervignano e infine l’agognata Monfalcone. Neanche fossimo una brigata di bersaglieri, di Lupi di Romagna, che sfondando le linee sul Carso si apprestassero a conquistare Trieste, cosa per’altro mai accaduta, se non il 3 novembre 1918 a guerra terminata, ma sbarcando dall’incrociatore Audace, non via terra: niente da fare si sono fermati  a San Giovanni in Tuba, prima di Duino. Forse è dal giorno che Trieste inconsciamente non vuole essere conquistata dall’Italia, oppure è Trenitalia che non vuole a andare veramente a Trieste?

Se fino alla città dei cantieri il viaggio è stato lento, da qui a Trieste le cose cambiano. Poche volte l’orario di arrivo è rispettato, spesso se il ritardo è di 5-10 minuti, qui perdiamo qualcosina, talvolta anche di più. La lentezza è dovuta all’intasamento della linea, ai lavori che non finiscono mai o ad altro ancora. Tra stazione di Sistiana-Visogliano e il Bivio d’Aurisina ci sono rallentamenti continui, spesso dovuti a treni (anche merci) davanti. C’è la chicca di intravedere la stanzioncina di Miramare, un bijou mitteleuropeo, speriamo che Moretti non la distrugga per risparmiare sulla pulizia dei vetri… L’entrata in stazione è a passo di lumaca: neppure a Milano Centrale o a Roma Termini, dove il traffico è molto più intenso, la lentezza è così esasperante. Ma ormai sei arrivato, non vedi l’ora di scendere e di dimenticare di aver viaggiato nel 1959 come Mario Soldati.

Il bello è che il modernismo delle “Frecce” tra Mestre e il capolinea giuliano ti fa guadagnare poco o nulla rispetto ai regionali. Dieci minuti. Ti salvi solo perché la Freccia Bianca, anche se un po’ sdentata, fa solo due fermate, Portogruaro e Monfalcone, come fosse ancora la barriera del vecchio confine, pardon del posto di blocco del Territorio Libero – la zona A, amministrato dagli Alleati fino al ’54.  Che sia sempre in vigore la linea di demarcazione anche per Trenitalia? Forse non hanno le mappe aggiornate… sapete sono solo pochi anni che l’Italia è tornata ad est… Beh in fin dei conti il 1954 precede di poco il ’59, per cui siamo in linea col memodé.

Nel frattempo è stato eliminato l’Intercity notte per Lecce che partiva da Trieste alle 19.46. A Monfalcone, dove c’è una numerosa comunità pugliese, sono state raccolte centinaia di firme con la richiesta che sia riattivato. Ma finora tutto tace. Prima avevano tolto anche qui la carrozza di prima classe, sempre i soliti stalinisti, viaggiare è un po’ morire, ma non era partire? Sappiamo del trattamento del personale dei Treninotte, quindi nessuna meraviglia: solo Frecce, non avrai altro treno che una Freccia, con Frecce persino a quattro classi, con i meno chiari in quarta, vedi spot.

Oggi nuovi tagli ai servizi ferroviari passeggeri sono possibili in Friuli Venezia Giulia e in Italia “se venissero meno i trasferimenti dello Stato”. L’allarme a livello nazionale dell’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, un AD per la cronaca da 690 mila euro all’anno di stipendio. Tagliamo un po’ anche lì?

“Se c’è una cosa prevedibile in questo viaggio a Trieste del rottamatore Moretti, intenzionato a vendere stazione e binari dell’ex Transalpina, è che non verrà in treno. Il motivo ovvio: è uno che lavora sodo e non può perdere tempo” scrive Paolo Rumiz, che aggiunge: ”Detesto Trenitalia nella misura in cui adoro i treni. La detesto non solo per quello che infligge agli italiani e alle periferie del Paese, ma anche perché approfitta dell’amore che una bella fetta di connazionali nutre per la strada ferrata. Preferirò sempre un regionale strapieno e puzzolente al grande nulla delle autostrade, e, con me, molti altri la pensano a questo modo. Davanti all’odor di vernice di un locomotore mi commuovo. Il guaio è che Trenitalia lo sa benissimo, e si approfitta di noi romantici imbecilli”.

Susanna Tamaro aggiunge: “Trenitalia considera la tratta Trieste-Venezia come un ramo secco.
Come mai, in tanti anni, le amministrazioni cittadine e regionali non sono riuscite a far sentire la loro voce sulla questione? Già, perché fino ad adesso i frequentatori delle linee secondarie hanno potuto soltanto sopportare. Sopportare l’incuria, la disorganizzazione, i guasti, il menefreghismo, la sporcizia, i ritardi e la follia degli orari. Si devono infatti trascorrere ore e stazione aspettando le coincidenze, senza poter usufruire neppure una sala d’aspetto. Chissà quanti triestini sono diventati alcolisti alla stazione di Mestre!”

Nelle scorse settimane il commissario straordinario per l’asse ferroviario Venezia-Trieste Bortolo Mainardi ha annunciato l’avvio di uno studio di fattibilità avanzato di un tracciato di Alta Capacità Ferroviaria fra i due capoluoghi, in particolare per quel che riguarda la parte veneta del tracciato, della parte friulana non se ne parla: anche stavolta le ferrovie finiscono col Veneto, ma abbiamo fatto un passo avanti. Se nel 1866 l’Italia sabauda finiva a Venezia, ora l’Italia repubblicana (terza o seconda non so) ha portato il confine ferroviario a corrispondere col confine regionale veneto. Forse tra altri 150 anni i confini ferroviari coincideranno con quelli nazionali. E’ auspicabile che per quell’epoca ci sia ancora un’Italia, altrimenti chissà quanto si dovrà aspettare, se quei benedetti confini, sempre mobili, si saranno spostati ancora più a est…

In una Europa allargata tutto è possibile, basterà dirlo anche Trenitalia che intanto hanno tolto il confine con la Slovenia…

Bruno Maran

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