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Ogni giorno in Italia, in maniera più o meno invisibile, si registrano, soprusi e lesioni dei diritti umani degli immigrati,  specie di coloro che si trovano in condizioni di irregolarità. In alcuni casi, in Italia, sono avvenute persino morti di giovani immigrati, assolutamente drammatiche, incomprensibilmente dimenticate dalla stampa nazionale. Morti che non hanno fondamento nello stato di diritto, ma che originano nella fredda crudele disumanità delle procedure di controllo degli immigrati.

La cronaca che ho letto ieri sulle colonne de il Manifesto è di quelle che fanno proprio male. È la storia di una ragazza ucraina di 32 anni, morta suicida nel commissariato di villa Opicina, a Trieste. La giovane è morta appesa a un cappio, nella cella nella quale era chiusa da 48 ore, senza un motivo apparente. Accusata di favoreggiamento alla migrazione clandestina, il 14  aprile era stata scarcerata dopo aver patteggiato la pena. Apparentemente non esisteva quindi nessuna buona ragione perché si trovasse in quella cella, se non la si vuole intendere come una ‘sistemazione’ praeter o persino contra legem, in attesa che la ragazza venisse trasferita in un Centro di Identificazione ed Espulsione. Le indagini disposte dal Pm Massimo De Bortoli hanno permesso di appurare che quello della ragazza è stato soltanto l’episodio più tragico di sistematiche carcerazioni di immigrati, prive di copertura giudiziaria e di archiviazione in registri di polizia. Ciò che è accaduto, probabilmente, non emergerà mai del tutto, ma è stato chiaro dalle immagini della videocamera di sorveglianza che la ragazza è rimasta appesa in aria per almeno 40 lunghissimi minuti nei quali nessuno è intervenuto.

Una volta che le indagini hanno varcato la porta del commissariato, però, ciò che è stato scoperto va oltre ogni possibile fantasia: al posto del cartello “Ufficio immigrazione” era stato appeso il cartello “Ufficio Epurazione”, e la sala, così come tutto il commissariato erano stati devoti alla memoria del duce e alla celebrazione dell’ideologia fascista. La notizia è apparsa solo sul Piccolo di Trieste e su il Manifesto, quasi come se un evento così grave, a livello nazionale, potesse interessare soltanto una testata schierata su posizioni ideologiche della sinistra italiana post-comunista.

Che esista un legame fra parti consistenti delle forze dell’ordine e movimenti neo-fascisti non costituisce certo una novità; così come è tristemente noto come i metodi di alcuni rappresentanti della  polizia, nei confronti di categorie emarginate quali stranieri irregolari, prostitute, tossicodipendenti, varchino spesso il limite della violenza arbitraria causando in alcuni casi persino la morte degli indagati. Ciò che è veramente aberrante, tuttavia, è come si possa perdere la vita per un reato che ha origini, ricordiamo, esclusivamente ‘amministrative’ riguardanti lo status giuridico e il possesso di documenti validi di soggiorno e che è invece, ingiustamente e in forma discriminatoria e istituzionalizzato, sanzionato, nel nostro ordinamento giuridico,  attraverso norme del codice penale.

Cosa sarebbe accaduto ad Alina nel CIE, poi, non ci è dato capirlo, visto che ancora oggi non è permesso ai giornalisti di filmare e provare le abiezioni che gli internati in queste strutture – de facto del tutto simili a carceri – hanno raccontato di subire. Un immigrato in Italia rischia quindi di morire per controlli burocratici, per pratiche di polizia, per carcere non potendo nella gran parte dei casi adire a pene alternative. Un immigrato può morire ancora da rifugiato politico o da richiedente asilo perché non gli viene riconosciuta la copertura umanitaria corrispondetne, per legge, al suo status giuridico. In tutti questi casi, la discriminazione istituzionale non appare nel testo legislativo. È la procedura che uccide. La procedura è un killer molto sottile, molto più invisibile dei busti di Mussolini e delle copie del Mein Kampf che sono state ritrovate negli uffici.

Vincenzo Romania

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