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È un’assolata domenica di fine ottobre, a Dubrovnik. Come ogni mattina, il signor Tomic (nome di fantasia) prepara la sua Renault per portare gli ospiti del suo bed and breakfast, in cima alla collina che domina la città. La moglie resta in casa ad accudire l’anziana madre e a pulire il piccolo orticello che vanta una mirabile vista sulle insenature dell’antica Repubblica di Ragusa. La macchina sale, in mezzo al traffico, verso i ruderi della fortezza che Napoleone aveva fatto costruire ai tempi dell’annessione della città dalmata al Regno d’Italia (1808-1809). Durante l’epoca di Tito, l’edificio veniva usato come discoteca, mentre oggi ospita una mostra fotografica sul conflitto con l’esercito serbo-montenegrino del 1991-1992. A Dubrovnik, la guerra d’indipendenza arrivò relativamente tardi – ad ottobre via mare e il 6 dicembre via terra e si spense relativamente presto, nei mesi di aprile e maggio dell’anno seguente, provocando danni sicuramente inferiori rispetto ad altre zone più settentrionali della Croazia. E in questi giorni, a qualche mese di distanza dal ventennale dalla liberazione, continuano, nella città i festeggiamenti per la ricorrenza.

Tomic ci mostra le antiche mura che i serbi usarono per l’addestramento dei soldati, con l’aiuto di altri eserciti europei e americani e ci ripete più volte che serbi e montenegrini “invasero” la Croazia e usarono bombe al fosforo per colpire i civili e distruggere alcuni edifici del centro. Sui libri di storia i morti nella città sono indicati in un centinaio, lui sostiene siano stati almeno 380. Il suo sguardo si posa poi sulle montagne che sovrastano la città e che segnano, qualche chilometro più in là, il confine con la Bosnia Herzegovina. Con grande orgoglio nazionalista, ci indica la bandiera croata dipinta su una delle alture e spiega, all’ospite coreana che ci accompagna, che quelle distese deserte e povere sono la Bosnia, mentre la sua Dubrovnik possiede acque purissime e il fiume sotterraneo più lungo d’Europa. Dove c’erano le querce – dubrava, in serbo-croato vuol dire per l’appunto querceto – invece, non cresce più nulla, e “per questo” il governo croato avrebbe ceduto la grande vallata a un gruppo di investimento israeliano che ci vorrebbe costruire un golf e un resort. Ma, ci spiega Tomic, ci sono i soliti ambientalisti che bloccano lo sviluppo: “Ogni volta che qualcuno vuole investire soldi qui in Croazia, a qualcun altro non va bene. Pensa che volevano sfruttare le acque per farci degli impianti, ma hanno bloccato tutto per colpa di alcuni animali..”. A darsi una occhiata in giro, invece, non sembra proprio che le cose stiano così. Ai mal di pancia dei politici tedeschi che vorrebbero un rinvio dell’annessione all’Ue nel luglio 2013, il governo di centro-sinistra risponde, infatti, proprio in questi giorni, promettendo misure che incrementeranno ulteriormente gli investimenti esteri.

A Dubrovnik, gli edifici più importanti sono stati acquisiti da gruppi stranieri, così come buona parte dei lavori pubblici, nel trasporto, in cambio di piccole migliorie per il pubblico, alcune delle quali continuano a farsi attendere. Alle navi serbe che minacciavano la città nel 1991, si sono sostituite nel 2012 le grandi navi crociera provenienti da tutto il mondo: in due giorni passano per il porto due diverse navi Costa (la Classica e la Fortuna), la Queen Elisabeth del gruppo inglese HMS, e la giapponese Crystal Serenity. In tutto fanno un 5-6000 persone che si racchiudono nella piccola Grad, ricostruita e mantenuta pressoché intatta dopo il terremoto del 1667. Qui, durante il periodo di Tito ci abitavano 6000 persone. Di queste, oggi, non restano che 8-900: tutto il resto è stato affittato ai turisti o, per l’appunto, venduto a gruppi esteri. I pochi ragusei che resistono, vivono in una sorta di reality show. I loro balconi sono infatti continuamente sotto gli occhi dei turisti che percorrono la principale attrazione della città: le mura di cinta che sovrastano le abitazioni.

Dubrovnik e Venezia, insomma, a distanza di qualche secolo dai primi contatti, continuano a vivere lo stesso destino. Entrambe scontano la trasformazione della città in un museo all’aperto che attira il commercio e scaccia i residenti.

Quando chiedo a Tomic che fine ha fatto la minoranza serba presente in città, mi risponde che erano non più del 2-3%, tutti militari e poliziotti, mandati qui dal governo centrale per controllare i croati e godersi i posti migliori e le migliori abitazioni della città e che dopo la guerra se ne sono andati spontaneamente. Anche in questo caso, la sua versione sembra decisamente forzata. Proprio lui che è stato secondo ufficiale della marina jugoslava, rinnega l’epoca di Broz raccontandola come un mix fra nazionalismo serbo e arretratezza marxista. Non a caso, sceglie come esempio per la sua ricostruzione, l’episodio del processo al vescovo Stepinac, personalità controversa che i nazionalisti croati considerano una vittima del regime, ma su cui esistono consistenti prove di collaborazionismo con il regime fascista e di collusione con il regime ustaša di Pavelić e legittimazione delle sue brutalità. Tomic ne parla come di un eroe che non ha voluto convertirsi alla religione ortodossa, per difendere l’autonomia del popolo croato e ci riaccompagna in città, per accompagnare la moglie e le due figlie alla messa domenicale. Facciamo difficoltà a entrare dalla porta della città che dà sul lato nord della Placa. La fontana di Onofrio è stracolma di italiani, francesi, coreani, giapponesi e americani. Non ci sono serbi o montenegrini, probabilmente, ma popoli provenienti da tutto il resto del mondo, circondati da pub inglesi e irlandesi, gelaterie, pizzerie, caffè continentali.

Il nazionalismo di Tomic cova ancora rancore contro i serbi, ma accetta di buon grado un processo di globalizzazione che su queste cose sembra più frenetico e irreversibile che altrove.

Vincenzo Romania

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