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Oggi And è un po’ cinese, e un po’ per la libertà di stampa. Due parole (Cina, libertà di stampa) che andrebbero tenute giocoforza separate, visto quello che sta succedendo. Vale la pena ricordarlo, perché forse non ha trovato lo spazio che merita sui media internazionali. I giornalisti di un settimanale cinese, Nanfang Zuomo, smossi da una piccola sommossa popolare hanno chiesto le dimissioni di Tuo Zhen, funzionario di partito e responsabile propaganda nella provincia del Guangdong. In pratica, l’emissario del partito per la censura. Zhen ha imposto, senza neanche avvertire l’editore, la censura e il cambiamento di un editoriale del direttore del settimanale, critico (ma a quanto pare, ovviamente, neanche troppo) nei confronti dei vertici del partito, ai quali chiedeva di attuare pienamente le norme della Costituzione. Il tutto scritto come lo si può  fare in Cina: all’acqua di rose. Ma questo non è servito: Zhen ha censurato il pezzo, sostituendolo con una lode di partito tagliata su misura.

Si tratta di una delle più dirette e importanti proteste mai attuate in Cina contro la censura e a favore della libertà di stampa: molte persone sono scese in piazza, facendo sentire la loro voce, del caso si è occupato anche Sina Weibo, sito simile, se vogliamo, a Twitter (e già molti utenti sono stati bannati, e i temi filtrati). Bisogna battere il ferro ora, finché è caldo, anche se sembra un’utopia: il nuovo segretario di partito, eletto lo scorso mese, Xi Jinping, aveva fatto trasparire aperture sulla libertà di espressione poco dopo la sua elezione. Per ora, invece, la morsa della censura sembra essersi inasprita. Ed è questo il momento, sulla scia della protesta spontanea, nel quale bisogna fare sentire ognuno la propria voce, come una goccia che possa scavare, piano piano, la roccia: la Cina sarà più vicina se potrà essere raccontata così com’è. Senza filtri: la libertà d’opinione, di scritto, di parola, è fondamentale.

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