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Dentro un “Cie” in Lussemburgo

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Anche nel piccolo Granducato di Lussemburgo è stata recepita la Direttiva europea che consente l’espulsione di cittadini di paesi terzi che  non soddisfano le condizioni di ingresso e soggiorno o residenza in uno Stato membro.

A due passi dall’aeroporto di Findel, da un paio d’anni, c’è il Centre de rétention, ovvero  un centro dove vengono trattenuti i cittadini senza documenti e in attesa dell’espulsione. Sembra un hotel a 4 stelle ma la « detenzione » è dura anche per chi ha un letto e un piatto caldo tutti i giorni. E le ONG  e i cittadini hanno cominciato a mobilitarsi su facebook.

Prendete un uomo (o una donna) mettetelo in un centro, con muri alti e celle chiuse la notte. Sorvegliato e nutrito. In attesa del rimpatrio. Non ha commesso nessun reato ma non ha il passaporto, o la visa, o la carta di soggiorno. Dunque, è un « clandestino ».

In Europa esiste una direttiva (approvata 18 giugno 2008 dal Parlamento e dal Consiglio) che consente l’espulsione di cittadini di paesi terzi che  non soddisfano le condizioni di ingresso e soggiorno o residenza in uno Stato membro.

Anche in Lussemburgo è stata ratificata, dunque, il Centre de rétention si riempie di persone. Appartengono a varie categorie: ci sono i richiedenti asilo la cui procedura è appena cominicata, richiedenti asilo che hanno inoltrato la domanda in un’altro paese firmatario degli accordi di Dublino (i « casi Dublino »), le persone che non possiedono l’autorizazione di soggiorno o di una visa valida, le persone detenute che non hanno l’autorizzazione di soggiornare legalmente sul territorio nazionale, e casi di richiedenti asilo con procedura già avviata.

Aperto nel 2010, il Centre de rétention dipende dal ministero dell’Immigrazione ed è  diretto dallo psicologo Fari Khabirpour. Lo Stato lussemburghese ha speso per la costruzione di questo edificio 11, 2 milioni di euro ed é stato calcolato che per le spese di gestione compresi i costi del personale, ogni anno si attesta sui cinque milioni di euro. Ci sono 87 posti divisi in tre sezioni:  uomini, donne, famiglie.

Istituito con la legge del  28 maggio 2009, ha lo scopo  di accogliere ed ospitare le persone in attesa di allontanamento a cui viene assicurato un inquadramento piscologico individuale.

« L’interno della struttura non assomiglia ad una prigione – dice Khabirpour in un’intervista rilasciata a l’Essentiel online nel luglio 2011- . Non consideriamo queste persone come dei criminali ma come normali cittadini che sul piano amministrativo hanno un conflitto con la legge ».

I cittadini autorizzati ad effettuare le visite sono, quasi esclusivamente, gli appartenenti al Lëtzebuerger Flüchtlingsrot – Collectif Réfugiés Luxembourg, un collettivo di associazioni (tra le quali Acatt, Caritas, Amnesty, Clae, Asti) che vigila, assicurando una mediazione tra le autorità amministrative e gli « ospiti », garantisce sostegno morale e umanitario e organizza, quando puo’,  attività ricreative. Partecipo anche io come membro del Comitato esecutivo del Clae, in maniera del tutto volontaria. Dopo le formalità amministrative entro in un mondo sospeso. La detenzione amministrativa dovrebbe durare massimo 40 giorni ma in certi casi arriva fino a 6 mesi. Comunque,  meno di chi viene « trattenuto » in Italia. La nuova legge del 3 agosto 2011, infatti,  stabilisce che persone che non hanno commesso nessun reato debbano rimanere dietro le sbarre fino a 18 mesi.

Tra Italia e Lussemburgo nessun paragone è possibile. Non stiamo certamente parlando dei CIE (centri di identificazione ed espulsione) o dei CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo) che troppo spesso hanno suscitato in Italia l’indignazione dell’opinione pubblica. Qui i sono due psicologi a disposizione, un medico che visita una volta a settimana. Un direttore che vigila da vicino. Non ci sono carenze igieniche o problemi sanitari e il Centre organizza una serie di attività ricreative per intrattenere gli ospiti.

Parliamo di un centro strutturatoin ogni minima parte, ma pur sempre un luogo dove  si limita la libertà dell’individuo. Inimmaginabile per un cittadino che vive e risiede nella cosiddetta Fortresse Europe ritrovarsi in una situazione del genere. Probabile per chi, in quella stessa Europa ci è arrivato attraversando il Mediterraneo o il deserto.

Essere senza documenti non ti dà il diritto di esistere, dunque, anche se « il trattenimento » secondo la Direttiva europea  « è giustificato soltanto per preparare il rimpatrio o effettuare l’allontanamento » ci sono uomini e donne che rimangono sbalorditi, arrabbiati, stupiti, rassegnati; che si ribellano e protestano a questo metodo coercitivo. Quanto tempo un uomo (o una donna) è disposta a sopportare di essere trattenuto forzatamente per attender di essere rimpatriato con la forza ?

Puo’ accadere che, per accertare la richiesta di asilo in uno Stato estero, il Ministero si metta in contatto con l’Ambasciata di riferimento e che questa impieghi più giorni rispetto a quelli ordinari. Puo’ accadere che la persona non voglia farsi riconoscere e rimanga solo una X su una lista di nomi.

Puo’ accadere di incontrare X di origine forse cinese o forse mongola,  che non parla nessuna lingua, mangia, sorride e non comunica. Di scoprire dai giornali che un montenegrino è in sciopero della fame. Puo’ accadere di incontrare un bielorusso, che per ragioni di sicurezza personale non vuole rientrare forzatamente nel suo Paese che non considera più tale.

O puo’ accadere di scambiare due chiacchiere con  K. arrestato in Lussemburgo mentre da Bruxelles andava in Francia a trovare un amico. Avrà poco meno di 25 anni. Non svela la sua vera nazionalità ma parla arabo, inglese e francese molto bene. Ha gli occhi neri e la barba scura. Racconta che da molto tempo vive a Bruxelles e aiuta in padre nel negozio di frutta. Tanti anni fa si è innamorato di una ragazza d’origine italiana e quando lei gli ha chiesto di ufficializzare la loro unione lui non se l’è sentita. Mi dice che se avesse accettato quel legame, forse, la sua vita sarebbe andata diversamente. Se avesse avuto un passaporto in regola non avrebbe passato 6 mesi della sua vita rinchiuso in una « prigione » senza aver fatto del male a nessuno. Lo rivedo più volte, con il suo sorriso triste che diventa misto a rabbia quando un giorno mi racconta di un episodio di violenza all’interno del Centre. Per un diverbio o un’incomprensione con una guardia di sicurezza, è stato malmenato e messo in isolamento per quattro giorni. Non se lo aspettava e mi racconta l’episodio con la pacatezza di chi sa di essere nel giusto.

Un senso c’è, mi chiedo, a questo perverso meccanismo legale che permette a degli uomini di trattenere in detenzione altri uomini, nutrirli e vestirli ma pur sempre incarcerarli ?

Eppure in Belgio, Germania e Regno Unito esistone delle alternative. In particolare l’esperienza belga delle « maisons de retour » ovvero le case di accoglienza « aperte », rivolte soprattutto alle famiglie con minori, che vengono considerate  da Amnesty International Belgio come un “progetto pilota” valido purché venga integrato pienamente in una politica globale d’accompagnamento al soggiorno e al ritorno.  Forse un primo punto da cui partire per progettare una società più giusta ?

Intanto anche qui, nel Paese delle banche e del benessere, cominciano le mobilitazioni. Alcune tra le associazioni che da anni si occupano di emigrazione e diritti lanciano  una campagna contro il centro sui social network con lo slogan « Nessuno è illegale». Per ora pochi iscritti.

Paola Cairo

Paola Cairo, giornalista romana, ha vissuto a Barcellona e a Strasburgo. Dal 2002 vive in Lussemburgo, dove ha fondato (con la collega milanese Maria Grazia Galati) il mensile italiano PassaParola Magazine (anche online su www.passaparola.info). Scrive su tematiche sociali, europee, diritti umani, intercultura, immigrazione. Dal 2008 fa parte della redazione di Voices, trasmissione in lingua italiana su Radio Ara (in streaming il sabato dalle 10 alle 11 30 su www.ara.lu). Per contattarla: paola@passaparola.info

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