I "messaggi" di Gilbert & George nella “Great Exhibition” di Francoforte

di Caterina Longo
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Provocatori ed eleganti, scandalosi e distinti, da oltre mezzo secolo Gilbert & George spiazzano con le loro opere esplosive e geniali sui grandi temi della vita: sesso, morale, religione, politica. Fino al cinque settembre prossimo la Schirn Kusthalle di Francoforte presenta un’ampia retrospettiva sul loro lavoro, con circa 45 opere di grande formato realizzate tra il 1972 e il 2019.

“Se un hippie è nudo, non significa molto perché ci si aspetta che sia nudo. Ma persone vestite in completo come noi e la nudità, be’ questo è molto più potente. Ed è molto semplice”. Riassume bene la filosofia degli artisti l’affermazione di Gilbert rilasciata a Hans Ulrich Obrist per il catalogo di “The Great Exhibition”. Spiazzare, pungolare “per far emergere l’intollerante dal liberale e viceversa il liberale dall’intollerante” .

“The Great Exhibition” offre una panoramica potente sulla magnificenza dell’opera di Gilbert & George e sull’essenza della loro personale “cosmologia”. La mostra segue un percorso cronologico, senza rigidità. Dalle prime composizioni fotografiche degli anni settanta, che utilizzano il bianco e nero e il rosso -poetica ed elegantissima “Red Morning Attack” del 1977, in cui composti ritratti degli artisti si alternano a visioni della natura e di Londra- l’opera si evolve verso il grande formato e si apre ai colori. Grande formato possibile grazie all’assemblaggio di singoli pannelli fotografici, creati con un complesso procedimento sviluppato dagli artisti. Un sistema che facilita il trasporto e quindi l’esposizione dell’arte di Gilbert & George, e da cui nasce la “griglia” tipica dei loro lavori.

Gilbert & George, 2015, Foto: Tom Oldham (Schirn Presse)

La storia del celebre duo artistico è nota e ormai leggenda: Gilbert Prousch (1943, San Martino in Badia, Alto Adige) e George Passmore (1942, Devon, Inghilterra) si conoscono nel 1967 a Londra, dove frequentano la classe di scultura della St. Martin’s School, e da allora non si lasciano più. Coppia nella vita, si considerano un’unica opera d’arte vivente – la consacrazione nel mondo dell’arte avviene nel 1969 con “Singing Sculpture”. Nella performance i due, vestiti in completo e con la faccia dipinta di color bronzo, si presentavano come sculture viventi al suono di “Underneath the Arches” (sotto gli archi). Il testo della canzone di Flanagan & Allen parla dei senzatetto durante la grande depressione, situazione in cui i due squattrinati studenti d’arte si identificavano: erano senza mezzi e senza atelier, ma con la ferma volontà di creare un’arte che parlasse della vita e al pubblico, lontano dagli estetismi autoreferenziali di tanta produzione dell’epoca.
Nati come scultura vivente, Gilbert & George sono diventati oggi un monumento, con la loro abitazione e studio nella Fournier Street di Londra, nel quartiere multietnico di Spitalfields, le giornate scandite dall’autodisciplina, il rifiuto snobistico del glamour e del sistema dell’arte, le esplorazioni urbane, a piedi o in autobus. E il presentarsi, da oltre cinquant’anni, sempre in completo giacca e cravatta, facce asciutte, espressioni serie.

L’evolversi della tecnica porta a una vera e propria esplosione, non solo cromatica, nelle loro opere, ma anche nella scelta dei contenuti. Avviene una progressiva apertura verso il mondo esterno e la società londinese e non. Temi “duri” sono presi di petto dagli artisti: il bere, il razzismo, il nazionalismo, l’intolleranza, la religione. Anche in risposta al diffondersi dell’AIDS, dagli anni ’90 l’attenzione degli artisti si focalizza sul corpo, in tutte le sue espressioni organiche più basse, dagli escrementi allo sperma. Immagini caleidoscopiche riflettono, come in specchi rifrangenti, visi e visioni, organi, simboli, corpi. Messaggi tratti dai volantini pubblicitari, dai giornali o da annunci per prestazioni sessuali, “gridano” davanti agli occhi di chi osserva, richiedono una presa di posizione. Sono opere piene di ironia, intelligenza, tragiche e grottesche, talvolta irritanti, formalmente impeccabili, proprio come Gilbert & George. Che spesso compaiono ritratti nei loro lavori: in piedi vicino ai simboli religiosi in “Akimbo” o come guardiani di affermazioni tipo “il nazionalismo mi ammala” in “Vomit”, 2014 o interamente percorsi dalla bandiera inglese in “Gold Jack”, 2008. Ma anche nudi, chinati di schiena, orologio al polso anche quando mostrano al pubblico il deretano in “Bam Holes”, 1994.

Gilbert & George, CITY DROP, 1991, Courtesy of Gilbert & George (Schirn Presse)

I grandi pannelli fotografici sono stati spesso paragonati alle vetrate gotiche; anche se gli artisti dicono di non amare il parallelo, questo appare ancora più calzante nella mostra alla Schirn. Si attraversano le lunghe sale espositive come la navata di una chiesa, sensazione accentuata dal tetto a capanna dell’edificio. Ma non è solo una questione di percorso e di allestimento “se noi siamo arte cosa potevamo lasciare? Messaggi, come i predicatori…” raccontano gli artisti nell’intervista nel catalogo della mostra. Predicatori profani, detonatori delle piccole e grandi nostre certezze quotidiane.

 

Caterina Longo

Gilbert & George, The Great Exhibition,
Schirn Kunsthalle
Römerberg, 60311, Francoforte sul Meno
Fino al 5 settembre 2021

a cura di Hans Ulrich Obrist e Daniel Birnbaum
in collaborazione con Luma Foundation e il Moderna Museet, Stockholm

L’ampio catalogo contiene una corposa intervista dei curatori agli artisti, una bibliografia aggiornata e un indice delle opere. Edizione bilingue (inglese/tedesco), 500 pagine, 200 ill., 24,5 x 30 cm copertina morbida, Hurtwood, 35 €

Immagine di apertura:
GILBERT & GEORGE. THE GREAT EXHIBITION,
Ausstellungsansicht, © Schirn Kunsthalle Frankfurt, 2021, Foto: Norbert Miguletz

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