Gino Amleto Meneghetti, il buon ladro più ricercato del Brasile

Redazione - 9 luglio 2014

Cara Fabbrica: la malattia di Gianpiero

Redazione - 9 luglio 2014

Wau, il cielo e le nuvole

Redazione - 9 luglio 2014
empty image
empty image

IMG_1730E’ una domenica come un’altra a Wau, il cielo, grigio, uniforme e muto, gli uccelli nascosti fra le fronde del mango in giardino contribuiscono alla canzone di questo pigro pomeriggio. Sono a casa, in salotto, solo, una domenica di riposo dopo una settimana intensa di riunioni, tante ore al computer, arrabbiature ma anche qualche piccola soddisfazione. Fuori scorre il mondo, fuori vivono i sud sudanesi, dal Family Hotel arriva il suono ritmato ed allegro di una canzone di musica congolese, dalla strada, l’unica strada asfaltata di Wau, lontana 50 metri, giungono i rombi delle motorette cinesi, di grossi camon vuoti  e traballanti ma anche dei fuoristrada bianchi delle ong. I vicini di casa accendono il generatore, ritmo delle nostre giornate e tormento delle afose notti sud sudanesi, accesi fino a mezzanotte-l’una, rendono l’addormentarsi una vera sfida, a meno che non si sia notevolmente stanchi e con qualche ora di sonno arretrato. Il cielo grigio racchiude la pioggia che verra’, ormai da qualche mese e’ iniziata la stagione delle piogge, il tempo si fa piu fresco ma anche piu umido, non piove molto, in media una volta ogni 2-3 giorni, a Wau la vita scorre regolare. Un calma piatta ma sospetta di un paese eternamente in bilico fra la pace e la follia, fra la speranza di iniziare un percorso nuovo e i crudi fantasmi della violenza piu’ crudele e spietata. Il paese piu’giovane al mondo, un paese che si avvia verso il suo terzo compleanno, un compleanno amaro, teso e che lascia col fiato sospeso. Un quarto del paese e’ in mano a forze non governative, principalmente a base etnica Nuer, nemici storici dei Dinka, il gruppo etnico politicamente piu’ forte e potente. Negli ultimi mesi sono successi fatti di una violenza inenarrabile, il paese, ancora una volta e’stato scosso nel profondo, un paese, fragile, in bilico fra una stabilita’ precaria e il collasso totale, l’implosione, il tutti contro tutti ( e si salvi chi puo’). Proprio questa settimana, il Sud Sudan e’ stato definito dall’organizzaione americana Fund for Peace (Fondo per la Pace) come “il piu’ fragile paese al mondo”, scalzando la Somalia dal primo posto dopo ben 5 anni. Per quanto queste statistiche possano sempre essere discutibili e criticabili, come e’ stato fatto da alcuni promimenti leader politici, il dato fa riflettere e bisogna dire che da qua la fragilita’si nota nella vita di tutti i giorni. La fragilita’ del Sud Sudan e’stata inoltre confermata anche dal recente nuovo mandato della missione di pace delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS). Il numero di soldati e’ stato aumentato a 12,500 (erano 7,000 nel 2011) il numero di poliziotti a 1,323 (erano 900 nel 2011) e il mandato sottolinea l’importanza della missione di pace nel proteggere i civili dalle parti in conflitto (oltre 100,000 persone sono ospitate all’interno delle basi militari UNMISS per motivi di protezione), monitorare infrazioni ai diritti umani e creare le condizioni necessarie allo svolgimento delle operazioni umanitarie. Mentre ad Addis Abeba i leader delle 2 principali fazioni in conflitto, provano a trovare un accordo politico per formare un governo ad interim e rivedere l’assetto del paese, in tutto il Sud Sudan, circa 4 milioni di persone sono a rischio di carestia, quasi la meta’ del paese. Questa settimana nello Stato di Unity sono stati segnalati i primi casi di morte per mancanza di cibo, nella cittadina di Leer (Stato di Unity) un bambino su 10 e’ affetto da malnutrizione acuta e severa che se non trattata tempestivamente conduce alla morte.La malnutrizione nella popolazione generale raggiunge il 40%.

DSC00414

Un altro esempio degli effetti piu’immediati di questa maledetta guerra si trova a pochi chilometri da dove sono seduto. Da fine aprile, la parte meridionale della contea di Wau “ospita” qualche migliaio di soldati Nuer, disertori sbandati dall’esercito regolare per paura di rappresaglie da parte dei colleghi Dinka, vivono accampati in aperta campagna senza cibo, soldi e supporto. Spesso questi soldati visitano i villaggi circostanti e arraffano il possibile,a  volte anche con la forza. Per liberarsi di loro il governo ha mandato qualche centinaio di soldati che per scovare i soldati disertori Nuer hanno pensato di minacciare, picchiare, terrorizzare e violentare le popolazioni locali per ottenere informazioni che conducano alla cattura dei soldati disertori. Il risulato e’ che oltre 7,000 persone hanno dovuto lasciare le proprie case e i propri villaggi e sono fuggite in zone piu tranquille. Scuole e ospedali sono al momento chiusi perche’ occupati da soldati ed utilizzati come dormitori. Abbandonare le campagne in questo periodo significa anche mettere a serio repentaglio il raccolto e di conseguenza ritrovarsi senza cibo fra 2-3 mesi. Come al solito, quando gli elefanti litigano, e’ l’erba a risentirne. L’erba e’ il popolo sud sudanese che ha finora vissuto solamente fame, poverta’, guerra e violenza, una popolo che non ha ancora vissuto i benefici del nuovo Stato, dell’indipendenza, ma che piuttosto continua a subire le stesse soppraffazioni e abusi di sempre. Guardo il verde giardino fuori dalla finestra, una farfalla vola fra le foglie, nella luce calda e tiepida di questa serata africana, la musica continua a suonare fuori, accompagnando le birre e le chiacchere di panciuti keniani che si godono la loro domenica, i generatori continuano imperterriti a dare ritmo a questo pigro pomeriggio di Luglio, una moto suona il clacson, un camion passa prepotente, la vita continua, apparentemente tranquilla. Oggi non ha piovuto, anzi qualche squarcio nel cielo ci regala un bel tramonto sopra Wau, questa pigra e grigia domenica ci dona, all’imbrunire, qualche raggio di sole, qualche raggio di speranza, qualche raggio di pace, il Sud Sudan ma soprattutto i sud sudanesi, ne hanno bisogno, per poter costrire insieme il futuro che vogliono, speriamo solo che non piova.

Stefano Battain

Leggi tutti gli articoli di Stefano Battain

Leave a comment

*