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brunamozziPerché “racconti in fabbrica”? no, non li scrivo nelle pause di lavoro ad una pressa o ad una macchina da cucire, ma seduta davanti al mio PC nello studio di casa… eppure col pensiero costantemente rivolto a tutto quanto la fabbrica rappresenta: lavoro e dignità per chi in essa negli anni passati, Settanta-Ottanta, ha visto il riscatto da una condizione di povertà e di emarginazione, si pensi ad un Nordest prima contadino e poi locomotiva dell’Italia  – o a Terni o a Taranto o a Bagnoli e  alla grande industria di Stato o anche alle grandi fabbriche tra Lombardia e Piemonte, come la grande mamma FIATche ha motorizzato l’Italia. Ma anche alla fabbrica che rappresenta la fatica, il sudore, il fonderia2quotidiano rischio della vita, l’ammalarsi di cancro ai polmoni e morire a forza di inalare amianto o diossina; la fabbrica dei licenziamenti, delle lotte degli operai e talvolta dei quadri, la fabbrica dei cassintegrati, degli occupanti più duri che si incatenano ai cancelli per mantenere il loro posto a 1000 euro al mese.

Il lavoro che talvolta uccide, ma che in altre occasioni genera incontri, intreccia vicende, fonde assieme sentimenti e emozioni. Dignità e vergogna, orgoglio e paura…a vederla in letteratura, la fabbrica è questo: poesia del vissuto, storie del quotidiano immaginate o profondamente vere per ricordare che la nobile parola su cui si fonda la nostra Repubblica – lavoro – non può essere solo quel po’ di inchiostro che qualcuno vorrebbe buttato  a caso ad imbrattare un foglio di carta, ma un ideale da perseguire e assicurare ai nostri figli.

Non solo parole, anche foto: nello stile che piace a me e che da un po’ mi spinge a riflettere.

Bruna Mozzi

Foto di Danilo Cazzaro

Il copyright è riservato

Leggi i racconti di Bruna Mozzi su Padova

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Era spesso di sabato che mi toccava il turno peggiore, quello dalle dieci alle sei del giorno dopo: avevo cominciato ad odiarlo solo dopo la morte di mia madre, perché al ritorno verso le sette finché c’era lei la casa era già a quell’ora un ciabattare continuo, un andare e venire tra la camera, il bagno e la cucina dove ogni volta che avevo quel turno stava a prepararmi la scodella di latte caldo come quando ero bambino e il pane già spezzato senza la mollica, così come piaceva a me. Non era più aria a casa mia; erano passati già due anni, ma non mi ero abituato a star da solo. Ogni tanto veniva la Luigina e mi aiutava, stirava qualcosa, puliva e rassettava perché dove passavo “sembrava fossero passati i barbari” così diceva.

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Del resto ero abituato giù alla fonderia con gente che di solito usava modi un po’ bruschi, erano per lo più omaccioni duri e no di certo come quegli elegantoni che trovavi lungo il Corso la domenica e che parevano tanti manichini; era gente avvezza alle maniere forti e che non ci si pensava proprio a sistemare gli armadietti e meno ancora a ripiegare le camicie del cambio all’interno o a impilare i calzini e i guanti al posto giusto ;  anche a casa ero un po’ così e senza mia madre ero peggiorato. Avevo 30 anni ed ero già stanco della mia solitudine; diventavo sempre più orso con tutti e con i colleghi neanche più una battuta… da un po’ a mensa non raccontavo più le solite barzellette che sentivo al bar “Dalla Giulia” e me ne stavo appartato a pensare. Forse me ne volevo andare, forse volevo cambiar vita: me lo domandavo ogni giorno ed ogni giorno invece ripetevo gli stessi gesti.

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I turni poi mi stressavano, non dormivo più bene come un tempo e ricordo che di notte tornava ricorrente lo stesso sogno con piccole varianti: stavo con gli amici della mia adolescenza quando andavo a giocare al campetto dietro la chiesa ed ogni tanto vi trovavo la Giannina che veniva a tifare per me, già lo sapevano tutti che mi piaceva e che le facevo il filo, eppure lei diceva che aveva fatto il voto alla Madonna e che non poteva baciare nessun ragazzo almeno fino a quando non avesse finito le scuole medie. In sogno mi compariva bellissima, carnagione chiara e labbra rosso acceso, occhioni grandi sgranati ad osservar tutto con stupore e appena l’abbracciavo e socchiudevo le labbra per baciarla, lei scompariva in un’ improvvisa nuvola di fumo nerissimo ed io rimanevo lì impalato da solo; allora mi svegliavo tutto sudato senza forze e mi prendeva quel senso di vuoto dentro che partiva dalla bocca dello stomaco e si fermava in gola. Non ne parlai mai con nessuno, eppure era una pessima sensazione che da qualche tempo mi prendeva anche in tram mentre andavo al lavoro: all’improvviso una fitta allo stomaco e poi  da due o tre mesi anche la vista si era annebbiata e per qualche secondo più nulla, blackout. Non avevo coraggio di dirlo al medico, specialmente quello della fonderia perché all’ultima visita per fortuna era risultato tutto regolare; sapevo che rischiavo grosso col lavoro che facevo alla colata, ma tanto tra un po’ me ne sarei andato.

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Quel sabato faceva un freddo polare, presi il tram che mi portava fuori città dove stava l’impianto, ma mentre l’attendevo ricordo ancora adesso battevo i piedi di continuo per scaldarli e, per non pensarci avevo acceso già la seconda sigaretta; erano da poco passate le nove; alla salita successiva, di solito trovavo il Sante che mi parlava del figlio più piccolo di neanche due anni che stava sempre male e che avrebbe avuto bisogno di sole e caldo, altro che di quel clima umido e nebbioso, insomma una tragedia. Io mi sentivo impotente quando sentivo raccontare dagli altri dei loro mali eppure lì al momento sembrava li ascoltassi e addirittura consolarli; dopo, quando stavo da solo o ci ripensavo era invece un dramma per me e il mio malessere peggiorava… avevo notato che anche se mi raccontavano di cose piacevoli, del gioco dei loro figli o del fatto che stava arrivando un altro bimbo o del fine settimana in pizzeria o a trovare i genitori in campagna, ecco proprio allora stavo peggio…

Il tram arrivò puntuale e Sante scese per primo; appena vide che io ritardavo seduto in fondo dove stavo rannicchiato e che come imbambolato non mi decidevo a scendere, mi strattonò e con i suoi modi un pò burberi mi buttò giù dal tram.

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Entrammo per il turno di notte e Sante, come sempre, mi precedeva svelto, con un passo fiero e spedito. Lui sì che aveva di energia da vendere, pensavo. Si era sposato da pochi anni con l’Antonia, che aveva conosciuto al corso sulla sicurezza. Erano i primi che si facevano allora e li consideravamo tempo perso, tanto poi il capo area non diceva nulla, anzi ci metteva sotto a lavorare come bestie e nel turno di notte al massimo, ci diceva di fare più attenzione e ci chiedeva se avessimo dormito abbastanza e bevuto poco, perché sapeva che a qualcuno di noi piaceva alzare il gomito la sera per buttar giù con l’alcool tutti i cattivi pensieri. Poi l’Antonia quando era rimasta incinta, visto che era anemica e non ce la faceva ad affrontare la gravidanza lavorando, si era licenziata.

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Sante era sempre di ferro anche nelle ore più pesanti del turno; io invece già verso le due ero preso da quell’ansia  di cui soffrivo da mesi. Quella notte eravamo proprio nello stesso settore alla colata assieme a Gianni, il Tono e altri due di cui non sapevo nemmeno il nome; si sapeva che venivano dalla Romania e sillabavano qualche parola in italiano, ma non ci si poteva fare un discorso sensato e per questo io spesso mangiavo seduto di fronte a loro in mensa, perché volevo star in silenzio e isolarmi da tutti e tutto. Eppure Vladimir e Stefan lavoravano sodo e se non fosse stato per loro, a noi italiani sarebbe toccato lavorare ancora di più.

Saranno state le due e mezzo e Sante continuava a darci sotto, io mi chiedevo come facesse e pensavo che, in fondo, lavorava così duro perché quel lavoro era tutto per lui e con un bimbo in arrivo, l’altro da crescere e la moglie a casa, sperava che il caporeparto lo notasse e lo spostasse nell’area B dove si guadagnava di più anche se ci si massacrava di lavoro. Lui sì che meritava di più, pensavo.

Capitò tutto all’improvviso tanto che io non mi resi nemmeno conto sul momento, quando Sante ed io ci avvicinavamo alla siviera per controllare la colata, che allora poteva essere una massa di almeno due tonnellate a 1400 °C. Io ero in uno di quei momenti di blackout, ma non dissi nulla, fu quello il mio più grande errore e non me ne sono mai fatto una ragione. Fu colpa mia, lo so e lo dissi poi ai tecnici dello Spisal e al maresciallo Imperio che quando mi interrogarono dopo l’incidente e mi parlarono, mi trovarono ancora sotto choc. Era stata colpa di quel maledetto buio che mi prendeva gli occhi e così mi trovai non so come né perché ad azionare la leva che avrebbe spostato il carrello, senza vedere che c’era ancora Sante lì sulla traiettoria del carrello verso i contenitori della fusione; non me ne resi conto e quando ci fu la fiammata che inondò il pavimento, potei vedere meglio e mi resi conto che tutto bruciava intorno almeno per una ventina di metri quadrati e che due lingue enormi lo avvolgevano. Corsi subito, ma mi accorsi in breve che non potevo intervenire a meno che non mi ustionassi e non rischiassi il tutto per tutto. Forse lo avrei dovuto fare, ma al momento non ne ebbi il coraggio. Le grida di Sante mi ricordarono all’improvviso di quell’urlo che gettai quando Cesco, il mio amico di scalate su sulle Dolomiti, cadde da un ghiaione per almeno dieci metri e temevo si fosse rotto l’osso del collo.

Mi prese un tremolio alle gambe, facevo un passo o due e poi tornavo indietro; avevo già dato l’allarme e i responsabili dell’area avevano avvisato i vigili del fuoco e stava arrivando anche l’ambulanza. A sentire il fischio fortissimo erano già nel piazzale della fabbrica; era acuto come quella volta che era successo l’incidente a Marcone, quel ragazzotto alto di Rovigo che aveva fatto rugby e sembrava indistruttibile, una roccia. Era venuto a lavorare al reparto con noi ed adesso l’avevano messo al settore imballaggi e spedizioni perché avevo perso la sensibilità alla mano destra  e zoppicava leggermente alla gamba sinistra.

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Lì alla fonderia di fronte al rogo infernale che si era scatenato, la mia prima reazione era di impotenza: non sapevo che fare e fu solo quando intervennero i pompieri che mi calmai un pò. I medici più tardi ci riuscirono del tutto con un’iniezione. Nel frattempo Sante, anzi quello che restava di lui,  era lì per terra, irriconoscibile, un pezzo di carne senza vita; avrei dato la mia purché tornasse a parlarmi. Nei giorni seguenti lo sognai mentre parlavamo in tram o mentre camminava col figlio e la moglie accanto e si avvicinava come per abbracciarmi e solo allora quando alzava le mani per farlo, vedevo che non le aveva più e il resto degli arti superiori erano un tronco bruciato. Non dormii più la notte per mesi e solo con le cure dei medici della clinica lentamente migliorai e ritornai ad una vita normale.

Da quel giorno però scomparvero i miei soliti momenti di blackout, sostituiti da una nebbiolina continua che mi prendeva la vista quando dovevo entrare al lavoro: no, non si trattava più della fonderia. Trovai posto in uno scatolificio di cui conoscevo il direttore che, nonostante il mio malessere e il senso di colpa che mi perseguitava, volle credere in me e mi diede fiducia. Ma erano ormai passati degli anni e dopo quei quattro trascorsi lontano dal lavoro e in terapia, ero cambiato… continuavo a vivere come se tutto fosse di ovatta ed io non mi sentivo fatto di carne ed ossa; gli incubi mi tornarono ancora per un pò. Quando conobbi Lara e con lei misi su famiglia, scomparvero per sempre.

Sulla tomba di Sante il 7 di ogni mese torno coi fiori. Sono passati otto anni e prende sempre il tram con me.

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