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Esistono alcuni dati che parlano da soli. Era il 2003 e un quasi sconosciuto a livello nazionale Néstor Kirchner, sostenuto dall’allora presidente Eduardo Duhalde, otteneva il 22,24 per cento dei voti, rimanendo dietro solo di Carlos Menem che presse il 24,45. L’ex presidente, dopo aver valutato una quasi sconfitta al ballottaggio, decise di rinunciare e spianò così la strada a Kirchner verso la Casa Rosada. L’intenzione era quella di alternarsi con la moglie Cristina. Ed è per questo che lei fu candidata nel 2007 ed era in programma che l’ex governatore della patogonica Santa Cruz si ripresentasse quest’anno. Il fatale infarto cardiorespiratorio del 27 ottobre 2010 ha naturalmente cambiato i piani e domenica scorsa Cristina Fernández ha ottenuto la cifra record dal ritorno della democrazia nel 1983: il 53,96 per cento.


Ma cosa è successo in questa continuità maritale perché si passi dal “presidente con poco” ad una maggioranza che invidierebbe qualsiasi politico? Secondo l’economista argentino Omar Marsili, che ha parlato all’ultima puntata di LatinoAmericando, centra molto il fatto che per la prima volta si è permesso a molti poveri che prima non avevano nessun ingresso, di aver un reddito, purché minimo, che li permettesi di consumare di più, aiutando al funzionamento dell’economia. Sotto questo aspetto, bisogna tenere conto come in questi anni, l’industria nazionale si fortificò sensibilmente, aumentando il costo delle importazioni. Marsili afferma che questo implicò un cambio di rotta totale rispetto a quello che capitava nei nefasti anni ’90, quando il neoliberismo era nel suo splendore, come in buona parte dell’America Latina. La politica copre oggi un ruolo più importante che la finanza, una variazione sicuramente non insignificante. L’economista ricorda però che le grande aziende non sono state cacciate ne combattute con forza. Un po’ come dire: cambiamenti, tanti; ma guai a pensare che si tratti di una rivoluzione o qualcosa di simile. In effetti, all’indomani delle elezioni, il Merval (la Piazza Affari dell’Argentina) ha guadagnato il 2,3 per cento. Cioè, nessun sconvolgimento. 
Nella costruzione della sua immagine c’entra molto la tragedia del 27 ottobre scorso. Impossibile capire se si tratti di una questione sincera e trasparente, oppure di un calcolo elettorale, ma il concreto è che l’immagine del popolare Néstor è stata presente negli spot di campagna. E Cristina si è ricordata del suo consorte, vestita di nero, anche dopo il grande trionfo, spinta anche, probabilmente, dalle poche ore che mancano per il primo anniversario della scomparsa. Più certezze e critiche, invece, c’è l’ha sulle pagine di un quotidiano la saggista Beatriz Sarlo, secondo la quale, “dopo il seppellio di Néstor, Cristina ha disposto quasi immediatamente tutti gli elementi della mesa in scena e del vestiario: il suo lutto, la sua voce potente, la quale poteva rompersi dalla emozione che lei stessa si provocava quando faceva il nome del marito assente. La presidenta ha fatto una recitazione di alta scuola, miscela di vigore e emozione; si è messa lei stessa al confine del pianto e si è ripresa in un esercizio pubblico della volontà. E’ la grande attrice di carattere su uno scenario disegnato meticolosamente da lei stessa. No ha mai diviso il suo ruolo di protagonismo con nessuno“. Parole forti per il politico oggi più potente e popolare.
In ogni caso, la buona immagine di Cristina si è tradotta anche nel Parlamento, il quale dal prossimo 10 dicembre andrà di pari passo con le decisione della Casa Rosada. Anche se la democrazia argentina è di tipo presidenziale, il sostegno dei deputati e senatori non è affatto da disprezzare. In questo contesto, quasi tutta l’opposizione è rimasta assai punita, con tutte le varietà che ci sono al loro interno. Da una parte, un settore lo fa dalla destra più conservatrice e reazionaria. In questo gruppo si possono mettere gli oppositori come il sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, il quale si è complimentato con Cristina subito dopo lo strepitoso successo, ma anche già sta pensando in inscriversi fra i candidati del 2015. Ma ci sono anche quotidiani avversari ai K, come La Nación o Clarín, con i quali Cristina è riuscita a convertire abilmente una sua debolezza in un punto di forza. Noi, dal lato dei cittadini; loro (i due quotidiani e non solo), i bugiardi dalla parte dei potenti e soci all’epoca della dittatura militare. In particolare nell’ultimo punto, c’è poco da discutere e molto da vergognarsi. Ma il “noi” e il “loro”, torna come tante volte nella storia della politica.
Dall’altra parte, però, c’è la sinistra e il centrosinistra. Il secondo alle presidenziali è il socialista Hermes Binner, il quale ha ottenuto il 16,87 per cento, lasciandolo in un molto invidiabile secondo posto e da oggi in lotta con Macri, che non si è presentato, per il ruolo di principale oppositore di Cristina. Paradossalmente, Binner è stato sconfitto per meno di 3 punti alla regione dove governa (Santa Fe) ed è stato vittorioso nei quartieri più abbienti di Buenos Aires, fra i quali Palerno, Nuñez e Belgrano, che potrebbe leggersi in chiave antiperonista, più che come un sostegno solido verso Binner. Il voto a Cristina è stato convinto, con la testa per l’economia che è in crescita ma anche con la passione, caratteristica concordante col peronismo, come altre voti populisti nella ricca storia latinoamericana. A differenza di altri elezioni, non si è trattato di votare “il meno peggio”, bensì molti sono andati alle urne con una passione che i numeri, nonostante la loro grandiosità, non riescono ad esprimere nella sua totalità. Il rischio è che questa differenza di 37,1 per cento fra il primo e il secondo non implichi un’egemonia anche nei rapporti all’interno della società argentina.

Dalla sinistra radicale, ad esempio, si sentono voci critiche per il sostegno K a governi regionali che reprimono indigeni e poveri, oppure il suo assoluto silenzio (usano la parola “complicità”) dinanzi alla scomparsa, nel settembre 2006, di un importante testimone che permise la condanna contro un poliziotto assassino e torturatore durante l’ultima dittatura. Questo settore critica molto duramente il governo, nonostante l’annullamento delle leggi di impunità, quando si autoproclama come quello dei diritti umani. Domani mercoledì si aspetta una sentenza storica per l’Esma. La possibilità che i dissidenti vengano targati da “fascisti” o “gorilas” (in Argentina, espressione di disprezzo verso chi no è peronista o chi accompagnò i dittatori) esiste ed è già successo.  Fabrizio De André recitava che le maggioranze “approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze”. Fra le sfide che il confermato governo ha, o dovrà avere nell’immediato, è lavorare in favore del massimo rispetto nella società verso una pluralità di opinione; e con essa niente meno che la piena e totale democrazia. 

Gustavo Claros

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