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Questo articolo di Fabrizio Tonello è tratto da Il Bo, giornale on line dell’Università di Padova: http://www.unipd.it/ilbo

Faccio un esame sulla politica estera americana, un corso che prevede due soli testi da studiare: la Costituzione degli Stati Uniti (per capire quali sono i ruoli del presidente e del Congresso) e un libro serio ma discorsivo e comprensibile intitolato Destino manifesto.

Si presenta uno studente con la barba, una faccia che ho visto a lezione e in almeno un paio di appelli precedenti, quindi gli faccio la domanda più soft possibile, qualcosa che dovrebbe servire a metterlo a proprio agio: per la legge americana chi ha il potere di “dichiarare guerra”? Concetto base, risposta facile: il Congresso.

Arriva, prontamente, la risposta sbagliata: “Il presidente”. Non faccio in tempo ad aggrottare le sopracciglia che il candidato inizia a balbettare qualcosa sul “Senato che ha il potere di ratificare i trattati” e quando gli faccio osservare che la cosa non è pertinente sprofonda nelle sabbie mobili dichiarando che “Anche la Camera ha poteri consultivi”. Meglio passare ad altro.

Se, nella mente di molti studenti, l’architettura costituzionale degli Stati Uniti rimane confusa, sarà meglio passare a discutere di argomenti più vicini a noi, per esempio la guerra fredda, di cui si parla perfino sui giornali oppure nei romanzi di spionaggio (qualche film di James Bond l’avranno pur visto!). La domanda, quindi è: “Mi parli di come iniziò la guerra fredda”.

“Beh, ci fu il piano Marshall…”

Interrompo, pazientemente: “Quello arriva dopo: come si passò dall’alleanza antinazista alla rottura fra USA e URSS?”. Risposta: “Gli Stati Uniti si opponevano all’espansionismo sovietico”. Un po’ ideologico, ma promettente. “E in quali paesi si temeva che l’Unione Sovietica installasse regimi a lei favorevoli?”.

Improvvisamente, vedo lo studente impallidire sotto la barba, comincia a fissarsi le scarpe con insistenza, la temperatura corporea scende. Dopo un buon minuto di riflessione, riesce a sussurrare: “C’erano la Bulgaria… la Romania”. Sollevato, penso sia uscito dalla crisi ipoglicemica e gli dico con tono di incoraggiamento: “Certo, e proseguendo verso Nord, che altri paesi c’erano?”

“L’Ucraina”, mi fa lui con il tono di chi è sul punto di svenire.

“L’Ucraina faceva parte dell’Unione Sovietica, non dei paesi satelliti”, rispondo.

“I paesi baltici?”

“Anche quelli”.

Sorrido con l’aria incoraggiante: “Senta, prendiamo una scorciatoia. Se lei va in macchina al valico di Tarvisio, in che paese si trova?” (mi vergogno di me stesso, a trasformare un esame in gita fuori porta per salvare studenti ansiosi, ma non saprei che altro fare).

“Tarvisio?”

“Sì, Tarvisio”.

“Ecco, Tarvisio, in questo momento ho un vuoto, non saprei”.

Lo guardo meglio: è una persona normale, avrà 27 o 28 anni, è iscritto a una laurea magistrale e vuole uscire dall’università in marzo, con un titolo di studio che gli permetterà di accedere a ruoli dirigenziali nella pubblica amministrazione, candidarsi per lavorare in organismi internazionali, magari pensa di fare il volontario per Emergency. Però non sa dov’è Tarvisio.

Mi chiedo a cosa serva l’università, perché siamo qui? Cinque anni di elementari, tre di medie, cinque di superiori, tre di laurea di primo livello, due di laurea magistrale: totale 18 anni di studio in cui qualcuno, da qualche parte, in qualche momento, avrebbe dovuto dire: “Bene, ragazzi, allora l’Italia con quali paesi confina?”. Forse quel qualcuno c’è stato, una maestra diligente o un professore delle medie che riteneva importante la geografia, ma il mio studente non ascoltava, non leggeva, non guardava la carta geografica.

L’esame, a questo punto, potrebbe tranquillamente concludersi ma insisto: “Da Tarvisio si va in Austria, se da lì si va verso Est, il paese che l’Unione Sovietica voleva assolutamente controllare qual era?”

“La Cecoslovacchia?”

“Quello sarebbe verso Nord, piuttosto… Va bene, allora abbiamo Ungheria e Cecoslovacchia, andando di nuovo verso Nord, il paese più grande di tutti, quello dove è scoppiata la seconda Guerra mondiale?”

Silenzio. Siamo in Europa, si parla ogni settimana di Polonia, di Ungheria, di Romania ma per il nostro candidato questi paesi potrebbero stare su Marte. Vuole laurearsi in studi internazionali con una tesi sul Medio Oriente.

Ora, mi piacerebbe rivolgere una domanda ai miei colleghi e una domanda agli studenti. Ai miei colleghi chiederei: “Vi rendete conto che il collasso della formazione scolastica precedente e la disabitudine alla lettura hanno creato una generazione di giovani privi dei più elementari riferimenti di storia e geografia? Cosa aspettate per attivare corsi di sostegno che permettano di colmare questo buco nero, una situazione che minaccia di rendere del tutto irrilevante ciò di cui parliamo in aula perché mancano dei punti fermi a cui ancorare le nozioni che cerchiamo di trasmettere?”

Agli studenti chiederei: “So bene che non tutti siete nelle condizioni del candidato che ho incontrato stamattina ma so anche che molti di voi non sanno bene dove sia l’Iraq, o l’Iran, oppure cosa sia successo alle fosse Ardeatine. Non pensate che informarvi, leggere, studiare anche cose diverse dai manuali per l’esame sia una condizione necessaria per diventare adulti?” Se volete rispondere, la mia mail è qui sotto.

Fabrizio Tonello

fabrizio.tonello@unipd.it

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