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Volontariato a Zanzibar, la bellezza del ritorno all’Africa

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IMG_3660Appena uscita dall’aeroporto vengo investita da un’ondata di odori che riaprono immediatamente quel cassetto della memoria, rimasto socchiuso per otto anni, e dentro di me dico: sono tornata. Una lieve pelle d’oca, un leggero batticuore mi sale alla gola e mi si stampa in faccia quel sorriso, leggero e un po’ebete, di chi rivive una grande gioia che pensava dimenticata.

L’aeroporto di Zanzibar dista poco più di un’ora di macchina dalla nostra destinazione, il villaggio di Jambiani sulla costa sud-orientale dell’isola, dove si trova la casa accoglierà me e gli altri nove volontari per i prossimi quattordici giorni. Durante il tragitto rivedo intatta quell’Africa tanto sognata che scorre dietro al finestrino: donne avvolte in kanga (tessuto tipico africano) colorati che trasportano enormi fagotti in bilico sulle piccole teste; bambini in divisa al ritorno da scuola che salutano urlando Jambo! ; bancarelle di frutta e ortaggi disposti con meticolosa geometria che non compra nessuno; uomini sdraiati mollemente all’ombra di fogli di banano che osservano la strada;  dalla-dalla stracolmi di gente che sfrecciano via, qualche in bicicletta sgangherata.

La casa dell’Associazione che ci ospita è una struttura nuova e bellissima che, nel giro di dieci minuti, viene letteralmente invasa dal tornado-volontari e ufficialmente trasformata in base operativa. Nel caos e nell’entusiasmo dell’arrivo conosciamo i coordinatori del progetto, una coppia bresciana sulla quarantina, da dieci anni in Africa (prima in Zambia in un campo profughi, da 4 anni a Zanzibar), con uno splendido bimbo biondo di due anni e uno/a in arrivo a gennaio.

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Comincia così la mia seconda esperienza africana, un misto di euforia da ritorno e timore da ignoto. Da un lato sono curiosa ed esaltata all’idea di immergermi in una nuova realtà, che non vedo l’ora di assaporare e scoprire. D’altro canto mi rendo conto che la convivenza stretta con altri nove sconosciuti non sarà facile, fra esperienze ed aspettative diverse, dovendo gestire spazi e ritmi in comune in un posto così particolare che, per quanto bellissimo, è completamente diverso dall’ambiente dal quale veniamo. In realtà il clima zanzibarino ci conquista tutti nel giro di poche ore e i piccoli, naturali screzi della convivenza passano decisamente in secondo piano. Siamo in un angolo di paradiso terrestre e l’Italia, con tutte le sue preoccupazioni e angosce quotidiane, sembra lontana anni luce. Non abbiamo internet e i cellulari non ricevono: due settimane di completa e totale disintossicazione da ogni dipendenza sociale.

E’ difficile descrivere in poche parole quei quattordici giorni a Zanzibar. Giorni colorati da mille sfumature di azzurro, del mare e del cielo, e dal bianco abbagliante della sabbia di mezzogiorno, che non si riesce a guardare senza occhiali da sole. Le nostre braccia e gambe macchiati dalla vernice che usavamo per pitturare muri e cancelli del polo dell’associazione, e l’odore di acqua ragia che ti si appiccica addosso. Il palato inebriato dal gusto rotondo del cocco, l’elemento principale della deliziosa cucina zanzibarina, che le donne del villaggio e degli asili cucinavano abilmente per noi, per farci assaggiare la loro cultura. Odori forti di spezie, di mare, di sabbia bagnata e di pelle scottata dal sole. Occhi curiosi e braccia ansiose di essere sollevate dei bambini che facevamo giocare negli asili. Ma soprattutto una sensazione di leggerezza e bellezza purissime, che l’isola e la sua gente hanno lasciato nel cuore di tutti noi dieci volontari.

Barbara Zamboni

La partenza di Barbara per Zanzibar

Per sapere di più sul volontariato a Zanzibar: http://www.whyinsieme.org/

Gli altri reportage di Barbara: Visita ad Auschwitz; Cuccette per signora, essere donna in India; Apologia di Bruxelles; India, quegli americani che ci fanno?

 

 

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