#I teatranti: le idee. La nascita di "Tempo di Chet"

di Massimiliano Boschi
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Rubiera (Re), 2 marzo 2008.
Andrea è nato da due mesi e fatica a prendere sonno nonostante l’ora tarda. Sul “sagrato” del teatro Herberia, il padre, Paolo Fresu, prova a cullarlo passandosi la carrozzina con il direttore Walter Zambaldi
E’ una domenica sera incredibilmente mite, nel pomeriggio la temperatura ha toccato i ventisei gradi e nessuno ha voglia di veder arrivare il lunedì. Tra un passaggio di carrozzina e un altro, i due finiscono a parlare di Chet Baker, “meriterebbe uno spettacolo tutto per lui”, si dicono.
Dieci anni dopo, l’8 novembre 2018, al Teatro Comunale di Bolzano va in scena la prima nazionale di “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker”.
La regia è di Leo Muscato, le musiche sono curate e interpretate da Paolo Fresu, la produzione è dello Stabile di Bolzano diretto da Walter Zambaldi.
Andrea Fresu è seduto in platea e anche questa volta non ha nessuna intenzione di addormentarsi.

Benvenuti a “I teatranti”.

L’idea

Rubiera è una cittadina di quindicimila abitanti in provincia di Reggio, ma è decisamente più vicina a Modena. Come quasi tutte le città tagliate dalla via Emilia ospita un teatro che, riaperto nel 1988, è gestito dalla Corte Ospitale, un centro di produzione e ricerca teatrale diretto per un decennio da Walter Zambaldi. Lo ha lasciato nel 2015 per trasferirsi nella “sua” Bolzano, insieme alle sue idee.
Ma non è un caso che in quel marzo del 2008, Fresu e Zambaldi si fossero messi a parlare di Chet Baker.
Il “teatrante” era affascinato dalla fragilità di chi, in meno di sessant’anni di vita, era nato e risorto più volte, entrando e uscendo dal carcere e dalla tossicodipendenza.
Una “giostra” terminata il 13 maggio 1988, quando Chet si lasciò precipitare dalla finestra dell’hotel Prins Hendrik, di fronte alla stazione ferroviaria di Amsterdam.

L’albergo di Amsterdam in cui Chet Baker ha passato l’ultima notte della sua vita.
(Foto scattata dall’autore (del tutto inconsapevolmente) a 50 anni dalla morte del trombettista dell’Oklahoma, a 10 dall’incontro di Rubiera ed esattamente a 33 anni dall’incontro tra Baker e Fresu a Sanremo. Era il 24 aprile 2018).

Per quel che riguarda Fresu, non servono nemmeno troppe spiegazioni, un trombettista jazz nato nel 1961 non poteva non essere attratto da una figura come quella di Chet. L’aveva anche conosciuto di persona. Era il 24 aprile 1985, Fresu si era diplomato l’anno prima al Conservatorio di Cagliari, ma aveva già al suo attivo alcuni dischi. Il suo album di debutto da solista era uscito tre mesi prima con un titolo che era anche una lettera di intenti: “Ostinato”.
Come da programma, per la prima giornata dell’edizione del 1985 del “Festival Internazionale del Jazz di Sanremo” salirono sul palco del Salone delle Feste del Casinò: le “New Italian Stars” (tra cui Paolo Fresu) e il “Chet Baker Trio”. I “gradi di separazione” tra i due jazzisti si erano ristretti molto rapidamente.
Per Fresu quell’incontro fu “quasi cinematografico”, lo ha descritto dettagliatamente in un’intervista rilasciata ad Andrea Milanesi di “Sette”: “Stavo riponendo i miei strumenti e dal buio della sala vedo materializzarsi una sagoma che man mano che si avvicina riconosco in lui. Si ferma davanti a me e in un ottimo italiano mi fa i complimenti per la mia versione di Round Midnight; poi, così come era arrivato, è scomparso nell’oscurità della platea e io sono rimasto lì pietrificato, senza neanche riuscire a dire una parola… Non ero davvero nessuno e lui poteva farne a meno, ma mi ha lasciato in regalo questa sorta di benedizione”.
Fortunatamente, esistono testimonianze video della conoscenza della lingua italiana di Chet Baker e, a dire il vero, anche della sua fragilità.

 

Ecco l’intervista rilasciata nel 1980 a Raffaele Cascone della Rai:

(segue)

La foto di apertura è di Tommaso Le Pera

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