Alabanda#1: “La bellezza che rimane”

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Prende il via oggi una nuova rubrica a cura di Gabriele Di Luca in collaborazione con la libreria Ubik di Bolzano.
Ecco la prima recensione:
Franco Marcoaldi, Tomaso Montanari – Cento luoghi di-versi. Un viaggio in Italia – Treccani, pagine 248, Euro 19.90.

Nei “Principî fondamentali” della Costituzione Italiana leggiamo, seconda proposizione dell’articolo 9, quanto segue: “La Repubblica… tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Partono da qui, vestendo dapprima panni curiali e poi via via abbandonandosi ad associazioni più libere, Franco Marcoaldi e Tomaso Montanari (indichiamoli per brevità con le rispettive definizioni di poeta e storico dell’arte) per compiere un insolito viaggio nel Belpaese, toccando cento luoghi di-versi (il trattino significa che ai luoghi elencati e illustrati si accompagna sempre un testo poetico a commento). Un viaggio scritto nel tempo in cui i viaggi – anzi, gli “spostamenti”, come ormai vengono chiamati – sono impediti dalle norme di sicurezza che dovrebbero (o avrebbero dovuto) contenere l’allargamento della pandemia. Scrive Montanari: “Mai come nella strana primavera del 2020 abbiamo sentito il bisogno di percorrere l’Italia. Il confinamento imposto dalla pandemia ha aumentato il nostro desiderio, la paura l’ha reso potente come una nostalgia”. E Marcoaldi, quasi in controcanto: “Eppure la bellezza è ancora / in mezzo a noi, rimane. / Magari sfugge il nostro sguardo, / ma c’è, rimane”. Si comincia con una fotografia di Maki Galimberti, che ritrae medici e infermieri in azione, spossati dalla lotta contro il virus, e una poesia di Boris Pasternak (“Morendo in un letto d’ospedale, / sento il calore delle tue mani, / Mi tieni come un tuo prodotto, / e mi riponi come un anello nell’astuccio”; si finisce con un dipinto di Walter Crane che ritrae la tomba di Keats, nel cimitero acattolico di Roma, e i versi di Giorgio Caproni: “Tutti i luoghi che ho visto, / che ho visitato, / ora so – ne son certo: / non ci sono mai stato”.
Tra questi due confini di dispiega un repertorio iconologico e letterario che dovrebbe trasformare per l’appunto il lettore in un viaggiatore della mente: “Usando la poltrona, il letto, il divano (o, ancor meglio, il prato), su cui leggerà, come una nave o una bicicletta, un tram o un treno: un tappeto volante che lo riporti nei luoghi che conosce (Venezia, Firenze, Roma…), e che qua torna a conoscere (magari da un’inclinazione insospettata), o invece che lo catapulti in quelli che non ha mai visitato (che siano Togoleto, Orte o Campobasso)” (così Montanari, nella sua prefazione). Tra le tante immagini che mi hanno colpito, perfetta esemplificazione di quel che siamo, cito solo questa. Si vedono tre parlamentari (non si possono identificare, l’inquadratura della fotografia, scattata da Augusto Casaroli, ne ha mozzato la testa), stanno tutti guardando il telefonino (“Lost in Iphone” è il titolo). La chiosa è affidata a Dante Alighieri, il sommo poeta del quale quest’anno ricorre il settimo centenario della morte: “Ahi serva Italia, di dolore ostello / nave senza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincia, ma bordello!” (Purgatorio, VI). Riassumendo: un libro per viaggiare, per meditare, per tornare a desiderare, per dare spazio – come diceva Calvino alla fine delle sue Città invisibili – alla bellezza e a ciò che, nell’Inferno, Inferno non è.

Alabanda è il nome di una città, di un eroe, di una donna, di una gemma. E adesso di una rubrica di libri: per far brillare tra le righe il significato da cogliere. (Gabriele Di Luca)

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