Viaggio sul Bernina Express rosso fuoco

Redazione - 3 marzo 2014

Long weekend a Vienna: Schokomuseum, la fabbrica di cioccolato

Redazione - 3 marzo 2014

Se gli italiani non sanno l'inglese

Redazione - 3 marzo 2014
empty image
empty image

original_open-english-mission-1aobcdrIl dubbio ti assale assaggiando un piatto di spaghetti agli scampi in una ridente città di villeggiatura, sulla costa adriatica. Va da sé che la traduzione di “spaghetti” possa rimanere uguale, ma leggere sul menu quel “to escape it” (scamparlo) la domanda te la pone: siamo un Paese di burloni o di ignoranti?

Una questione che, forse, è meglio non affrontare: gli italiani continuano a non sapere l’inglese nonostante che l’offerta di corsi di inglese all’estero sia ormai molto ampia. Come riporta L’Inkiesta, elaborando dati Isfol, fra gli italiani che hanno un lavoro solo 3 su 10 si dichiarano in grado di sostenere una conversazione telefonica in inglese. Un dato basso, che si alza al 50% nella fascia di giovani che va dai 18 ai 29 anni, ma un livello non ancora sufficiente. Le ricadute economiche sono evidenti: basta pensare, senza andare troppo in profondità, alla mancanza di competitività nel recuperare fondi europei, da sempre carenza palese italiana. Oppure al turismo: nel Paese che vanta il più grande numero di siti patrimonio mondiale dell’Unesco non si riesce, molto spesso, ad accogliere un turista in modo da farlo ritornare poi.

Sono molte le indagini che certificano quanto l’Italia debba recuperare: Language knowledge in Europe, datata 2011, sostiene che solo il 12,4% di italiani conosca bene l’inglese. Non è poi che la situazione si stia evolvendo, o quantomeno non con la velocità che ci si potrebbe augurare: è quasi come se il problema del gap culturale che ci divide dal resto d’Europa e del mondo nella conoscenza delle lingue non sia sentito. Confrontata col resto d’Europa l’Italia è al 32esimo posto: dietro Ucraina, Repubblica Ceca, Slovacchia, Portogallo. Se guardiamo fuori ci supera anche lo Sri Lanka.

All’interno di un quadro sconfortante non rimane che aggrapparsi ai dati di Almalaurea: su un campione di 1 milione e 800 mila laureati, il 60% conosce l’inglese a livello buono/intermedio. Se ci si alza di livello la percentuale scende: solo il 21% dei laureati sostiene di conoscere bene la lingua inglese. Abbiamo usato il verbo aggrapparsi non a caso: anche questa indagine non può lasciarci (troppo) ottimisti. Stiamo pur sempre parlando di una fascia di popolazione a livello di scolarizzazione alto (laureati), e in fondo di questi solo 1 su 5 sa bene l’inglese. E volendo cambiare prospettiva, preoccupa che 4 laureati su 10 non sappiano parlarlo: esami di lingua sono ormai obbligatori in ogni corso di laurea.

Nonostante i dati sconfortanti una lancia a favore dell’università italiana bisogna spezzarla. La tendenza in corso vede infatti il proliferarsi di corsi di laurea interamente in lingua e sbarramento all’ingresso delle lauree magistrali, dove la conoscenza certificata dell’inglese diviene requisito di accesso. Sarà forse la volta buona che i giovani italiani capiscano l’importanza di frequentare un corso intensivo di inglese all’estero e investire così un breve periodo della loro vita per diventare competitivi come il resto dei cugini europei?

Il dubbio nato davanti ad un piatto di spaghetti alla fine rimane intatto, qualche certezza invece – purtroppo – ce l’abbiamo:  l’Italia non è un Paese per l’inglese. Una “tassa” che non possiamo permetterci di pagare ancora per tanto altro tempo: il mondo corre, noi restiamo ai blocchi di partenza (visto che non capiamo: ready, set, go!)

Leave a comment

*