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Redazione - 9 novembre 2012

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Redazione - 9 novembre 2012

Università, è ora di bocciare di più

Redazione - 9 novembre 2012
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Questo articolo di Fabrizio Tonello è tratto da Il Bo, giornale on line dell’Università di Padova: http://www.unipd.it/ilbo

Faccio un esame sulla politica estera americana, un corso che prevede due soli testi da studiare: la Costituzione degli Stati Uniti (per capire quali sono i ruoli del presidente e del Congresso) e un libro serio ma discorsivo e comprensibile intitolato Destino manifesto.

Si presenta uno studente con la barba, una faccia che ho visto a lezione e in almeno un paio di appelli precedenti, quindi gli faccio la domanda più soft possibile, qualcosa che dovrebbe servire a metterlo a proprio agio: per la legge americana chi ha il potere di “dichiarare guerra”? Concetto base, risposta facile: il Congresso.

Arriva, prontamente, la risposta sbagliata: “Il presidente”. Non faccio in tempo ad aggrottare le sopracciglia che il candidato inizia a balbettare qualcosa sul “Senato che ha il potere di ratificare i trattati” e quando gli faccio osservare che la cosa non è pertinente sprofonda nelle sabbie mobili dichiarando che “Anche la Camera ha poteri consultivi”. Meglio passare ad altro.

Se, nella mente di molti studenti, l’architettura costituzionale degli Stati Uniti rimane confusa, sarà meglio passare a discutere di argomenti più vicini a noi, per esempio la guerra fredda, di cui si parla perfino sui giornali oppure nei romanzi di spionaggio (qualche film di James Bond l’avranno pur visto!). La domanda, quindi è: “Mi parli di come iniziò la guerra fredda”.

“Beh, ci fu il piano Marshall…”

Interrompo, pazientemente: “Quello arriva dopo: come si passò dall’alleanza antinazista alla rottura fra USA e URSS?”. Risposta: “Gli Stati Uniti si opponevano all’espansionismo sovietico”. Un po’ ideologico, ma promettente. “E in quali paesi si temeva che l’Unione Sovietica installasse regimi a lei favorevoli?”.

Improvvisamente, vedo lo studente impallidire sotto la barba, comincia a fissarsi le scarpe con insistenza, la temperatura corporea scende. Dopo un buon minuto di riflessione, riesce a sussurrare: “C’erano la Bulgaria… la Romania”. Sollevato, penso sia uscito dalla crisi ipoglicemica e gli dico con tono di incoraggiamento: “Certo, e proseguendo verso Nord, che altri paesi c’erano?”

“L’Ucraina”, mi fa lui con il tono di chi è sul punto di svenire.

“L’Ucraina faceva parte dell’Unione Sovietica, non dei paesi satelliti”, rispondo.

“I paesi baltici?”

“Anche quelli”.

Sorrido con l’aria incoraggiante: “Senta, prendiamo una scorciatoia. Se lei va in macchina al valico di Tarvisio, in che paese si trova?” (mi vergogno di me stesso, a trasformare un esame in gita fuori porta per salvare studenti ansiosi, ma non saprei che altro fare).

“Tarvisio?”

“Sì, Tarvisio”.

“Ecco, Tarvisio, in questo momento ho un vuoto, non saprei”.

Lo guardo meglio: è una persona normale, avrà 27 o 28 anni, è iscritto a una laurea magistrale e vuole uscire dall’università in marzo, con un titolo di studio che gli permetterà di accedere a ruoli dirigenziali nella pubblica amministrazione, candidarsi per lavorare in organismi internazionali, magari pensa di fare il volontario per Emergency. Però non sa dov’è Tarvisio.

Mi chiedo a cosa serva l’università, perché siamo qui? Cinque anni di elementari, tre di medie, cinque di superiori, tre di laurea di primo livello, due di laurea magistrale: totale 18 anni di studio in cui qualcuno, da qualche parte, in qualche momento, avrebbe dovuto dire: “Bene, ragazzi, allora l’Italia con quali paesi confina?”. Forse quel qualcuno c’è stato, una maestra diligente o un professore delle medie che riteneva importante la geografia, ma il mio studente non ascoltava, non leggeva, non guardava la carta geografica.

L’esame, a questo punto, potrebbe tranquillamente concludersi ma insisto: “Da Tarvisio si va in Austria, se da lì si va verso Est, il paese che l’Unione Sovietica voleva assolutamente controllare qual era?”

“La Cecoslovacchia?”

“Quello sarebbe verso Nord, piuttosto… Va bene, allora abbiamo Ungheria e Cecoslovacchia, andando di nuovo verso Nord, il paese più grande di tutti, quello dove è scoppiata la seconda Guerra mondiale?”

Silenzio. Siamo in Europa, si parla ogni settimana di Polonia, di Ungheria, di Romania ma per il nostro candidato questi paesi potrebbero stare su Marte. Vuole laurearsi in studi internazionali con una tesi sul Medio Oriente.

Ora, mi piacerebbe rivolgere una domanda ai miei colleghi e una domanda agli studenti. Ai miei colleghi chiederei: “Vi rendete conto che il collasso della formazione scolastica precedente e la disabitudine alla lettura hanno creato una generazione di giovani privi dei più elementari riferimenti di storia e geografia? Cosa aspettate per attivare corsi di sostegno che permettano di colmare questo buco nero, una situazione che minaccia di rendere del tutto irrilevante ciò di cui parliamo in aula perché mancano dei punti fermi a cui ancorare le nozioni che cerchiamo di trasmettere?”

Agli studenti chiederei: “So bene che non tutti siete nelle condizioni del candidato che ho incontrato stamattina ma so anche che molti di voi non sanno bene dove sia l’Iraq, o l’Iran, oppure cosa sia successo alle fosse Ardeatine. Non pensate che informarvi, leggere, studiare anche cose diverse dai manuali per l’esame sia una condizione necessaria per diventare adulti?” Se volete rispondere, la mia mail è qui sotto.

Fabrizio Tonello

fabrizio.tonello@unipd.it

Sullo stesso argomento leggi la risposta di Corrado Poli

12 comments

  1. Purtroppo bocciare all’università persone con queste lacune è troppo tardi.
    E’ tutto il lavoro pregresso che è sbagliato. Come quelli che all’università commettono errori ortografici da analfabeti (esperienza vista coi miei occhi) scrivendo: “Lo visto ha quello la. Che dici tù”. Questa persona aveva quasi 30 anni e si è laureata con 110eLode sostenendo esami quasi in dialetto.
    A questa persona, in 13 anni di scuola dell’obbligo e con almeno 30 esami scritti all’università, nessuno si è degnato di fargli presente la differenza tra “LO” e “L’HO”, “LA” e “Là” e “TU” (che veniva accentato anche nelle forme di “mè, tè”).

    L’ultima spiaggia potrebbe essere un test di ingresso alle università senza il numero chiuso. Ma che tipo di test si dovrebbe fare? E con quale grado di difficoltà? O di specificità?
    Certo è che, mediamente, il livello degli universitari di oggi è veramente infimo.
    Le colpe sono sia degli alunni, disinteressati a tutto ciò che li circonda, che dei programmi troppo obsoleti, che degli insegnanti che non sanno stimolare gli alunni alla conoscenza e all’allargamento dei propri orizzonti.

  2. Una curiosità però: Lei lo ha bocciato quello studente? Se sì, come farà quando quell’alunno si presenterà al prossimo esame sapendo che le sue lacune sono indelebili? E che domande gli porrà? O preferirà farlo esaminare da qualche assistente per “lavarsene le mani” altrimenti dovrebbe bocciarlo ad oltranza?
    Ci ha pensato a tutto questo? E cosa si è risposto?

    1. La provocazione di Fabrizio Tonello su “il Bo” dal titolo “Cari studenti, è ora di bocciare un po’ di più” (link qui: http://www.unipd.it/ilbo/content/cari-studenti-e-ora-di-bocciare-un-po%E2%80%99-di-piu) impone una riflessione sul senso dell’insegnamento universitario alla quale vorrei provare a contribuire. Ci tengo molto a questo punto, perché parto dall’assunto che l’insegnamento non sia tanto e solo una trasmissione di saperi dal docente agli allievi, quanto un lavoro che si fa assieme agli allievi, rivolto a stimolare il potenziale degli stessi (che spesso gli stessi non sanno di avere). Non una freccia unidirezionale, ma bidirezionale. Chiaramente ognuno con il proprio ruolo: è compito del docente stimolare, saper cogliere la curiosità dell’allievo ed alimentarla; così come è compito dell’allievo lavorare sul suo spirito critico, sulla propria autonomia.

      Insegno una materia forse molto lontana da quella del Prof. Tonello, l’analisi matematica. Contrariamente a quanto comunemente si crede, la matematica è molto poco nozionistica. Una misura brutale può essere costituita dalla “massa” di cose da sapere, che per un corso normale possono essere contenute in poche decine di pagine: quasi nulla rispetto ai voluminosi tomi dell’ambito umanistico. Si lavora su un’altra dimensione, più creativa: l’intuizione. Cosa che non si trasmette facilmente, ma che ognuno di noi, chi più chi meno, ha. E si cerca di metterla al servizio di un ragionamento che si fonda su una logica necessariamente ferrea. Al netto dei contenuti specifici, cioè, si cerca di sviluppare abilità che hanno una valenza che trascende la stessa matematica. Per questo, insisto particolarmente con gli studenti, studiare la matematica è anche imparare ad confrontarsi con un’organizzazione: sia essa del lavoro, sociale o ludica. Sono abilità, che se sviluppate, possono essere di grande rilievo in una società complessa come la nostra.

      Questo processo continuo di feedback tra docente e allievi, pur nella limitatezza di un’aula universitaria dove magari siedono duecento studenti, è una sfida difficile e uno stimolo continuo a ripensare la funzione e la modalità di svolgimento di una lezione. Molti studenti, per esempio, restano perplessi al trovarsi di fronte a problemi senza risposta. Non è sadismo, è che devono imparare, gradualmente, ad auto valutarsi, a capire da soli se sono in grado di fornire una risposta corretta oppure incompleta o del tutto scorretta. Uno studente che sviluppi questo grado di maturità è in grado di capire, con buona approssimazione, quando è pronto per un esame, per esempio, e ne accetta l’esito, pur nella inevitabile approssimazione dello stesso come strumento di valutazione della preparazione. Certo, c’è chi questa capacità non la sviluppa, perché forse cerca di rincorrere la vecchia ricetta per cui l’esame serve al docente per valutarti non a te stesso per misurare la tua preparazione. Nel primo caso lo studente sarà più passivo e l’insegnamento sarà servito a poco.

      Ma c’è anche chi si fa prendere da altri fattori, più emotivi e per questo interessanti. Capita chi sai che è una persona in gamba, perché magari hai avuto modo di parlarci più volte durante il corso. Ma il giorno dell’esame, vuoi per lo stress o altro, vive un black-out. Cosa che più o meno in grande è successa a tutti. L’esame in questo caso non è lo strumento migliore, ma in mancanza d’altro si deve imparare a trarne un insegnamento anche da questi momenti.

      “Gli esami non finiscono mai”, dice Eduardo, sono una cosa normale che fa parte della nostra vita. Normale è superarli come no. Così come il docente deve respingere senza rabbia o umiliare lo studente impreparato. Non mi pare corretto, quindi, porre il problema in termini di maggiori o minori bocciature. Peraltro ci sono classi diverse, in alcune la partecipazione si autoalimenta e i risultati sono migliori per tutti, in altre si vive apaticamente alla giornata con esiti mediamente peggiori.

      Insomma, insegnare e valutare resta sempre una professione molto delicata e al tempo stesso meravigliosa. Personalmente resto sempre affascinato ogni anno a conoscere nuove “giovani avide menti”, come le definiva John Nash.
      Paolo Guiotto

  3. Sono perfettamente d’accordo con l’idea che un ragazzo, arrivato all’Università, non può non sapere dove sia la Polonia, o non può commettere errori di ortografia. Il problema è che questi ragazzi bisognerebbe fermarli prima, ma è quasi impossibile. Io lavoro alle medie. Risulta impossibile, spesso, fermare alunni che non sanno in pratica nemmeno leggere o scrivere. Perché i Dirigenti temono ricorsi da parte dele famiglie, perché c’è sempre chi sostiene che la bocciatura sarebbe un “trauma” troppo grosso per l’alunno, etc. Così, alla fine, si mandano avanti, e allo sbaraglio, ragazzi che non hanno gli strumenti per farcela. E’ far loro del male, molto spesso. Se il ragazzo ha delle lacune, il dovere del sistema è fermarlo. Poi fornirgli anche, in contemporenea gli strumenti per poterle recuperare. Ma siccome nessuno ha i soldi per dare questi strumenti, si pensa che la soluzione sia mandare avanti tutti, cosa che inoltre ha l’indubbio vantaggio di far sentire anche tutti molto caritatevoli e buoni. Mentre poi i ragazzi arrivano all’Università nelle condizioni di questo poveraccio qua, che cosa andrà mai a fare nella vita, anche ammesso che arrivi a prendere la laurea?

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