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Insegnare italiano ai figli di immigrati in Svezia

Redazione Padova - 5 aprile 2013
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Dal 2002 lavoro in Svezia. Il mio lavoro consiste nell’insegnare ai figli degli immigrati di origine italiana a mantenere la lingua italiana. Sono quelli che io chiamo il futuro della attuale società multilingue, i bilingui, una categoria maltrattata fino a pochi anni fa. Erano considerati i mezza lingua, quelli che non potevano sapere bene ne l’una ne l’altra.

Insegno la lingua matrigna come la chiamo io, cioè la lingua del genitore perdente, la lingua che anche se imparata per prima, nel caso in cui il nascituro abbia una madre di origine italiana, finisce per perdere questa posizione di privilegio e diventare lingua secondaria, soppiantata dalla lingua della società in cui il bebè cresce. Non é un’impresa facile. Tanti sono gli ostacoli. Le lezioni sono collocate nella fascia oraria pomeridiana, mentre i coetanei svedesi sono liberi; il tempo messo a disposizione dalla scuola varia dai 20 minuti ad un massimo di 60 la settimana; i gruppi sono misti sia di età diverse che di diversi livelli linguistici poiché raggruppano i bambini della scuola frequentata; non sempre vengono assunti insegnanti qualificati, non esiste infatti nessun obbligo in Svezia. A tutto ciò si aggiunge la mancanza di interesse da parte dei genitori e dei politici; i genitori non ne capiscono l’importanza e molte volte acconsentono alla richiesta del figlio di abbandonare il corso, poiché la frequenza non é obbligatoria; mentre da parte politica non c’è alcun interesse nel considerare il multilinguismo come una ricchezza che va a vantaggio della società. Insomma insegnare madrelingua è una missione quasi impossibile. Per rendere l’insegnamento interessante, ho investito per molti anni la maggior parte del mio tempo a programmare in base ai bisogni linguistici ma ascoltando i piccoli suggerimenti e desideri che qualche alunno si lasciava scappare in momenti di libera conversazione. Alcuni anni fa un gruppo di alunni di 10 anni, con poche competenze linguistiche mi disse che se avessi raccontato una favola già conosciuta in svedese, probabilmente sarebbero riusciti a capire di più dei testi sconosciuti che leggevamo nel libro. Colto il desiderio ho iniziato a raccontare la storia di cappuccetto rosso, usando così unicamente la lingua matrigna. Il risultato è stato a dir poco strabiliante. Nell’arco di pochi mesi i ragazzi che prima non sapevano dire una frase completa in italiano, riuscirono a usare quelle frasi memorizzate e a trasformarle secondo il bisogno. Questo fatto mi fece riflettere molto e cambiare la programmazione delle lezioni.

i sette ragazzi attori del video

Con l’inizio dell’anno scolastico seguente, programmai un lavoro di 4 mesi con ragazzi di 4 scuole diverse e questa volta scelsi la storia dei tre porcellini. Il processo di apprendimento fu molto interessante. Gli alunni piú giovani si presero cura di scrivere le parti della recita, poi le lessero ad alta voce e ognuno cercò di cambiare le parole che sembravano sbagliate relative alla propria parte e in un secondo momento alcuni di loro vollero suggerire anche agli altri. I più grandi ebbero la funzione di registi, cambiarono le parole riuscendo a trovare sinonimi, in alcune parti vollero inserire un maggior numero di parole per rendere la recita più corposa, naturalmente laddove l’alunno interessato dimostrava di potersi esprimere senza inibizioni. I piccoli dedicarono molto tempo al disegno, completando così le parole con le immagini. A fine anno tutti hanno ricevuto una copia della loro storia con i disegni.

Devo dire che a me rimase solo il compito di coordinatore del tutto tra le diverse scuole, i genitori e tutti gli alunni. A volte fui costretta ad intromettermi per aiutare con suggerimenti linguistici laddove gli attori si fossero arenati, ma ho cercato di proposito di lasciare che il lavoro fosse il loro. Il risultato di 4 mesi di lavoro é visibile in un video che mostra 5 minuti di recita.

Questa esperienza mi ha fatto rivedere il mio modo di insegnare. Non ho cancellato anni di studio di pedagogia, ma ci ho aggiunto qualche cosa. Ho capito che l’apprendimento è stato il risultato anche della buona atmosfera che si è creata tra gli alunni anche se di età diverse. L’età non sempre è l’espressione della maturità programmata da chi ha fatto le leggi. Ho capito che io insegnante devo imparare a farmi indietro, per lasciare spazio alla collaborazione tra gli alunni, necessaria per favorire l’apprendimento dei singoli. La scuola, con la sua struttura rigida difficilmente permette che gli alunni possano maturare in tempi diversi, tende a classificarli con dei voti o delle sillabe. Qui in Svezia le cose stanno cambiando. Nonostante madrelingua sia una materia poco considerata, il lavoro svolto in 4 mesi faticosi ma piacevoli, mi ha fatto pensare che anche una goccia in un mare può dare dei risultati. E con gioia penso già al progetto per l’anno prossimo!

Antonella Tiozzo  Lundin

Leggi il blog di Antonella sulla Svezia

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