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Si sta parlando molto, in questi giorni, del caso di Domenico Maurantonio, il ragazzo 19enne che ha perso la vita  a Milano, cadendo – in maniera non ancora del tutto chiarita – da una finestra d’hotel. Riceviamo e pubblichiamo il parere del collega Mattia Sopelsa. 

Nel quotidiano per cui ho lavorato per molti anni devo aver avuto un buon maestro: il mio caposervizio infatti non voleva pubblicare mai notizie che riguardassero i suicidi. Oppure era un completo deficiente? Ovviamente no, per quel che mi riguarda. Ma qualche dubbio potrebbe tranquillamente venire in mente a guardare la cronaca variegata che possiamo leggere sulla stampa locale di Padova (e non solo).
Si tratta di sensibilità, parola evidentemente sconosciuta a buona parte dei giornalisti con cui poco ho da condividere se non un tesserino che in automatico non dona particolari doti di scrittura. Di sensibilità nel trattare una notizia, di qualunque genere essa sia, senza inseguire facili sensazionalismi per guadagnare un euro in più per una copia o qualche manciata di click virtuali su Internet.

Invece sembra che lo sport locale sia diventato una sorta di “urlo a più non posso”, poco importa se la qualità vada letteralmente a farsi benedire. Gli esempi scomodi sono molteplici e praticamente quotidiani. Vogliamo citare il caso dello studente del liceo scientifico Nievo? Non so a voi, ma, senza scomodare roboanti termini deontologici dei giornalisti come “interesse pubblico, “pertinenza” e “continenza”, io vi posso tranquillamente dire che non vedo dove sia la notizia nel pubblicare quattro foto del punto di contatto a terra di Domenico Maurantonio o di fare titoli pregiati quali “non toccare, un biglietto sulla finestra della morte”. Fare giornalismo non significa pubblicare qualcosa per forza. E non vale, modesto parere di una persona che raramente ama esporsi, la facile scusa del “si pubblica quello che la gente vuole”. E’ offensivo, perché da una parte si considerano le persone alla stregua di ignoranti greggi di pecore pronte a bersi qualsiasi cosa per appagare chissà quali pruriti primordiali. Dall’altra lo è perché significa abdicare al ruolo che il giornale dovrebbe avere, in cui rientra anche quello di selezionare ciò che si considera degno di pubblicazione e quel materiale che si può e si deve, invece, scartare. E non mi si venga a dire che c’è un caposervizio-schiavista che obbliga un povero giornalista alle prime armi a fare determinati articoli, perché le firme che si vedono sui giornali sono quelle di colleghi con anni e anni di esperienza alle spalle e che dispiace vedere asserviti alla logica da tabloid per cui paga solo la notizia in cui compaiono le parole sesso, sangue e affini per solleticare gli animi.

Mi fermo a Domenico, ma potrei usare numerosi altri esempi.
Se giustamente ci indigniamo e discutiamo di pensieri aberranti espressi da alcuni insegnanti del liceo nell’occhio del ciclone in questi giorni, a maggior ragione ci si dovrebbe interrogare su quello che compare sui giornali e sull’effetto prodotto sui lettori.
In molti casi io sceglierei di lasciare la penna appoggiata al tavolo e di non scrivere. Tacere è meglio di pubblicare qualcosa lontano miglia da quello che io considero fare questo mestiere.

Mattia Sopelsa

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