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A volte ritorna. Ancora più spesso se si avvicinano le elezioni….Scrivo questo post perché ho il sospetto che presto, questa conversazione, potrebbe sparire dal web. A proposito dei rapporti politica e magistratura e del Caso 7 Aprile, di cui tanto abbiamo scritto, Umberto Contarello, allora segretario della Fcgi, ha scritto su Facebook (ieri 16 maggio 2017) questo fragoroso post che chiama in causa Piero Calogero e, anche se non esplicitamente, Flavio Zanonato, sulle modalità in cui nacque l’inchiesta.

Questa è una cosa molto delicata. Lo è di per sè e lo è perchè mi riguarda personalmente e perchè ho capito che non renderla minimamente pubblica ora, sarebbe una reticenza a me intollerabile.
La faccenda attuale, che sembra irrisolvibile, è la totale perdita di confini tra magistratura, informazione, politica. Ormai non vi è più alcun confine nettamente tracciabile: siamo un paese che ha vilipeso uno dei principi fondamentali di un sistema democratico.
Vengo a me e all’aspetto delicato. Mi sono chiesto a lungo perchè questa mostruosità non riusciva a entrarmi dentro e a farmi terremotare come altre questioni. Perchè il mostro non mi ha mai, realmente, terrorizzato? Perchè, a parte generiche posizioni garantiste, scialbe e di maniera, non mi ha sollevato la rabbia che ho espresso frequentemente?
Lo so perchè, perchè mi hanno insegnato, a ventidue anni, che questi confini non esistono. L’episodio originario si svolge a via Beato Pellegrino, a Padova, alla vigilia del processo del 7 Aprile. La storia ha ormai stabilito il ruolo fondamentale nella difesa del paese e di quella città, dallo squadrismo di para- semi- pre- terrorista. Io ero segretario della Federazione Giovanile Comunista e il Pm che istruiva quel processo, trascorreva parecchio tempo nei locali della Federazione. Un giorno, essendo io nel processo chiamato a testimoniare contro Autonomia Operaia anche nel ruolo di vittima, vengo convocato nell’ufficio dell’allora segretario cittadino del partito dove tropo appunto il pm del processo. Senza alcun preambolo, e senza alcun imbarazzo, mettiamo a punto un brogliaccio, assolutamente veritiero nella sostanza, che avrei dovuto imparare a memoria e che mi doveva servire per sostenere l’interrogatorio. Così feci, (non voglio dire nulla in merito allo stato psicologico)e ricordo però come una icona dell’incredibile entrare nell’aula e vedere il pm con la toga sulle spalle rivolgersi a me secondo l’impersonale linguaggio . Chi era? Questo ricordo mi chiesi. Dove mi trovavo? Ero lì per una causa sacrosanta ma avvertivo oltre le urla che uscivano dalle gabbie degli imputati, qualcosa di straniante. Ricordo la sensazione dei una comunicazione spuria, falsa, indecente, nascosta . Ora capisco, ora so, oggi, di essere stato allevato dal mio partito in un una opaca, moralmente sostenibile e civicamente orripilante commistione tra Stato e Partiti. Un Giudice, perchè un Pm lo è, non istruisce un ragazzo di ventidue anni in un ufficio di un partito su come è più efficace esporre una deposizione davanti a se stesso. Ora so perchè la storia di questa fetida commistione, con l’aggiunta dell’informazione, non mi inferocisce. Perchè nasce dentro di me, nei mei fondamentali di cultura civica. Si dice, ed è vero, che il PCI fu scuola di vita, che insegnò a generazioni cose meravcigliose, ma sarebbe il caso che altri e con ben altro nome, ammettessero che la sinistra italiana non è realmente garantista, non lo è dentro come è antirazzista o egualitaria, perchè insieme a me, molti altri, di quella generazione, imparammo che i giudici passeggiano negli uffici di un partito.

Un testimone di quell’inchiesta, che ancora segna una faglia visibilissima della sinistra padovana, accusa quindi il PCI di aver ospitato in via Beato Pellegrino, la preparazione dell’inchiesta. Contarello fece parte – e lo rivendica – di questa operazione, ma ne mette in luce il carattere deviante. Non si è fatta attendere la replica dell’ex sindaco e allora segretario del partito Flavio Zanonato, che nega con energia l’accaduto.

Non seguo Contarello su FB ed intervengo perché alcuni amici mi hanno segnalato questo intervento: mancano i nomi dei personaggi dell’episodio che Contarello racconta ma per quel che riguarda il segretario cittadino del PCI o ero io o Elio Armano (con cui ho parlato e che smentisce) più facile individuare il PM titolare dell’inchiesta che era Pietro Calogero suppongo. Se questi sono i protagonisti dell’episodio posso dire che è del tutto inventato. Nessun incontro si è mai tenuto nel mio ufficio tra Contarello, Calogero e il sottoscritto, tanto meno fatto “un brogliaccio”. Posso testimoniare, e con me moltissimi compagni che al tempo frequentavano la federazione del PCI dove si trovava anche il comitato cittadino, che il dott. Pietro Calogero non ha mai messo piede nella allora nostra sede e che l’affermazione “il PM che istruiva quel processo, trascorreva parecchio tempo nei locali della Federazione” è frutto di fantasia o più semplicemente non vera, inventata.

Segue uno scambio diretto – e irriducibile – tra i due. La novità, all’interno di un’ipotesi sempre avanzata dall’autonomia, è che il coming out (tutto da verificare) arrivi questa volta da un allora membro del PCI. Solo i presenti possono sapere chi dei due menta. Una cosa è certa : a 38 anni dal 1979, il 7 aprile è ancora in città. E probabilmente, bisogna arrendersi, non se ne andrà mai.

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