VIAGGI 12 giugno 2012

Esco da Khartoum per un rapido giro delle città del nord, attraversando un vasto deserto a bordo di un pullman locale, in una lunga giornata di viaggio. La cittadina sonnolenta di Dongola mi accoglie alla sera tra le sue braccia, e mi perdo con piacere nella penombra delle sue vie. Al mattino parto a piedi per una passeggiata lungo la sponda del Nilo, riparato dall’ombra dei palmizi e avvolto dall’odore di terra fertile dei campi irrigati. I contadini qui lavorano spesso da soli, avvolti nelle loro tuniche bianche e nel verde contorno dei loro terreni. Questa abbondanza è però soltanto una rara eccezione, sostenuta dalla generosità del fiume, perché a cento passi dalla riva comincia immediatamente un deserto di sabbia gialla: è un taglio netto, senza alcuna transizione. Seguo le tracce lasciate dai giovani pastori dei villaggi rivieraschi; attraverso un ponticello di legno, osservo per un istante il luccichio delle acque languide di un canale, e subito dall’altra parte le dune ricominciano di nuovo.

Infine al di là di un ondulazione sabbiosa arrivo alla mia meta. Scorgo due file di pietroni rozzamente intagliati, in forma tondeggiante o quadrata, là dove in passato sorgevano delle colonne; e delle fondamenta in mattoni crudi quasi completamente coperte dalla sabbia, nel punto in cui un tempo si innalzavano dei muri maestuosi. Ecco il tempio, o meglio, ciò che ne rimane. Mi siedo in un angolo e lascio il mio sguardo aleggiare sopra le rovine. Provo ad immaginarmi i pensieri e le emozioni degli architetti, dei soldati e dei sacerdoti che costruirono, difesero e animarono questa struttura religiosa, questo grande simbolo di influenza e di potere. Mandati qui da chissà quale faraone, alla fine di un viaggio per fiume e deserto di diversi mesi, come si saranno sentiti? Orgogliosi? Eccitati? Malinconici? Saranno riusciti in qualche modo a sentirsi a casa loro, grazie a questo tempio e ai loro riti familiari?

Secondo me disprezzavano la popolazione locale, probabilmente resa schiava e considerata come inferiore, ed erano tanto stufi di essere bloccati in quest’angolo isolato del mondo quanto lo sono al giorno d’oggi molti espatriati in Congo, Sud Sudan, o altrove…

Dopo un ulteriore spostamento in autobus mi ritrovo al tramonto in cima alla montagna di Karima, un’altra cittadina distesa lungo le sponde del Nilo. Le viste dall’alto sono magnifiche: la linea curveggiante del fiume, le distese di palmizi, i campi coltivati, la città di case basse, bianche, ocra, marroncine, le rovine dei templi egiziani, e alle spalle di nuovo il deserto, l’infinito deserto… E’ scesa la temperatura e la calma e il silenzio sono assoluti. Un venticello tiepido mi accarezza la pelle. E’ la degna conclusione di un’intensa giornata di esplorazione…

Karima è da secoli, anzi da millenni, un centro di commerci e di scambi lungo la grande via d’acqua del Nilo. Un ramo delle ferrovie costruite durante la colonizzazione inglese arrivava giusto fino a qui. I battelli a vapore risalivano e discendevano il corso del Nilo trasportando passeggeri e mercanzie. Ora grazie alle buone strade costruite negli ultimi vent’anni, il trasporto su gomma è più rapido e conveniente; di conseguenza la stazione ferroviaria è chiusa e le imbarcazioni restano in secca sulla sponda ad arrugginire.

Karima è da sempre un centro di cultura e di civiltà. Fu la capitale del regno nubiano di Kush. I suoi sovrani riuscirono a conquistare l’intero Egitto e a dominarlo per un secolo intero. Da sempre ha offerto rifugio e ristoro a commercianti, pellegrini, e beduini. E’ un piccolo miracolo di vitalità umana sorto all’incrocio della sabbia e dell’acqua; è un’antica testimone del bisogno impellente degli uomini di riunirsi, di aggregarsi, e di condividere un destino comune.

Resterei qui sopra ancora delle ore a scrivere, leggere e meditare, ma giunge la sera ed è tempo di andare. Mi lascio scivolare giù di corsa da un pendio sabbioso, e arrivo giusto di fronte al complesso di piramidi. Sono strutture basse ed aguzze, di pietra scura, molto più piccole di quelle egiziane, e tutte riunite una accanto all’altra. Ognuna di esse è la tomba di un antico faraone o di un membro importante della sua dinastia. Gli giro attorno, le osservo una ad una, e accarezzo la superficie ruvida e consumata delle loro pietre. Gli antichi architetti le hanno costruite piccole, semplici e disadorne, ma più solide e resistenti del deserto e del tempo, e infatti dopo millenni sono ancora qui.

Rimango in silenzio a contemplarle fino a quando l’ultimo guizzo di sole svanisce dietro l’orizzonte; poi raggiungo il ciglio della strada, poco lontano, e fermo una macchina con il pollice alzato per farmi riaccompagnare in centro città.

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