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Redazione - 11 novembre 2011

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Water Cambodia: tanta acqua alle spalle e poco da festeggiare

Redazione - 11 novembre 2011
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E’ novembre. In Cambogia, novembre ha un significato particolare: è la fine della stagione delle piogge. L’evento è annunciato dalla fine di un fenomeno che, se non fosse perfettamente spiegabile, avrebbe del miracoloso: il fiume Tonle Sap torna alla sua consueta corsa verso il Mekong, dopo aver invertito la corrente durante i monsoni, trascinando enormi quantità di pesce nel lago omonimo, che quintuplica il volume delle sue acque e sfama 3 milioni di persone. Per celebrare e ringraziare la benevolenza della natura, il mondo rurale si riversa eccitato nella capitale, seguendo il rinnovato corso del Tonle Sap che proprio a Phnom Pehn incontra il Mekong, concedendosi tre giorni di feste e sfide in barca. L’atmosfera è concitata, poche ore di delirio al centro dell’attenzione, concesso a chi per tutto il resto dell’anno vive in un mondo dimenticato e faticoso. La folla è immensa: l’anno scorso 350 persone sono morte per la calca su un ponte della città.


Tutto questo, però, possiamo solo immaginarlo. Quest’anno non ci sarà nessuna celebrazione. Il governo ha dichiarato che utilizzerà i soldi per rinvigorire gli aiuti alle persone alluvionate. Anche qui infatti, prima che in Thailandia, le piogge sono state più abbondati del solito, almeno 150 persone sono morte, migliaia e migliaia quelle coinvolte ed enormi campi di riso hanno perso il loro raccolto. C’è chi dice che il governo non ha mai pagato niente per organizzare le celebrazioni e voglia solo dare uno stop per poi tassare le edizioni successive: in effetti i giorni di ferie lavorativa non sono stati cancellati. Navigando tra Battambang e il Tonlè Sap, però, non possiamo far altro che constatare che da festeggiare ci sia poco, anche se i sorrisi della gente non mancano mai.

Abbiamo risalito in kayak il fiume Sangker, affluente del Tonle Sap che passa per la città di Battambang. Lungo il corso d’acqua si affacciano molti villaggi costituiti da case in legno, spesso con muri e tetti in lamiera. Ogni casa poggia su travi come una palafitta, segno che la gente del luogo è abituata ai capricci del fiume. Quando il livello dell’acqua scende, come un moderno Nilo, il fiume lascia i campi concimati e i cambogiani li arano con aratri a traino, o anche a mano. Quest’anno, si è cominciato in ritardo, ci dicono, in quanto le piogge non si sono ancora placate. Il fiume infatti ci sembra una immensa massa di fango e molte delle case sono ancora immerse nell’acqua. Le famiglie, donne uomini e bimbi, catturano centinaia di piccoli pesci con reti cucite a mano e trascinate con canoe, o addirittura a braccia, magari galleggiando su qualche tanica dato che molti non sanno nuotare. Una vita idilliaca, senza tempo, fatta di piccole cose, ma in realtà anche misera, aspra, condannata alla giornata, dalla quale uscire non è facile. Non me ne vogliano i teorici del ritorno alle risaie, ma più che le Georgiche, le immagini che mi venivano alla mente erano quelle evocate in “Cristo si è fermato a Eboli”.

Una triste, immancabile presenza in questo mondo che rimane affascinante ci ha accompagnato durante tutto il percorso: la plastica. La plastica è il tipico esempio di come l’uomo inventa le cose senza trovare il rimedio, se non troppo tardi. Abbiamo inondato questa gente che vive con un dollaro al giorno con sacchetti di plastica con cui avvolgono ogni frutto in vendita al mercato. Ci siamo dimenticati di dire che qualcuno, poi, doveva venire a raccoglierla e magari riciclarla.

Sul lago Tonlè Sap, i locali si sono adattati al cambio del livello dell’acqua, e quindi dell’area di pesca, costruendo villaggi galleggianti: piccole comunità in cui ogni casa è sospesa su possenti fusti di bamboo. Navigando tra queste Venezie esotiche, i bimbi ci salutano tuffandosi, mentre altri più grandi e vestiti in uniforme, raggiungono la loro scuola in canoa. “Trei!”, continuiamo a ripetere agli adulti che lanciano le loro reti da pesca: l’unica parola di Khmer che riesco a ricordarmi vuol dire “pesce”, e così proviamo ad augurare una cena succulenta, ricevendo in cambio frasi incomprensibili. Quest’anno, il lago sembra un oceano. I villaggi galleggianti sono arrivati quasi più in là delle loro controparti sulla terraferma, di cui spesso vediamo solo i tetti, mentre le fronde di alberi possenti spuntano dall’acqua come piante marine.

Nonostante le alluvioni, il monsone sembra ormai alle spalle e la vita sembra andare avanti. Anche quest’anno, le reti sembrano abbondare di piccoli pesci. Questo perché le attività industriali sono ancora limitate e i corsi fluviali sono ancora in vita. Il futuro potrebbe non essere così, dato che i cinesi, dopo aver distrutto la vita dei propri corsi d’acqua e delle comunità che da essi dipendevano, hanno cominciato a modificare il corso del Mekong. Si è ancora in tempo per dare il buon esempio, sarebbe meglio concentrare le energie sull’adattamento a frequenti alluvioni, dato che le previsioni dei climatologi sembrano rivelarsi non solo corrette, ma più urgenti del previsto.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

12 comments

  1. Posticino invitante!!! :))))

    Scherzo bel riassunto. Comunque quando leggo “Khmer” mi ricorda troppo “Khmer figlio di Pdor” di Aldo Giovanni e Giacomo!!!

    un abbraccio forte

    S.

  2. E’ vero! E tra l’altro il Khmer parlato sembra una cantilena a volume altissimo con un sacco di “pdor, pdan” e cose simili 🙂

  3. Un aspetto interessante della vita sul Tonle Sap e’ che vi risiede una minoranza etnica di pescatori vietnamiti. Questi non sono meno cambogiani di quanto non siano italiani le popolazioni grecofone dell’Italia Meridionale, pero’ vengono discriminati dalle autorità, ad esempio,con la richiesta di un pizzo sul pescato. Sebbene siano poveri come i Khmer, su di loro c’e’ il pregiudizio che essendo bravi pescatori e commercianti debbano essere più ricchi.
    Per un’analisi più approfondita del tema vi rimando a questo link: http://www.adb.org/documents/books/participatory_poverty/chap7.pdf

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