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Cambodia adieu! (i volti di questo mese)

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Un giorno o poco più, due notti di nullafacenza totale su un’isola al largo, distante da quella friggitoria di turisti che è Sihanoukville. Acqua cristallina, una striscia di sabbia e verde sul resto della terra emersa. Un piccolo villaggio di pescatori e una manciata di bungalows popolati da backpackers come noi. Sott’acqua, coralli e tanto pesce, anche se nascosti alla vista della mia maschera dal mare increspato. Certo ci sarebbe un’altra baia più riparata, basta attraversare la giungla, una quarantina di minuti. Ma l’ottimismo inglese del barista riguardo ai serpenti (che giustamente abitano ogni foresta, ma meglio non farselo ricordare) ci fa optare per una full immersion di spiaggia. Il pesce, però, me lo faccio servire fritto e al barbecue per pranzo, lo snorkeling è rimandato alla Thailandia.

Domani torneremo sulla terraferma e alla capitale, Phnom Pehn, poi ritroveremo il Mekong e seguiremo il suo corso fino a perderci nel suo delta, quando ormai saremo in Vietnam. E’ trascorso quasi un mese da quando siamo atterrati in Cambogia; ora che stiamo per lasciarla, non posso fare a meno di pensare ai volti, agli sguardi, ai profili che rimarranno nei ricordi di viaggio. Facce che sono anche simbolo di quello che si è e di cosa si sta diventando.

Sarebbe banale citare il volto dei bambini, ma nel farlo non c’è niente di melodrammatico: è una questione demografica che si può vedere a occhio nudo, senza il bisogno di un grafico o di una statistica. Tra i volti dei ragazzi, invece, ricorderò le loro “mode”. Come quella di portare la mascherina antismog ovunque, anche in mezzo al verde, o nel bus con l’aria condizionata. Oppure il cappello da rapper e i jeans a vita bassissima del ragazzo che trainava due bufali mentre arava il suo campo. Che dire, il segno dei tempi… 

Ricorderò anche gli occhi dolci dell’anziana cuoca di Chi Phat, che contrastavano con la krama rossa e il pigiama nero, la divisa dei Khmer Rouge, un fantasma che solo gli anni potranno far dileguare. Al contrario, noi occidentali, abbiamo fatto prestissimo a dimenticare che le Nazioni Unite (o semplicemente gli Stati Uniti?), pur di non riconoscere il nuovo governo cambogiano installato dai vietnamiti, hanno concesso a quello di Pol Pot una poltrona nel Palazzo di Vetro. E così gli sterminatori del popolo cambogiano, messi in fuga nella giungla, si sono goduti pensione e nipotini all’insegna dell’ipocrisia occidentale (lo stesso Pol Pot è morto di vecchiaia da uomo libero).

Impossibile, davvero impossibile dimenticare una fotografia in bella mostra nella scuola S-21 a Phnom Pehn, quella trasformata in carcere durante il regime: una folla festante nella capitale accoglie l’entrata delle truppe dell’Angkar, l’organizzazione dei Khmer rossi, convinta che fossero venute a liberarla dal regime protetto dagli Stati Uniti, dalle bombe che proprio gli americani lanciavano “segretamente” e senza tregua da mesi, per scongiurare la resistenza comunista. Ignari, non sapevano che la capitale sarebbe stata evacuata in due giorni e che il popolo delle città sarebbe stato perseguitato e sterminato per i 4 anni a venire.

La Cambogia di oggi è in crescita e guarda con fiducia al futuro, ma resta ancora la piaga di una corruzione dilagante. La  corruzione, in questo nostro mese, ha gli occhi del poliziotto che mi ha fermato mentre ero in motorino. Niente di inaspettato: in Cambogia non vengono concesse licenze di guida ai non residenti. O si comprano pagando una tangente, o si paga di volta in volta qualche dollaro alla polizia che, infischiandosene di controsensi e famiglie numerose senza casco a spasso su uno scooter, rimediano il loro surplus quotidiano bloccando i turisti. “Dov’è la tua patente cambogiana?” “E’ in albergo, posso andarla a prendere” “No, facciamo che mi dai 10 dollari e per oggi puoi andare, ma mi raccomando lentamente e con il casco. Questi soldi servono per la tua sicurezza”. Concilia? 

In un mese, ci siamo abituati ad aprire gli occhi con tutti gli altri, all’alba delle 6 del mattino. A darci la sveglia, la quotidiana vista dei monaci buddisti che passano in rassegna ogni negozio, casa e albergo per raccogliere le offerte e benedire una preghiera. Si dice che funesti sarebbero gli eventi, senza questo gesto di elemosina. Così i monaci riscuotono sempre e non si smuovono finché qualcuno non esce a mani giunte.

L’ultimo volto che voglio conservare, per utilizzarlo nei momenti in cui l’ansia non mi darà tregua, è il sorriso scolpito nelle torri del tempio di Bayon, nel complesso dei templi della civiltà di Angkor. Un sorriso immortale, sereno, paziente, che sa comprendere e giustificare, che invita alla pace interiore e alla calma. Tutto quello che non sono mi ha seguito in ogni angolo del tempio e non mi ha più abbandonato, dato che le torri sono ovunque e ogni torre ha quattro facce, e ogni faccia ha questo sorriso dagli occhi a mandorla. Se non siete ancora convinti di voler visitare questo Paese, questo volto vi convincerà. Un sorriso pieno di mistero emerso dalla vegetazione che aveva provato a nasconderlo per sempre. I sorrisi, però, non andrebbero nascosti mai.

Maria Elena Ribezzo e Marcello Passaro

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