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OLYMPUS DIGITAL CAMERAQuel pomeriggio gli odori sul dalla dalla (autobus locale) erano più intensi, l’ambiente più umido, forse per l’imminente arrivo della stagione delle piogge. A tratti guardavo i paesaggi avvolti in una spessa caligine, poi ritornavo sotto l’ascella di una signora di mezza età, tassello anch’io di quel magico groviglio di braccia e gambe, incastrate per fare posto a tutti: studenti, lavoratori, anziane con galline, donne con pargoli al seno, sacchi e ceste.

Era il ritratto dell’umanità, che corre veloce e senza meta, adattandosi lì dove non c’è posto per tutti, pazientando con una radice di cassava in bocca. Vicino a me una bibi (nonna) con il suo nipotino smanettava provando ad accendere il cellulare; due ragazze obese in abiti ed accessori made in china, dedide a inviare messaggi, commentavano senza pudore i dettagli della sera precedente; un uomo in giacca, cravatta e 24ore sgranocchiava arachidi e mi fissava, sorridendo. Sobbalzavamo tutti insieme, quando il terreno diventava particolarmente scosceso, trovando nuovi interstizi nei corpi degli altri. Così per ore.
Ogni volta. Terribilmente in intimità con uomini che non vedrai più, che ti aiutano persino a reggere lo OLYMPUS DIGITAL CAMERAzaino nei tre minuti che concede l’autista per fare i tuoi bisogni, in quella latrina comune in cui si trasforma occasionalmente una shamba (campo coltivato). Così ha fatto con me bibi A. chiedendomi poi di tenerle il bimbo in braccio, solidale e serena nelle sue rughe ben marcate dal sole e da una cipria troppo chiara. Un
portamento fiero, un corpo minuto, coperto da un canga (stoffa). “Asante, asante.” “Karibu.” (Grazie, Prego). Poche parole e poi fasta fasta (velocemente) su, in quei posti fissi, prestabiliti, almeno fino alla fermata.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAHo avvertito quasi un timore reverenziale quando C. mi ha indicato dicendo “mzungu” (strano, europeo) e la signora prontamente si é scusata; ma il sorriso del bimbo e le sue braccine tese verso le mie mani, curiose di sapere come fossi, hanno rotto il ghiaccio. Si é arrampicato come una scimmietta ed addormentato sul mio petto; poi un flusso di parole, alcune totalmente nuove mi ha fatto sudare freddo fino a bagnare la maglietta. A. era partita verso nord perché paleee, (là, lontano) a qualche giorno di viaggio, c’era la “pozione” che avrebbe restituito vigore al corpo dei due figli.

 

Leggevo tra le righe di altre frasi, di altre espressioni, segrete. Ho provato a dirle che avrebbe dovuto OLYMPUS DIGITAL CAMERAspendere il suo gruzzoletto di scellini non in quel farmaco, ma si era aggrappata a quell’unica illusione, come spesso si fa in Europa con maghi e cartomanti, e non voleva cambiare idea. “Hapana hapana mzungu,
wewe ni daktari?”, “ma no no e poi non sono mzungu, sono Francesca” “Fransisca, sawa sawa, unafanya nini?” “non so rispondere, studio, si forse studio”… “uchumi”. “na mume wako?” “Non sono sposata e non ho figli”. Sguardo perplesso, di compassione e comprensione quasi, come quando le donne sbarrano e poi chiudono gli occhi chinando il capo, perché non hanno niente da aggiungere, come se conoscessero un dolore antico e lo percepissero: “Pole”. “In Europa è così”. “Pole”. (Mi dispiace).

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERASorrido, compriamo un casco di banane a 200 scellini. Sono piccole, ne sbuccio una e ne do un pezzetto a C., che me lo sputa immediatamente in faccia. Grazie. Tutti i vicini ridono divertiti, l’aria si fa sempre più pesante, inizia a piovigginare, rido anch’io per questo bimbo con gli occhi profondi, come pozze d’acqua scura, che sputa al mzungu. Finalmente.

Francesca Arcidiacono
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281579_384459104963189_1852605588_nFrancesca Arcidiacono. Wet road on a rainy day: the car braked suddenly and I came into the world. Interested in empty spaces, #africa and global conflicts.

 

http://francescarci.blogspot.it/

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