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Alterrative nell’Isola di Pasqua: la lotta per riavere le proprie terre

Stefano Battain - 21 gennaio 2016
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umberto curi
isola pasqua

Cinque continenti, 22 paesi, 266 giorni per un giro del mondo dalle modalità un po’ alternative. Anzi, Alterrative: questo è il nome del progetto che sta portando Stefano Battain e Daniela Biocca a scoprire e toccare con mano organizzazioni impegnate nella difesa del diritto alla terra, dell’accesso alle risorse e dei diritti delle donne. Teto e Bobiù, come li chiamano gli amici, hanno già una loro storia da raccontare: si sono conosciuti da cooperanti, in Tanzania, e proprio da quelle latitudini è nato un amore sfociato poi in un matrimonio. Interessi comuni e tanta curiosità, voglia di toccare con mano realtà disparate e interessanti nel pianeta. Ecco quindi che nasce l’idea del loro giro del mondo. La tappa numero otto è la Bolivia, dove Stefano e Daniela hanno intervistato Oscar Olivera, portavoce della Coordinadora de Defensa del agua y de la vida in Bolivia. Qui le tappe precedenti, a ritroso: EcuadorGuatemalaChiapasTunisi, il Marocco, Spagna e Portogallo, la California di San Francisco e Città del Messico e Ecuador. Qui il sito del progetto.

Rapa Nui, dai più conosciuta come l’Isola di Pasqua[1] è solitamente descritta come un puntino nel mezzo dell’oceano Pacifico. E se provassimo a descriverla cambiando prospettiva? Inizieremmo più o meno così: Rapa Nui è l’isola al centro della Terra dalla quale il resto del mondo è lontano. Suona diverso, no? In fondo le cose cambiano in base alla posizione dalla quale si guardano. Dal Messico al Perù, dai Maya agli Inca, le civiltà del passato hanno costruito le proprie città sacre nell’ombelico del mondo, ponendosi quindi al centro della Terra.  Ad esempio, è così che nasce Cuzco: nel XII sec.  Manco Capac, il primo inca, fu incaricato di trovare l’ombelico del mondo e di dare inizio alla grande civiltà dal dio sole Inti. Per quanto riguarda Rapa Nui, leggenda vuole che anche Hotu Matu’a, abbia trasportato da Hiva, isola polinesiana, una grande roccia in cui era racchiuso il mana, il potere spirituale conferito dagli dei, per porla al centro della nuova civiltà. La roccia si chiama Te Pito O Te Henua, letteralmente “l’ombelico del mondo”, ed era, probabilmente, anche il nome originale della isola. Altre fonti indicano invece che il nome fosse Te Kainga, letteralmente “la Terra”. Entrambe le versioni esprimono comunque la centralità della civiltà Rapanui che popola l’omonima isola, grande solamente 117 km2 , ad est, il continente Sudamericano a 3.601 km, ad ovest, invece, le isole piu’ vicine sono le Pitcairn a “soli” 2075 km.

Rapa Nui è conosciuta in tutto il mondo per i suoi moai, enormi statue di pietra scolpite dalla popolazione per chiedere protezione e prosperità alle divinità e poste sopra gli ahu, piattaforme in pietra che fungevano da altare per cerimonie religiose, sociali e culturali. La storia della civilta’ Rapa Nui inizio’ fra il 600 e il 900 d.C quando colonizzatori polinesiani sbarcarono sull’isola portando semi, piante, animali e tutto il necessario per sopravvivere sull’isola. Dall’ anno 1000 fino al 1600 circa la societa’ Rapa Nui fiorisce e sviluppa tecniche sempre piu’ raffinate per scolpire e trasportare le sacre statue, pesanti varie tonnellate, i moai assunsero dimensioni sempre più grandi fino a misurare 21m in altezza e richiedere 2 anni di lavoro per il loro completamento. Dall’apice alla decadenza pero’ passo e’ breve, la difficile vita sull’isola e la limitatezza delle risorse portarono a scontri cruenti fra i 18 clan che la abitavano. Una civiltà della quale si conosce realmente poco, putroppo molte informazioni non sono accessibili, per l’impossibilità di decifrare le tavole Rongo Rongo[2], ma soprattutto per via degli eventi che hanno portato nel corso dei secoli alla quasi totale scomparsa della civilta’ Rapa Nui e del suo popolo.

Nel 1770, due navi spagnole, la San Lorenzo e la Santa Rosalia, inviate da Manuel de Amat, vicere del Peru, sbarcano a Rapa Nui e ne prendono possesso in nome di Carlo III di Spagna piantando 3 croci di legno sulla cima del monte Poike, una delle 3 cime dell’isola, 3 vulcani spenti la cui altezza massima e’ di 507 metri sul livello del mare. L’isola diventa proprietà del regno spagnolo, senza alcuno scontro, incontro o dialogo con la popolazione locale, ma semplicemente attraverso un dichiarazione unilaterale alla quale non sono seguite altre spedizioni da parte della corona. Successivamente alla breve visita spagnola, Rapa Nui è stata raggiunta anche dall’ esploratore inglese James Cook nel 1774, il quale riporta come le croci spagnole erano state abbattute dalla popolazione locale, successivamente dai francesi, con Jean Francois de Galaup, conte de Lapérouse, il quale realizza la prima mappa dell’isola nel 1786 ed infine anche da una spedizione russa guidata dall’esploratore Otto von Kotzebue nel 1816.

Nel 1862, mercanti di schiavi provenienti dal Perù decisero di raggiungere Rapa Nui deportando e uccidendo circa 1500 persone, circa metà della popolazione locale all’epoca. Il Perù aveva di fatto abolito la schiavitù sul proprio territorio e cercava quindi forza lavoro al di fuori dei suoi confini. L’anno successivo gli schiavi furono liberati anche grazie a forti presioni internazionali, purtroppo pero’, solamente 12 rapanui su 1.500 fecero ritorno all’isola sterminati dalla fatica dei lavori forzati e da malattie come tubercolosi e dissenteria.In meno di due secoli la popolazione dell’isola crollo’ dai 12,000 del XVII secolo a 111 nel 1877. Nel 1864, arrivano a Rapa Nui i primi missionari cristiani che iniziano una massiccia campagna di conversione ed impongono la fine di rituali come la cerimonia dell’uomo uccello. Nel 1837 la prima nave cilena, la Colo Colo, arriva a Rapa Nui seguita da una seconda spedizione nel 1888 guidata da Policarpo Toro il quale ha portato con se’ un trattato scritto solamente in spagnolo (lingua sconosciuta sull’isola all’epoca) e fatto firmare al re di Rapa Nui senza che lui avesse capito che con quella firma stava annettendo il suo regno allo Stato cileno. Da quel momento, l’isola diventa di fatto territorio cileno ma ai suoi abitanti la cittadinanza cilena verra’ riconosciuta solamente nel 1966.

Dal 1897 gli abitanti di Rapa Nui furono confinati nel villaggio di Hanga Roa perché il Cile affitta il resto dell’isola (quasi il 90%) alla compagnia privata scozzese Williamson-Balfour come pascolo per le pecore fino al 1953. Nel 1966 la popolazione locale riottiene il permesso di accedere al rimanente 90% dell’isola ma, vista la posizione strategica in tempi di guerra fredda, la gestione di Rapa Nui viene affidata alla marina militare cilena e usata come stazione di spionaggio segata dagli Stati Uniti. L’accesso al territorio non significa pero’ che i rapanui possono gestire la loro terra, infatti solo una minima parte dell’isola viene assegnata alla popolazione locale per uso agro-pastorale. Dal 1973, l’intera isola, gia’ parco nazionale dal 1936, vien data “in uso gratuito” alla CONAF  (Corporacion Nacional Forestal), una compagnia privata dipendente dal ministero dell’Agricoltura che ha come missione principale la protezione e gestione dei boschi cileni. Nel 1980 la pista dell’aeroporto Mataveri è stata allungata aumentando il traffico aereo diretto all’isola con una conseguente crescita del turismo e del numero di cileni della terraferma che vogliono vivere e fare affari a Rapa Nui. Fattori che complicano ulteriormente la già delicata situazione relativa alla proprietà della terra, oggetto di forti tensioni politiche con parte della popolazione locale che reclama una gestione comunitaria del territorio che ospita tutti i piu’ importanti siti religiosi, storici e culturali dell’isola, contro la privatizzazione decisa dal governo nazionale senza interpellare la popolazione locale.

Nel 2001 nasce il Parlamento di Rapa Nui, organizzazione politica e culturale creata per volontà della popolazione indigena dell’isola con l’intento di recuperare i territori ancestrali, rivedere il Trattato di annessione del 1888 e regolamentare l’afflusso degli immigrati cileni provenienti dal continente. Nel 2007 una riforma costituzionale riconosce all’isola lo “statuto speciale”, l’isola diventa al tempo stesso municipio e provincia con conseguente elezione delle cariche politiche. L’autonomia rimane comunque molto limitata in quanto la provincia di Rapa Nui ricade sotto l’amministrazione della regione di Valpaiso, sul continente, ad oltre 3.000 km di distanza. Una concessione parziale che non soddisfa il popolo Rapa Nui. Nell’Agosto 2010 membri del clan indigeno dei Hitorangi occupano il resort Hangaroa Eco Village & Spa. Secondo gli occupanti, il terreno era stato acquistato nel 1990 dal governo dittatoriale di Pinochet violando gli accordi tra Cile e Rapanui e sottratto con l’inganno ai loro antenati. Altre zone sono state occupate dal clan Tuko Tuki che reclamavano la proprietà della terra. L’occupazione si è conclusa con scontri con la polizia cilena e 25 occupanti feriti dai proiettili di gomma. La violenza esercitata dalle forze dell’ordine cilene nei confronti della popolazione Rapanui è stata sanzionata dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani CIDH (Comisión interamericana por los derechos humanos)

Quando arriviamo all’aeroporto di Hanga Roa, il Mataveri International Airport, un agente della CONAF ci consegna un volantino che ci informa che il pagamento della tassa di ingresso al Parco Nazionale di Rapa Nui è stato momentaneamente sospeso e che ogni tentativo di riscossione dell’imposta deve essere riportato alle autorità competenti. Una delle prime cose che facciamo è visitare la sede del Parlamento di Rapa Nui per capire meglio cosa sta succedendo. Incontriamo Leviante Araki, presidente del Parlamento, il quale ci spiega meglio i fatti di cui avevamo letto nei giorni preceenti. Il 15 agosto 2015, lui e Mario Tuki, sono stati arrestati per aver impedito l’accesso all’area cerimoniale di Orongo ad un gruppo di turisti che non avevano accettato di pagare l’ingresso al Parlamento di Rapa Nui. In seguito all’arresto, agenti della polizia si sono recati alla sede del parlamento per confiscare i biglietti e le ricevute di pagamento di entrata al Parco, richiesta a cui si sono opposti i rappresentanti del parlamento visto che non c’era alcun ordine scritto da parte del pubblico ministero. In risposta, il Ministero degli Interni cileno ha chiuso il parlamento di Rapa Nui e dispiegato le forze di polizia per evitare il ripetersi di simili episodi. Una repressione ingiustificata che potrebbe portare il Cile a ricevere nuove sanzioni da parte della CIDH verso il governo di Santiago a protezione della popolazione Rapa Nui. Leviante spiega che il Parlamento sta riorganizzando la gestione della terra dell’isola secondo l’antica divisione con la quale il re Hotu Matu’a aveva assegnato una parte ad ognuno dei 18 clan e contemporaneamente sta progettando come migliorare l’autogestione dei vari siti archeologici. Spiega il Presidente che non esiste alcun motivo per cui un ente come il CONAF, il cui compito è la protezione delle aree forestali, debba gestire i siti archeologici di Rapa Nui e i 3,6 milioni di dollari (stimati) derivanti dai biglietti d’entrata al Parco Nazionale, quasi 90.000 visitatori nel 2012.

Secondo il Parlamento di Rapa Nui, il Cile rifiuta di riconoscere alcuni fatti indiscutibili, primo, che l’isola è una colonia secondo gli standard indicati nelle risoluzione 1514 e 1541 delle Nazioni Unite[3], secondo, che è una realtà geopolitica da cui lo stato cileno è lontano più 4000 km ed infine che a poco serve lo stato giuridico speciale riconosciuto nella “ley Pascua”. Legato al movimento indipendentista delle altre isole Polinesiane, il Parlamento è in continua contrapposizione con il governo cileno dal quale cerca l’indipendenza. Leviante spiega che nonostante gli incassi registrati dal governo cileno grazie al turismo dell’isola, i servizi come l’ospedale, la scuola, le strutture sportive sono state ottenuti solo grazie alle forti richieste da parte del Parlamento, che è stato capace anche di resistere alla corte delle grandi aziende del turismo e ai loro progetti di costruzione di resort di lusso che avrebbero alterato e deturpato la bellezza dell’isola nonche’ il suo delicato equilibrio sociale ed ecologico.

La popolazione Rapanui crede che sia venuto il momento di riottenere la propria terra, di recuperare le proprie tradizioni, di parlare la propria lingua e gestire il proprio territorio. L’indipendenza non sembra vicina. Sembra difficile lasciare andare l’ombelico del mondo, che tutti giudicano lontano da tutto il resto. La storia ha invece dimostrato come la piccola Rapa Nui ha rappresentato e rappresenta il centro degli interessi di molti. Al momento la questione della gestione dei siti archeologici è in sospeso. Il 25 ottobre è in programma una consulta in cui il governo cileno, CONAF e la CODEIPA (commissione per lo sviluppo dell’isola di Pasqua) si incontreranno per “coinvolgere maggiormente la popolazione rapanui nella gestione del parco nazionale dell’isola di pasqua”. Ancora una volta, una visione  “dall’altra parte”, gerarchica e paternalistica, che non riconosce la centralità e la sovranita’ del popolo rapanui.

[1] Il nome “Isola di Pasqua fu dato dall’olandese Jacob Roggeveen, il primo esploratore europeo sbarcato a Rapa Nui per commemorare il giorno in cui attraccò sull’isola: la domenica di Pasqua del 5 Aprile 1722

[2] Il rongo rongo è il sistema di scrittura della civiltà Rapanui che non è possibile decifrare nonostante i numerosi tentativi di archeologi e studiosi

[3] Le Risoluzioni 1514 e 1541 delle NU si riconosce in maniera incondizionata il diritto all’autodeterminazione in capo a tutti i popoli sottoposti a dominio coloniale; secondo la formula stabilita dalla stessa risoluzione 1541, i popoli possono liberamente scegliere tra l’indipendenza, un accordo di libera associazione con la madrepatria ovvero l’integrazione nello Stato amministrante

Stefano e Daniela

https://www.youtube.com/watch?v=U7F-WLqjsFU

https://www.youtube.com/watch?v=2-9xclgNGqE

http://www.culturalsurvival.org/news/fighting-survival-easter-island

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