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Susi - 16 agosto 2011

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Una giornata al Chromosome Engineering Research Center… alla ricerca di cellule fluorescenti

Susi - 16 agosto 2011
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Sono quasi le 7.00 del mattino, la luce già entra attraverso le tende (le case qui non hanno balconi o serrande alle finestre) e il suono della sveglia mi dice che la giornata ha inizio. Apro la finestra e vedo che Yonago è già attiva ed in movimento. Sento già le automobili sfrecciare numerose nella strada vicina e vedo alcune biciclette passare, spesso si tratta di qualche signora anziana con un grande cappello o l’ombrellino da sole e lunghi guanti per proteggere il candore della pelle. Dopo una doccia e la colazione, con lo zainetto in spalla scendo le scale e prendo la mia bici. Passo attraverso le stradine interne del quartiere, fra le case e gli orti coltivati, dove c’è già qualcuno che si prende cura dei suoi preziosi ortaggi, quindi mi immetto sulla strada principale, che è già parecchio trafficata. Qui la guida è a sinistra e le automobili hanno dunque il volante a destra. Anch’io, in bicicletta, mi sono dovuta abituare a stare dalla parte opposta della strada rispetto a quanto ero abituata. Svoltando a sinistra con una curva secca, mi trovo di fronte alla gigantesca sagoma del Monte Daisen, che domina la città. Nelle giornate in cui il cielo è limpido e sereno appaiono netti i profili dei suoi pendii che salgono dolci verso la cima piatta, in realtà l’ex cratere del vulcano. Con i suoi 1700 metri di altitudine il Daisen impone ogni mattina la sua vista maestosa ai cittadini di Yonago.

Arrivo al Campus, sono ormai le 8.00 e in tutta la città riecheggia il suono di un carillon, così come avviene poi puntualmente anche alle 12.00 e alle 17.00. I parcheggi intorno all’ospedale e agli istituti di ricerca sono già pieni, lo sono tutti i giorni, a qualsiasi ora del giorno. Mi hanno spiegato che in città i mezzi pubblici sono quasi inesistenti, quindi tutti raggiungono il luogo di lavoro con la propria automobile.

Attraverso il piazzale passando di fronte ai vari edifici in cui è dislocato il “Chromosome Engineering Research Center”. Ognuno di questo edifici ha un suo nome, c’è il “Sougoutou Building”, il “Life Science Building”, il “Gene Research Building” e l’edificio in cui lavoro, il “Bio-frontiers Building, che è quello di più recente costruzione. La realizzazione di questo edificio di tre piani, che ospita laboratori dotati delle più sofisticate e costose attrezzature, è stata in gran parte finanziata da aziende che hanno deciso di investire nella ricerca biomedica. Sono molte le “companies” che contribuiscono a finanziare la ricerca in questi istituti. Quasi tutti i giorni vedo il direttore del centro accompagnare gruppetti di “business man” in impeccabile giacca e cravatta a visitare i laboratori. Spesso il direttore si ferma alla mia postazione di lavoro spiegando a me, in inglese, che si tratta di rappresentanti di una “company” interessata  alla ricerca svolta dal nostro istituto, e spiegando poi a loro, in giapponese, che io sono venuta qui dall’Italia per lavorare ad un progetto frutto di una collaborazione internazionale. Un paio di ragazzi che lavorano nel mio stesso team sono in realtà dipendenti di un’azienda che si occupa di biotecnologie, a dimostrazione del fatto che ricerca pubblica e privata qui convivono e si integrano insieme. Anche il governo giapponese destina ogni anno alla ricerca scientifica sostanziosi finanziamenti. Un collega mi ha spiegato che soprattutto dopo l’importante scoperta, nel 2007, delle cellule “staminali pluripotenti indotte” ad opera del Prof. Yamanaka dell’Università di Kyoto, molti finanziamenti pubblici vengono destinati alla ricerca in questo ambito. Certamente la situazione è ben diversa da quella italiana, dove molto spesso i finanziamenti alla ricerca biomedica vengono in gran parte da fondazioni come Telethon più che dal governo o da investitori privati.

(a destra: alcuni degli edifici in cui è dislocato il “Chromosome Engineering Research Center”, a sinistra: entrata del “Bio-frontiers Building”)

Sono dunque arrivata, accendo il computer, controllo l’e-mail, l’agenda e lascio subito la mia scrivania per dirigermi alla cell culture room”, si tratta di una stanza comunemente dedicata al lavoro sulle colture cellulari.

Cos’è una coltura cellulare? Le cellule derivanti da diversi organi o tessuti possono essere mantenute in vita in laboratorio fornendo loro l’opportuno nutrimento e mantenendole in condizioni controllate, che sostanzialmente simulano quelle cui esse sono sottoposte in un organismo vitale. Queste cellule coltivate “in vitro” vengono comunemente utilizzate nella ricerca come modelli sperimentali. La cellula è l’unità base di cui sono costituiti tutti i nostri organi, il mattone con cui è costruito il nostro corpo. Decifrare gli innumerevoli meccanismi che regolano il funzionamento di una cellula, così come il linguaggio mediante il quale diverse cellule comunicano fra di loro, è la chiave di lettura per comprendere come siamo fatti, come funzioniamo. C’è da stupirsi, da meravigliarsi di fronte alla complessità di questo universo infinitamente piccolo.

Le colture cellulari devono essere mantenute in condizioni di sterilità, ovvero in assenza di tutti quei microrganismi come i batteri, che potrebbero facilmente contaminarle, cioè invaderle. A questo scopo si usano appositi materiali sterilizzati e strumentazioni che consentono di lavorare in un’atmosfera pulita. Ecco perché una stanza dedicata esclusivamente a questo tipo di lavoro.

Prima di entrare, lascio fuori le scarpe ed infilo le apposite ciabatte disponibili all’interno. Passo alcuni minuti a lavarmi e disinfettarmi mani e braccia, quindi si comincia. Oggi devo andare a caccia di cellule fluorescenti.

Qui sto imparando a trasferire i cromosomi artificiali da una coltura cellulare all’altra. Un cromosoma artificiale si comporta proprio come i cromosomi naturali, quelli che contengono tutto il nostro patrimonio genetico, ma sono molto più piccoli perché contengono solo i geni che vogliamo introdurre nelle cellule, ad esempio la copia corretta di un gene che nei pazienti è mutato e perciò non funziona. In questi cromosomi artificiali spesso viene inserito anche un gene che permette alle cellule di produrre una proteina fluorescente. Grazie a questa proteina fluorescente, verde nel mio caso, io posso riconoscere le cellule che effettivamente hanno recepito il cromosoma, semplicemente osservandole attraverso un microscopio che le illumina con la luce giusta. Una volta individuate le cellule fluorescenti le devo selezionare, espandere (ovvero farle crescere, moltiplicare) e poi analizzarle.

(cellule fluorescenti contenenti il cromosoma artificiale)

Dopo aver trascorso la mattinata in “stanza cellule” pranzo nella saletta ristoro, spesso insieme ai miei colleghi. Loro, armati di hashi (le bacchette) mangiano il loro bento, la classica lunch box giapponese. Nonostante l’iniziale goffaggine, anch’io ho imparato a mangiare con le bacchette e mi hanno detto che me la sto cavando bene. Purtroppo non sempre sono all’altezza perché può capitare che mi porto da casa una semplice pasta fredda con le verdure, che con le bacchette è un po’ problematica da mangiare, quindi devo ricorrere alla forchetta. Questo scatena la loro curiosità, “Oooh! Italian Pasta!” esclamano.

Mi aspetta quindi un pomeriggio di lavoro in compagnia di un collega che mi sta insegnando a maneggiare grosse molecole di DNA. Passiamo diverse ore a fare un lavoro di taglia e cuci “molecolare”. L’obiettivo è quello di inserire, sempre in un cromosoma artificiale, i geni di nostro interesse che però, per funzionare correttamente, devono essere prima assemblati come tanti pezzetti di un puzzle ordinato, in un lavoro minuzioso e scrupoloso. Ad ogni passaggio, si controlla che tutto sia stato cucito nella maniera più corretta. Certamente pazienza e precisione, doti importanti per questo tipo di lavoro, qui non mancano.

Verso sera torno alla mia scrivania, dove ho un po’ di lavoro al computer da sbrigare. Esco un po’ dopo le 19.00, è quasi buio. In Italia è ora di pranzo. Uscendo incrocio alcuni colleghi che hanno ancora una serie di provette in mano, alcuni di loro hanno appena iniziato un esperimento, probabilmente qualcuno di loro dormirà (qualche ora) sui divanetti sparsi nelle sale ristoro e nelle sale riunioni, fra un esperimento e l’altro.

Non molto tempo fa ho presentato il mio lavoro alla riunione che facciamo ogni lunedì mattina, cui partecipano diversi gruppi di ricerca dell’istituto. Arrivai un po’ in anticipo per connettere il mio computer al proiettore e accertarmi che il tutto funzionasse correttamente. La porta della sala riunioni era ancora chiusa e all’interno era buio, le tende erano abbassate. Senza pensarci, aprii la porta e accesi la luce, al che vidi sobbalzare sul divano in fondo alla stanza un mio collega. Aveva dormito là e io lo avevo appena svegliato. Imbarazzata mi scusai, lui tranquillamente si scusò a sua volta per avermi fatto spaventare, si infilò il camice, mi aiutò a collegare il computer e poi se ne andò in laboratorio a proseguire i suoi esperimenti.

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