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Luca Barbieri - 27 dicembre 2015

L’anno in cui Milano schiantò il Veneto

Luca Barbieri - 27 dicembre 2015
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Milan skyline from “Duomo di Milano”. Italy.

Se mai la storia si occupasse di Nordest, il 2015 potrebbe essere ricordato dagli storici come l’anno in cui Milano schiantò il Veneto e i suoi sogni di grandeur. Ma visto che la storia non si fa con i sogni di grandezza ma con fenomeni socialmente percepiti, l’inconsapevolezza nordestina farà tirar dritto pure gli studiosi. L’unica cosa che questo 2015 sancisce in modo chiaro è l’irrilevanza politica e ora anche economica nella quale un ventennio e passa di deliri autonomisti ha grandemente infilato la “locomotiva d’Italia”.

Se volessimo cercare un simbolo della débacle avremmo solo l’imbarazzo della scelta: la classifica del Sole 24 Ore delle città più vivibili, con Milano seconda e il Veneto in arretramento verso il Sud Italia; il crac di fatto della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca;  il vuoto spinto e imbarazzante di Expo Venice. Ma anche i cartelli che ogni 500 metri delimitano le frazioni l’una dall’altra; il fallimento di Veneto Nanotech; le fiaccolate contro i profughi; la frase fotocopia di Zaia “l’identità non si tocca” che potrebbe averla detta oggi per il Panevin, una settimana fa per il presepe, sei mesi fa per l’agnello a Pasqua o a griglie roventi a Jesolo facendo il barbecue.

Borgo Berga

Borgo Berga

Per me l’immagine simbolo di questa distanza è Borgo Berga, il mostro edilizio ancora in fase di completamento a Vicenza vicino alla Rotonda del Palladio, giusto alla confluenza di Retrone e Bacchiglione. Solo un territorio malato può produrre qualcosa di così alieno al contesto: ma è solo l’ultimo passo di un processo quasi inarrestabile: dalle campagne capannonizzate e abbruttite che trovano in Padania Classics la loro antologia, l’orrido è ormai pronto a conquistare i centri storici.

E’ così che nell’anno di Expo, mentre l’unica metropoli italiana, che negli ultimi anni ha cambiato pelle tornando ad essere una città fantasticamente vivibile e connessa con il mondo, veniva riscoperta a livello internazionale, il Veneto si è trovato periferia e con le tasche bucate. Distante anni luce da tutto. A due ore e 20 di treno da Milano e con la difficoltà di trovare un posto a sedere. Anche pagando, verrebbe da dire.

Scrive oggi Gigi Copiello sul Corriere del Veneto: “A Milano non sono migliori né più intelligenti. Semplicemente hanno un centro che unisce quel che da noi resta diviso, un punto che fa crescere quel che da noi resta piccolo, un posto che porta a casa il mondo che noi vorremmo mettere alla porta”. La divisione di cui parla Copiello si esplicita nel decadimento di quelle che un tempo erano eccellenze: sanità, università, fiere, banche e gruppi industriali in via di dismissione. E potremmo continuare a lungo.

Semplificando potremmo dire che vent’anni fa, quando il Nordest arrivò al punto critico del suo sviluppo, scelse semplicemente la via sbagliata: le piccole patrie (e il basso costo del lavoro) invece che la visione di un futuro che da solo l’avrebbe visto indubbiamente sconfitto. Una scelta coerente con la sua pancia purtroppo. Quasi inevitabile. Chi a suo tempo ha saputo non seguire il gregge – e sono tanti per fortuna, anche se silenti – ora si trova a competere a livello internazionale con l’handicap di un sistema profondamente malato da bypassare.

Si può tornare indietro? La situazione è tale per cui gran parte degli impedimenti sopra elencati vanno semplicemente distrutti e non ricostruiti. Abbiamo costruito troppo e non vediamo più l’orizzonte, in tutti i sensi. Istituzioni iperlocali e ridondanti, sedi universitarie decentrate, società pubbliche, capannoni. Barriere e muri in nome dell’identità, della paura, della convenienza. Abbattere, radere al suolo e aprire bene le orecchie e gli occhi. La salvezza non verrà da fuori, ma si troverà solo avendo la possibilità di fissare un orizzonte a portata di vista.

20 comments

  1. Totalmente d’accordo. Però, come in ogni situazione critica malata, vanno identificate chiaramente tutte le cause e cercare quali sono le terapie più idonee. Ho l’impressione che non vi siano uomini di pensiero (non ho detto politici) in grado di produrre uno shock sociale e organizzativo in grado di produrre un reale cambiamento.

  2. Premessa (parzialmente) giusta, conclusioni (parzialmente) sbagliate. Milano non è il Bengodi perché lo certifica una più che opinabile classifica, trainata dal marketing Expo. Milano, però, era già prima la capitale economica e culturale, nonché l’unica metropoli europea italiana (con buona pace di romani e napoletani). Il “delirio autonomista” del Nord-Est esiste solo nella mente di chi confonde capannoni e federalismo: sì, chi scrive questo articolo non avrebbe saputo far di meglio, anzi probabilmente avrebbe fatto di peggio. Io sono assolutamente deluso da Zaia&Co. Io sono convinto che tanti veneti non vedano più in là del proprio naso. Io sono altrettanto sicuro, che lighisti e veneti spesso se la prendano con Roma per problemi che dovrebbero risolvere loro in primis. Ma sono anche certo che il residuo fiscale, la burocrazia italiana ed il Veneto romano-dipendente siano problemi reali, concreti e da risolvere, ora e non tra altri 20 anni di promesse. Sono convinto che le infrastrutture vadano fatte: con criterio, ma senza chiusure preconcette contro autostrade, industrie, porti o ferrovie. C’è chi a destra promette autonomia da 20 anni, e non la fa; e chi a sinistra promette tram e smart cities da 20 anni, e non li fa. Entrambi sono responsabili del decadimento veneto, non solo una parte: e nessuna delle due sa guadare tanto più in là delle clientele politiche o della frammentazione amministrativa. Se volete un chiaro esempio, prendete Padova, area urbana frammentata in una ventina di comuni invece che unita in un’unica grande città da 400-500mila abitanti, con un trasporto pubblico da terzo mondo ed una mentalità da provincia ottocentesca (già da Zanonato “primo”).

  3. UN COMMENTO LUNGO … E CRITICO: Che il Veneto sia in decadenza non c’è dubbio. Che vent’anni di stupidaggini federaliste della Lega ne siano una causa lo ripetiamo da decenni. L’analisi quindi mi trova d’accordo. Sono le soluzioni di Barbieri e di Copiello a essere superate. Ripetono gli schemi e persino le parole di un dibattito già aperto negli anni settanta. Un “passato” modernista del “grande è bello”, del cosmopolitismo indifferenziato non ci consentirebbe comunque di uscire dall’impasse in cui il Veneto si trova. E non sono presunte nuove tecnologie all’interno di vecchi schemi il segno del progresso, ma la diffusione di una nuova cultura, che per essere davvero nuova non può ripetere quanto successo altrove.
    La Lega aveva colto giustamente l’esigenza di un’identità regionale e di un’autonomia, ma votata all’incultura e al perseguimento di un potere gregario, ha solo ottenuto di favorire il centralismo di oggi. Ai primi anni novanta Cacciari e altri (tra cui Illy, Lago, Mario Carraro, Covre) avevano tentato un’operazione federalista e autonomista pregna di valori e di riferimenti culturali. Essa avrebbe consentito al Veneto di confrontarsi con il mondo conservando un valore che stava diventando sempre più prezioso: l’identità e la classe dirigente locale. Questa operazione fu fatta fallire da destra e da sinistra. Era osteggiata dai “romani” sopravvissuti a tangentopoli di fronte ai quali i federalisti intelligenti e aggiornati si dimostrarono troppo deboli per affermarsi.
    La Lega, grazie alla sua stupidità intrinseca e alle ambizioni romane dei suoi leader, garantiva che federalismo e autonomia si limitassero alla promozione della sagra del baccalà e dei cori alpini, che per i leghisti costituivano le eccellenze della cultura veneta. Purtroppo, per conservare intatto il patrimonio della propria utile stupidità, la Lega e la classe dirigente politica in genere hanno dovuto altresì sperperare un patrimonio di collaborazione e di civismo che aveva garantito una secolare pace sociale sulla quale s’era basato lo sviluppo veneto. Oggi ci troviamo in una regione dove prevale una volgarità e una violenza verbale sconosciute vent’anni fa, frutto dell’esaltazione dell’ignoranza su cui si fondano i regimi fascisti.
    Ripetere che abbiamo bisogno di un “centro” è una sciocchezza seconda solo al vetusto mito delle economie di scale che completa la nostalgia di quanto studiato all’università quasi mezzo secolo fa. Non è così: oggi non servono barriere né è realistico metterle. Ma qualche confine per definire la geografia e se stessi è necessario. L’autonomia consente di fare crescere e rinforzare una classe politica e manageriale con posizioni apicali: governanti e non amministratori, dirigenti e non funzionari.
    La visione modernista “anni settanta” di Copiello e Barbieri si riferisce a un mondo geograficamente chiuso e ignorante che aveva in effetti bisogno di uscire dai confini locali per formarsi e crescere anche culturalmente, come fecero peraltro molti contadini che impararono nelle fabbriche di Milano a diventare piccoli imprenditori. Oggi è diverso: non ci sono più i contadini e per aprirsi al mondo è sufficiente accogliere e inventarsi le diversità, non uniformarsi a quanto hanno fatto gli altri in anticipo.

    1. Caro Corrado, non credo proprio di aver scritto che grande sia indiscriminatamente bello. Credo che il tema chiave sia quello della leadership e quello dell’attrattività, che il “piccolo è bello” può esistere solo in una rete che prevede chiari punti di forza. Fare impresa mi sta insegnando che il famoso “fare rete”, “fare sistema” in natura non esiste. Tutti – anche gli ecosistemi metropolitani – lottano per crescere, per provare a realizzare il proprio sogno. Il fare rete esiste solo nel momento in cui, chiarita una leadership, si decide di costruire attorno ad essa un sistema organico che, attraverso il vantaggio di tutti, crei ricchezzi attraverso la diversità. Questo può avvenire, chiaramente, anche attraverso il policentrismo: ma prima bisogna decidere chi comanda nell’Università (e Univeneto muore proprio nel suo assetto di governance da manuale Cencelli); chi guida le aggregazioni fieristiche; etc etc. Non un centro, tanti centri sono d’accordo. Ma in questa regione tutti si sono il centro di tutto e nessuno è il centro di nulla.

  4. Confermandoti la mia stima e amicizia, riconfermo che nella fattispecie … non ci capiamo: già il termine “ecosistemi metropolitani” suona antico come d’altronde “fare sistema” e “mettersi in rete” riecheggiano un linguaggio degli anni settanta/ottanta quando ci chiamavano a fare conferenze all’estero sul “modello veneto”. Il discorso diventerebbe molto lungo, ma sarebbe interessante e io per primo – da studioso e non da polemista – abbasserei i toni. Aggiungo due sole cose: (a) la leadership auspicata si consolida attraverso battaglie e non con accordi. Nel Veneto, ancor peggio, le leadership sono state spazzate via da Roma e Milano e adesso non abbiamo nemmeno boss locali, ma solo dipendenti di leader nazionali e globali. (b) Se pensiamo di competere con Milano cercando di somigliare a un contesto socio-economico e geografico così diverso, abbiamo perso in partenza. Infine, gli studi citati del Sole24ore (di cui sono un esperto avendo collaborato a redigerne a decine) sono una delle più elevate espressioni dell’immaginazione poetica del nostro secolo.

  5. Strumenti per fare l’ Italia sono stati Torino e Milano e l’ area Veneta è stata semplicemente annessa (=conquistata)e, restando nel contesto italiano, non può che rimanere “gregaria”: tutto il resto non corrisponde al vero

  6. Trovo anch’io come Poli e Filippo che vi sia una “parte mancante” a questa critica, che tocca condividere, se non altro perché evidenzia alcune ckamoroseverità.

    Il primo punto che vorrei contro-criticare è il classico “delirio autonomista”.
    Vorrei ricordare che mai il territorio veneto ha potuto giovarsi di qualsivoglia autonomia, anzi se possibile lo stato ha reso via via più restrittivi gli ambiti di manovra che gli amministratori hanno potuto utilizzare, riducendoli a meri burocrati a cui non viene richiesta alcuna capacità professionale. A riprova della trasversalità di questa restrizione va denotata la totale incapacità operativa sia di Regione (CDX) che dei comuni della (qui, se non vado errando, invocata come una possibile soluzione) PATREVE (CDS+CDX).
    Immagino che non serva ricordare l’enorme Residuo Fiscale che – ancora in tempi di crisi – il Veneto lascia nelle pieghe del sistema, ma quando elogiano la capitaleinsubre, serve fortemente ricordare che EXPO è frutto di denaro per la maggior parte pubblico, difficile avere il metro della misura dell’abilità della governance meneghina quando il contributo è essenzialmente statale.

    La seconda nota verte sulla ricerca del “centro unico” economico/culturale sul quale fare sistema. Il Veneto, non è la Catalogna o la Lombardia, è un territorio policentrico e la sua policentricità non è controvertibile se non con proiezioni di qualche centinaio d’anni.
    Un esempio, per certi versi rappresentativo della fallacità di voler ridurre più centri sotto un’unica governance è il comune di Venezia, il fallimento amministrativo per eccellenza.
    Se proprio non vogliamo abbandonare l’idea di un ente unico di coordinamento per le realtà del Veneto, non possiamo che finire col prendere in considerazione la regione, unico corpo che potrebbe fungere da organizzazione delle diverse realtà.

    Qui però ritorniamo al punto di partenza, se gli strumenti in possesso dell’ente non sono idonei a governare, ma solo ad amministrare, come possiamo creare nuove prospettive? Aspettare un Expo Venice non vale come soluzione.

    Andando oltre la critica sparsa, occorre dire che per nuovi progetti servono nuove regole e nuove strutture: agili e adatte al territorio e allo strato sociale. L’Autonomia (ecomonico-culturale su modello catalano o scozzese) che fa tanta paura quanta ignoranza (sul concetto di autonomia stesso beninteso) è una possibile soluzione, perché ci permetterebbe di controllare meglio il territorio, staccarci da un sistema statale che ha mostrato tutte le sue pericolose debolezze e rappresenterebbe una grandissima oppurtiunità: riscrivere le regole!

    Io per par mio vorrei provarlo sto delirio e vedere se è così terribile come lo dipingono.

  7. Milano 2015, con un Expo dai dati non trasparenti; dei 20.000.000 di ingressi quanti lo sono stati con biglietti a 5 euro di residenti?
    Popolare di Vicenza e Veneto Banca, 2 istituti in crisi ma ancora lontani dal fallimento di altre popolari ben piu note
    La criminalità diffusa di una città dove le zone in mano a bande criminali sono sempre di più, come in un film americano degli anni ’80
    La classifica del sole 24 che quest’anno premia Milano, ma che vedremo se sapra mantenere la posizione senza eventi come Expo
    Milano che vende Importanti grattacieli del suo centro a Fondi stranieri per sopravvivere

    Vedremo se il Tempo sarà galantuomo…

  8. Mah…da Veneto posso dire che un sacco di idee, materiale e tecnologie per Expo sono arrivate proprio da aziende venete. Io sono a Milano per lavoro almeno due volte al mese: se qualcuno ha avuto pure il coraggio di scrivere che Milano è al secondo posto per vivibilità, nutro il dubbio che dietro ci sia solo una grande propaganda politica. Come può essere vivibile una città che offre un cielo grigio e pieno di smog dalla barriera A4 in poi? Come può essere vivibile una città con cittadini che vivono al trentesimo piano di grattacieli fatiscenti (zona Niguarda ad esempio)? Come può essere vivibile una città in cui spostarsi in auto vuol dire andare alla media del passo d’uomo? Ma, soprattutto, come può essere vivibile una città che solo X transitare dalla barriera al centro serve oltre un’ora, senza riuscire poi a trovare un parcheggio? Non è tutto oro quello che luccica…

    1. Ciao Emanuele, l’articolo non voleva essere un elogio di Milano tout-court (per quanto frequentandola spesso la trovi incredibilmente migliorata). I problemi a mio avviso sono due: 1) la qualità della vita in Veneto si è notevolmente abbassata. Quali delle tue osservazioni sulla vita a Milano non si applica anche a Padova? 2) Milano comunque sia riesce ad attrarre intelligente dall’esterno (per lavoro, cultura etc). Il Veneto non più.

  9. Trovo l’articolo abbastanza scandaloso in generale per diversi motivi. Primo su tutti fare un confronto Lombardia-Veneto nell’anno dell’EXPO sarebbe come fare un confronto Brasile-Messico agli ultimi mondiali di calcio.

    La seconda cosa che mi salta all’occhio è che ci sia ancora qualcuno che associa l’autonomia/indipendenza del Veneto alla Lega Merd. Ma quanti altri anni, per ora solo 30, la Lega deve dimostrare che i suoi sono semplici spot elettorali per gli incapaci di intendere e volere? Barriere e muri? Ma per favore. L’indipendenza di un paese come potrebbe essere il Veneto non ha mai messo barriere. Le barriere stanno nel cervello di chi vuole vederle, soprattutto dopo gli accordi di Schengen e l’euro.

    L’indipendentismo Veneto è tutt’altra cosa e guarda al futuro in tutt’altra maniera. Il nostro primo motto è sempre stato “Veneto è chi Veneto fa” e riguarda principalmente il razzismo, cosa che non ci appartiene MINIMAMENTE. Certo, il rozzo ignorante che ha paura del “negro” c’è sempre, ma c’è qui come c’è ovunque. Che poi, a volerla dire tutta soprattutto in funzione di ciò che scriverò qui sotto, il livello di istruzione che mette gli italiani al primo posto per ANALFABETISMO FUNZIONALE nel mondo civilizzato lo dobbiamo a chi? L’istruzione nazionale italiana ha prodotto questi bellissimi risultati (vi prego, cercate conferma): https://it.wikipedia.org/wiki/Analfabetismo_funzionale

    Storicamente e identitariamente Venezia è stato il primo hub culturale del mondo nella Repubblica più longeva della storia del mondo (1100 anni, 697-1797), il primo stato ad abolire la schiavitù con quasi 1000 anni di anticipo rispetto al resto del mondo (anno 960), la prima donna laureata del mondo era Veneta (1678), il primo libro di aritmetica stampato al mondo era Veneto (Arte dell’Abbaco, scritto in lingua Veneta, nel 1478), quanto devo andare avanti? Culturalmente ed economicamente già dal 1400 cristiani, ebrei e musulmani convivevano e commerciavano a Venezia ANCHE in tempi di guerra, quella tra Serenissima ed Impero Ottomano. E vi prego, non credetemi, andate a cercare queste informazioni dove più vi aggrada per avere conferma.

    L’unica parte di articolo su cui concordo è il decadentismo veneto, che però non è certo iniziato negli anni ’90, ma da inizio 1800 prima con Napoleone e poi con la truffaldina annessione all’italia. Persino Montanelli definiva il referendum del 1866 “un referendum burletta”. Dalle prime tasse post-annessione sul grano e il macinato fino ad arrivare alla tassazione imprenditoriale tra le più elevate al mondo. Un territorio che viene DERUBATO annualmente ed INGIUSTAMENTE di VENTI MILIARDI DI EURO, pari al 29% delle tasse (stando ai dati del ministero dell’economia, ancora, vi invito a cercare conferma). Uno dei motivi per cui il Veneto ora ha le tasche bucate è anche questo, ma anche colpa di stato ed enti statali che non hanno mai saputo supportare il boom socio-economico degli anni ’80. Già il fatto che nella terra dove c’è un imprenditore ogni 8 persone non esista una scuola per imprenditori dovrebbe far pensare.

    Ma anche non considerando tutte queste belle cose ma pragmaticamente “inutili”, essendo un attivista politico sul mio territorio, ti pongo un paio di domande:
    – Ma se oggi la tua regione fosse uno stato indipendente e dovessi votare un referendum “vuoi tu far parte dell’italia?” cosa risponderesti e perché?
    – Nel 2015, in piena era digitale (almeno per il mondo civilizzato, non certo per l’italia), ha davvero senso definire qualcuno “di periferia”?

    Luca Barbieri, personalmente non mi è piaciuto questo articolo, lo trovo estremamente superficiale e con un titolo probabilmente scritto per attirare un po’ di click (come il mio). Credo sia l’ultima volta che leggerò qualcosa di tuo. Certamente non te ne potrà fregà de meno come dicono a Roma, ma tant’è. Sono cosciente di essere aggressivo quando si parla di certi argomenti e tendenzialmente mi porta più verso il torto che verso la ragione, ma ormai non ce la faccio più a sopportare certi luoghi comuni. Se poi vorrai rispondermi, accetto volentieri il dibattito se costruttivo.

    Cordialmente (anche se non sembra)
    Riccardo da Treviso

  10. Voi sinistri servi di roma siete i primi responsabili. Deliri autonomisti? e i venti miliardi che roma ci fotte ogni anno sono deliri? ha una vaga idea di cosa potremmo essere se riuscissimo a trattenere qui anche solo la metà di quei soldi?

  11. scusatemi, ma che miopia! Non ho mai letto una cosa talmente superficiale! Sembra non rendersi conto in nessun modo delle dinamiche economiche, delle peculiarità produttive, geografiche e storiche di una regione rispetto all’altra… Oltre ovviamente a quelle monetarie! Sono senza parole: state dicendo che 20 anni fa il veneto scelse di non essere il mezzogiorno della lombardia (con milano al centro che perde da decenni il ruolo industriale nei confronti del Mondo, senza che chi scrive se ne renda conto], per cui ora è in declino; semplicemente ridicolo e, purtroppo, senza riscontro con la realtà.

  12. Il dibatto è davvero molto interessante. Grazie a Luca Barbieri per averlo stimolato e a diversi contributori per gli intelligenti spunti. Aggiungo un elemento alla discussione, peraltro già abbondantemente ricca: oggi il concetto di “centro” e di “periferia” si sta ridefinendo su scala globale. Ma la scala che probabilmente a noi tocca più da vicino è quella Europea. E in Europa vi sono già degli “hub” più o meno attrattivi che stanno attraendo talenti, personale altamente formato e creativo, e ci sono le periferie. Sfortunatamente noi stiamo scivolando incontrovertibilmente (?) verso la periferia. Personalmente vivo questo effetto quando, al termine del triennio universitario, gli studenti mi chiedono di scrivere loro delle lettere di referenza per università straniere. Nella gran parte dei casi la loro intenzione non è di lasciare temporaneamente questo paese ma di farlo definitivamente. Andare verso gli “hub” attrattivi: Parigi, Londra, Amsterdam, Berlino ma non solo. Come invertire questa tendenza?

  13. Da veneto che ha vissuto all’estero (estero davvero “lontano”), che viaggia in Asia per lavoro, e che negli ultimi anni ha vissuto a Milano (20 anni) e a Treviso e Padova, non posso che dire “sante parole” e ottimi consigli.
    Il problema è che il nostro provincialismo lo stiamo “esportando” anche all’estero, con le medesime istituzioni localistiche (che sperpero!) che hanno rappresentanze di là del mondo (alcune funzionano, molte no), ma anche con la testa di molti che si trovano il loro cantoncino anche di là dei nostri confini…

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