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Portogallo, uno stato d'animo

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Il Portogallo se ne frega, poco ma sicuro. Se ne frega delle previsioni degli economisti, del debito pubblico, della recessione, dell’Europa, anche della Spagna che gli sta appiccicata. Il Portogallo è un vecchio (se ne fregano anche del politacally correct, di dire “anziano) che cammina placido, con quello sguardo che ti ricorda come in fondo lui ne ha vista una più del diavolo e niente gli farà cambiare traiettoria, no.

Il Portogallo non ci crede più. Non pensa che ci possa essere un “futuro migliore”. Sa che ci sarà un futuro, e che tutto rimarrà così, immoto. Cambieranno mode, manie, governanti: tutto resterà uguale. Il Portogallo è sornione, ti guarda di sottecchi, fingendo una siesta, con un sorriso che un po’ ci pensi se ti sta pigliando per il culo e invece poi ti accorgi che no, ti sta solo facendo capire che qualunque cosa farai, non cambierà niente.

Il Portogallo aiuta. Ti ridà quell’equilibrio che magari avevi perso, e lo fa così, senza far niente, ma accompagnandoti con piccoli gesti. Quelli dei ristoratori, che puntualmente ti fanno mangiare quello che vogliono loro, con finti menù consunti dagli anni, frasi dette e ridette. Il Portogallo è una Venezia di fine settecento, ma molto più furba:  tanto in fondo niente è perduto, mai, perché niente c’è da perdere.

Il Portogallo la sa lunga. Ne ha viste tante, pure troppe per un Paese così piccolo, così defilato, così muto. Il Portogallo riesce a farti sembrare un accidente della storia la fortezza di Peniche, dove Salazar rinchiudeva gli oppositori, ed erano quarant’anni fa, ieri. Il Portogallo ti dà quasi l’impressione che il dittatore sì, ce l’hanno avuto, ma in fondo erano loro, i portoghesi, a comandare su di lui.

Il Portogallo abbandona. Palazzi, case, strade, quartieri. E riesce a farli sentire più belli, più vivi, sebbene morti, decaduti. Il Portogallo non si scompone mai: ha fatto la rivoluzione con i garofani, sì: senza avrebbe fatto troppo chiasso, avrebbe creato troppo sconvolgimento.

Il Portogallo è una melodia accennata di Fado,  è quei vicoli che salgono i quartieri popolari di Lisbona e Porto (quale più bella, quale?)  è la terra sterminata che intercorre fra un villaggio e un altro, è il senso di essere poco, nulla, per questo felice.  Il Portogallo ti fa innamorare, e non è neanche colpa sua.

Il Portogallo è uno stato d’animo, non un Paese.

Enrico Albertini

(foto di Lorenzo Dalmonego)

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