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Redazione Padova - 6 giugno 2012

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Un risveglio doloroso: l’attacco kamikaze

Redazione Padova - 6 giugno 2012
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Questa mattina il risveglio non è stato dei migliori: un sordo boato ci ha svegliati di soprassalto alle prime luci.
Frastornato e non ancora cosciente ho sentito dentro di me una forte sensazione di panico, influenzata anche dai rumori rapidi dei passi e dalle voci alte e angoscianti di alcuni miei “coinquilini”, intenti a fuggire verso i ripari.
Alcuni di loro non sono riusciti a vestirsi: li ho visti arrivare con me, “mezzi nudi” nei rifugi.
“Correte!Correte!….Fuori!Fuori!…”. Le voci, unite ai rumori lesti dei passi che provenivano dal corridoio, hanno confermato ciò che già si prospettava: un kamikaze, appena fuori la recinzione della base, si è fatto saltare in aria!
Uscendo, sono riuscito a malapena a infilare una maglietta, poco prima di raggiungere gli altri!
I rifugi, che sono delle grosse “gallerie” o “tubi”, fatti di cemento armato e situati appena fuori gli alloggi, in poco tempo erano già colmi di gente.
I commenti e le ipotesi sulle possibili cause del boato, poco prima che ci arrivasse la notizia, sono stati rapidi e confusi…e tutto ciò avveniva, mentre eravamo “accatastati” al riparo.
La paura di un attentato, un razzo o un qualsiasi attacco  ha fatto per la prima volta capolino nella mia testa e anche in quella degli altri, vedevo.
Pochi istanti, e una colonna di fumo nero, vista spuntare aldilà dei fili spinati, ci ha reso l’idea di ciò che poco distante da noi fosse avvenuto e quello che successivamente, l’intervento di chi è corso per soccorrere ci ha riportato.
Questa è la realtà afghana, questo è quello che giorno dopo giorno si vive qui: tutto diverso dalle notizie che giornali e televisioni riportano e che fino a quel momento ero abituato a sentire.
I rumori degli elicotteri, accorsi sul posto per prestare soccorso e i mezzi del nostro esercito in movimento per dare supporto, ci hanno messo a conoscenza che l’esplosione, piuttosto forte, provocata da un alto quantitativo di esplosivo all’interno di un’automobile “lanciata” da un kamikaze, ha fatto anche alcuni feriti.
I commenti, di vario genere e con l’aggiunta di impressioni personali di qualche collega presente lì con me: “Questo tipo di eventi in alcuni periodi, sono spesso all’ordine del giorno, purtroppo” ha esposto qualcuno che qui in Afghanistan, ha già un numero di missioni non indifferente.
“Parlando con chi spesso è in giro a fare pattugliamento per le strade, intorno alla città di Herat, alcune di queste esplosioni, passano addirittura quasi inosservate” ha aggiunto un ragazzone alto e muscoloso, con le braccia piegate sul petto, e con le maniche dell’uniforme tirate all’altezza dei bicipidi che lasciavano in evidenza alcuni tatuaggi sulle braccia.
Questo ragazzo era lì di fronte a me, in una postura quasi fiera.
Questo genere di “eventi”, erano notizie che di solito sentivo solo in televisione o le leggevo sui giornali, oggi le ho “vissute”: inizio ad avere un’idea più reale rispetto a che cosa è purtroppo l’Afghanistan, la guerra, questa guerra e le sue dinamiche.
Appena la situazione è tornata alla “normalità”, siamo rientrati nelle camere, ovviamente non mi sono più riaddormentato, ormai “preso dall’adrenalina”, la sola cosa che sono riuscito a fare è stata quella di scrivere e annotare ciò che mi era appena successo di vedere: lo sto facendo spesso da quando sono qui!
Nelle ore successive e durante lo scorrere della giornata, pochi di noi avevano voglia di parlare, il silenzio era terrificante: tutti pensavamo a quello che nel primo mattino c’era capitato di udire e vedere.
Nessuno di noi pensava ad un’accoglienza di questo genere ad una settimana dall’arrivo….
Fino al primo pomeriggio sono andato avanti, lavorando distrattamente scambiando poche parole con pochi…
La serata non è finita nel migliore dei modi, altri elicotteri sono atterrati e alcune ambulanze si dirigevano verso di essi.
Dagli aeromobili sono state portate via alcune barelle con persone sopra distese: altri feriti!
Ho visto in rapida sequenza l’evolversi della scena e il trasferimento delle barelle dagli elicotteri alle ambulanze, trasportate da alcuni militari.
Le ambulanze, dopo aver recuperato le barelle, sono andate via a sirene spiegate, dirigendosi verso il vicino ospedale da campo presente all’interno della struttura militare.
Al momento che tutto ciò appariva davanti ai miei occhi, insieme con altri non abbiamo fatto altro che osservare lo “scenario” attimo per attimo impietriti…
Dopodichè le “solite notizie” che si spargono: si trattava di tre dei nostri, feriti in un attacco a duecento chilometri da qui.
Come e quando non si sa, solo domani coi giornali probabilmente….
Oggi da spettatore e da testimone, ho visto che cosa può dare la guerra: ansie, paure e sconcerto.
Riflettendo su questo, mi sono ritirato in camera.
QuattroGi
(Giovanni Quattromini)

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