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In un libro l'amore per la Persia

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Cosa succede se ci si innamora della Persia? Se lo è chiesto Antonello Sacchetti, lo scrittore che presenterà sabato 9 febbraio, nel centro di Tango Argentino Astor Piazzolla di via Macerata 9 (ore 18.30), il suo libro “Trans Iran. Cosa succede se ci si innamora della Persia?” (Infinito edizioni).

Ecco la prefazione al libro di Babak Karimi, cineasta iraniano, messa a disposizione da Infinito Edizioni.

Confesso che non appena ho letto le prime bozze del libro di Antonello Sacchetti ho provato una forte invidia. Non tanto per il fatto che abbia scritto un libro, ma perché ho sentito che questo libro lo avrei dovuto scrivere io. Però la pigrizia, si sa, è un brutto affare.

Nei miei quarant’anni vissuti in Italia, dove sono cresciuto e maturato anche grazie a una schiera di amici straordinari, la cosa con la quale ho sempre dovuto scontrarmi è stato proprio lo stereotipo dell’Iran. Dalle prime discussioni con i compagni delle medie, ai quali dovevo spiegare che io e la mia famiglia non andavamo in giro con il cammello, che vivevamo in case normali, che i famosi tappeti persiani non erano volanti eccetera, fino alle discussioni più recenti con amici intellettuali, i quali a ogni vigilia della mia partenza verso l’Iran, mi dicono: «Vai in Iran? Ma come, proprio ora che c’è la guerra!».

La guerra?! Ma in Iran non c’è nessuna guerra. Purtroppo lo stereotipo dell’Oriente ha fatto sì che nell’immaginario occidentale non si faccia più differenza tra l’Iran, l’Iraq, l’Afganistan o i Paesi del Maghreb. Alla fine è tutto uguale. L’Oriente è Oriente. Uno stereotipo creato ad arte dai media e dalla politica, per garantire gli equilibri internazionali e giustificare le guerre che di tanto in tanto si devono fare. Che la politica faccia uso di questi sistemi da stadio, dividendo il mondo in due tifoserie, è gioco noto. Ma che anche gli stessi iraniani si prestino a questo gioco, per me è sempre stato fonte di grande tristezza. Questa linea di demarcazione per cui o sei di qua o sei di là, è il più grande tradimento nei confronti di quel popolo stratificato e multietnico, che necessita solo di pace sociale. Una pace sociale che si ottiene focalizzando l’attenzione sulle similitudini e non sempre sulle differenze.

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