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Ferrara, un sabato pomeriggio. Un ultimo scroscio di pioggia e l’ennesime scosse notturne sono passati e hanno lasciato al sole il compito di bagnare la città. Il Castello, il Duomo, la Pinacoteca Nazionale, e tantissimi monumenti sono chiusi al pubblico e protetti da un nastro rosso e bianco che segna un confine più simbolico che fisico, alla sicurezza. Il Teatro Nazionale, ci dice una signora, riaprirà forse fra un anno.
Ci sono molte macchine parcheggiate e pochissime persone in giro, quasi tutti adolescenti. Anche i turisti si contano sulle dita di una mano: qualche tedesco, qualche coppia di italiani, qualche appassionato di fotografia. Di bancarelle, in piazza, ce ne sono meno di quante abbia mai visto.
Per quanto sia una consolazione magra, si riescono a cogliere quei panorami auditivi, fatti di brezza fra gli alberi e ruote di bicicletta sul pavé, che la vita quotidiana usualmente nasconde. Gli stessi che alle 4 di notte di qualche giorno fa sono stati attraversati da un boato. Più che le scosse, ci raccontano, è stato il rumore innaturale, l’onda cupa del terremoto a impaurire di più la gente, ancora addormetata.
Persino il Leon d’Oro è quasi vuoto: riusciamo a prendere un caffè e un pasticcino senza fare coda, mentre le scorte di pampepato, sugli scaffali, non sembrano prossime all’esaurimento. Più che di paura, il silenzio parla di smarrimento, di indecisione, di sospensione. Passando sotto le Volte, la città sembra ancor più estemporanea del solito. Ferrara è attonita, colpita da un evento che non conosceva e dei cui effetti non riesce, ancora, ad immaginare la fine. La fase più brutta di un terremoto, forse, è proprio questa: l’incapacità di mettere la parola “fine” a una disgrazia che si trasforma in una routine di disagio. Come racconta la Nuova, fra qualche giorno in provincia, non lontano dagli sfollati, ricominceranno le sagre. Ma più che di salama o di caplaz, la quotidianità ha il sapore di un’attesa irrisolta e di un’incontenibile voglia di normalità e lavoro.

Vincenzo Romania

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