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Oviedo e le Asturie, una sorpresa con le bollicine

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Mentre pianificavo il mio viaggio in Spagna del nord, confesso di aver nutrito un certo scetticismo per il Principato delle Asturie: mi sembrava una regione priva di grandi attrattive, con due città medio-piccole e apparentemente anonime, un po’ di boschi e qualche spiaggia scenografica. Nulla a che vedere, insomma, col folklore di Pamplona, col vino de La Rioja, con gli enigmi dei Paesi Baschi e la spiritualità della Galizia. Giunto sul posto, ovviamente, ho dovuto subito ricredermi.

Oviedo è un gentile saliscendi di stradine lastricate, che si affacciano su piazze ariose ed affollate. I tratti distintivi degli asturiani, legati al suono della cornamusa e ai simboli ancestrali della tradizione celtica, ricorrono tra le sgargianti magliette dei negozi di souvenir, che li enfatizzano con apprezzabile ironia. La “sidra”, bevanda di mele e mosto fermentati, è la regina incontrastata dell’aperitivo. E versarsi da bere, nelle Asturie, è una vera e propria forma d’arte quotidiana.

Per liberare l’anidride carbonica e ottenere le bollicine, infatti, la “sidra” va versata da una certa altezza: le strade sono piene di persone che, senza guardare né interrompere i loro discorsi, alzano al cielo la bottiglia con la destra, e la inclinano quanto basta per farne sgorgare il contenuto. Come per magia, la piccola cascata d’ambra centra il calice sorretto con la sinistra all’altezza del ginocchio: e se si spande un po’ per terra non importa, basta correggere la mira.

Questo lontano parente dello spritz è molto diffuso e apprezzato anche a Gijón, una specie di Oviedo a cui sia stato regalato il mare: le sue strade formano una rete geometrica piuttosto lineare, e i palazzi sono ben proporzionati, con un aspetto dignitoso anche in periferia. Qui la “sidra” accompagna cene di pesce e “tapas” di crocchette, scandisce le serate dei più giovani e… serve per far colpo sui turisti.

Succede in un ristorante di Cimadevilla, l’istmo di terra che si protende verso il mare, dove sto cercando con fatica di versare la mia “sidra”. Vedendomi in difficoltà, il vicino di tavolo si alza, mi strappa di mano la bottiglia e (senza spandere una goccia) versa la bevanda nel bicchiere, sorridendo alle due donne che lo osservano compiaciute. Il tutto sotto gli occhi di un cameriere toscano, che parla un guazzabuglio di italiano e castigliano, e rende il siparietto irresistibile.

 Alessandro Macciò

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