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Viaggio in Mongolia, esiste ancora un mondo così

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Esiste ancora un mondo così, un mondo dove gli uomini vivono immersi nella loro terra e nella loro natura, felici di fare parte del paesaggio senza volerlo stravolgere, felici di essere a contatto con la terra, il sole, la neve, il vento, senza sentire il bisogno di arroccarsi in edifici di pietra, legno o cemento, felici e orgogliosi di vivere dignitosamente nelle loro gher e liberi di spostarsi quando vogliono, o meglio, secondo le esigenze del loro bestiame, che rappresenta per questi uomini non solo la più grande ricchezza ma anche l’unica speranza di sopravvivenza, felici insomma di essere parte della natura e muoversi come una delle sue creature, senza bisogno di addomesticare il mondo alle proprie esigenze ma adattando sé stessi all’ambiente circostante, per quanto questo ambiente possa sembrare aspro e ostile, soprattutto nei lunghi e gelidi mesi invernali.

Questo paese è la Mongolia, o almeno la sua parte più tradizionale e rurale, un paese che mette in dubbio i più profondi valori su cui si fonda il concetto occidentale di ricchezza, basato prima di tutto sul possesso, sulla sicurezza economica, sulla sedentarietà; concetti come nomadismo, assenza di confini, dipendenza e rispetto della natura e delle sue creature (bestiame in primis) qui assumono un significato diverso, positivo, mentre altrove tutto ciò è percepito negativamente, come sinonimo di precarietà, povertà e insicurezza sul futuro. Eppure i pastori nomadi di queste lande sperdute non appaiono affatto preoccupati del loro futuro, rassicurati da una tradizione millenaria che li ha visti sempre resistere a gelidi inverni e a vicini imperialisti e bellicosi, sicuri che una gher di feltro possa proteggere dal freddo meglio di una casa di mattoni, sicuri che un cane da guardia possa assicurare il loro nido dai ladri e dagli animali selvatici molto più di un cancello automatico, sicuri che un allevamento di cavalli o cammelli possa dare garanzie maggiori rispetto ad una pensione o un’assicurazione sulla vita.

Percorrendo da nord a sud le sconfinate praterie della Mongolia, che si distendono a perdita d’occhio per centinaia e centinaia di chilometri, si ha l’impressione che questo paesaggio possa durare immutato all’infinito, attraversando un ambiente dove è la natura ad avere il sopravvento sull’uomo; questi rimane impotente di fronte ad un panorama infinito e incontaminato, violato unicamente dalle piste, che si perdono all’orizzonte, individuabili solo dal precedente passaggio di un altro mezzo ma talvolta nascoste dalla vegetazione, che indomita riassorbe le sottili tracce lasciate dai pneumatici col loro passaggio, simili ai binari di un treno ormai dismesso.

Qui l’asfalto non esiste poiché con il ghiaccio dell’inverno si formerebbero autentiche voragini, ben più pericolose della naturale ondulazione delle piste su terra; là dove a tratti è stato apposto gli autisti preferiscono evitarlo, passando ironicamente a bordo strada e trasformando quel lembo di prato in una nuova pista, più adatta alle condizioni dell’ambiente. Anche i ponti sono rari e spesso occorre cercare un guado per superare un fiume o attendere qualche ora se la piena portata dalla pioggia ha reso troppo rischioso il passaggio. Anche gli alberi sono scarsi e da sempre la gente di queste terre deve utilizzare lo sterco del bestiame come combustibile per il riscaldamento. Ma è sicuramente il freddo l’elemento dominante di quest’area del mondo, freddo che in inverno arriva a temperature bassissime, anche sotto i meno cinquanta gradi centigradi, generando un ambiente che forse è difficile anche solo da immaginare e che rende impossibile coltivare qualsiasi vegetale; gli abitanti del territorio sono così costretti a mangiare unicamente la carne e i prodotti derivati dal latte del bestiame allevato.

In questo panorama l’uomo torna a sentirsi piccolo di fronte alla natura e vive le stesse emozioni che provava nei secoli passati, prima che in altre zone del pianeta imparasse ad addomesticare l’ambiente, rendendolo agevole al suo insediamento. Per uno straniero è impossibile evitare di perdersi in questo paesaggio, dove anche le gher degli abitanti si spostano senza sosta e dove gli unici punti di riferimento sono i rari pali della luce che collegano alcuni villaggi, oppure gli ovoo posti nei passi più alti delle valli, o le bottiglie di vodka lasciate lungo il percorso dai camionisti e le carcasse delle gomme distrutte dei loro mezzi che, insieme agli scheletri degli animali morti per il freddo dell’inverno, lanciano un monito al viaggiatore, avvertendolo che il viaggio intrapreso non sarà facile. Eppure la gente del posto pare conoscere a memoria ogni angolo di questo territorio, come se possedesse già all’interno del proprio DNA le conoscenze acquisite nei millenni dai loro avi, indomabili corsari di queste lande infinite.

È difficile dire per quanto tempo e in quali zone del paese questo idillio tra uomo e natura riuscirà ancora a resistere alle spinte della modernità e del capitalismo, che molto in fretta hanno già sconvolto e trasformato la vita degli abitanti di Ulan Bator, l’odierna capitale, tanto quanto (se non ancor di più) era già riuscito a cambiare il comunismo della vicina e ingerente Unione Sovietica. Appena entrati alle porte di questa città si viene bruscamente svegliati dal rumore del traffico e dei clacson delle vetture in coda e, quando si riaprono gli occhi, quell’idillio tra uomo e natura si interrompe, sconvolto dall’odore dell’aria inquinata dai gas di scarico, accecato dalla vista di manifesti pubblicitari e grandi magazzini che promuovono e vendono gli stessi prodotti e le stesse marche che si potrebbero ritrovare in qualsiasi altra capitale, assordato dal rumore dei cantieri che costruiscono centinaia di nuove abitazioni (in cemento), divorando voracemente quella stessa collina su cui in passato poggiavano dolcemente migliaia di gher e dove ancora oggi alcune resistono alla modernità ma, private del verde che le circondava un tempo, perdono in un attimo il loro fascino e restituiscono un’immagine del tutto diversa rispetto a quella che si poteva ammirare tra le sconfinate praterie, lontano dal cemento della capitale.

Ulan Bator è una città che oggi corre e cambia in fretta, sovrapponendo grattacieli e condomini alle tradizionali gher, in un contrasto che però ha poco di armonico e molto di dissonante. Ma del resto non è possibile (e forse non è giusto) poter sperare di fermare questa evoluzione che, malgrado i suoi contrasti e la sua schizofrenia, porta comunque maggiore benessere, ricchezza e nuove prospettive agli abitanti di queste terre; non bisogna poi dimenticare che la Mongolia è uno dei migliori esempi tra i paesi ex-comunisti, come testimoniano i dati relativi allo sviluppo dell’economia, della democrazia e dell’istruzione. La sua rapidissima e quasi incontrollabile crescita sta quindi generando effetti positivi per la popolazione: la speranza è che lo sviluppo che avverrà nel corso dei prossimi anni non cancelli la storia e la tradizione di queste terre, veri tesori trasmessi nei secoli fino ad oggi e di cui noi possiamo godere e che abbiamo il dovere di preservare. È difficile quindi dare un giudizio oggettivo su questa più che mai rapida corsa alla modernità: se da un lato è triste che un popolo rischi di perdere in pochi decenni usi e tradizioni millenarie, dall’altro non si può pensare di poter fermare il tempo e impedire agli abitanti di queste terre di compiere il percorso che, forse in modo invisibile, è già stato per loro tracciato.

 

Enrico Finucci, viaggio in Mongolia (4 – 18 agosto 2012)

Leggi la seconda parte del reportage

Un ringraziamento particolare all’agenzia “Viaggi Giovani” di Trento (www.viaggigiovani.it), che mi ha offerto l’opportunità di visitare queste remote e bellissime terre.

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